lunedì 11 maggio 2009

Anche queste notizie vanno diffuse

Due anziani, un uomo e una donna, sono stati feriti in modo graveL'aggressore, 39 anni, sarebbe stato colto da un raptus improvviso
Folle irrompe alla stazione di Palermoe prende a martellate i passeggeri

PALERMO - Un folle è entrato questa mattina all'interno della stazione centrale di Palermo e, armato di un grosso martello, ha sferrato micidiali colpi ad alcuni passeggeri in attesa. La notizia è stata confermata dal questore di Palermo Alessandro Marangoni. Due anziani - Antonino Raccuglia, 68 anni, e Marianna Ruvolo, 67 - sono stati colpiti e versano in gravi condizioni all'ospedale Civico e al Policlinico unviersitario. L'aggressore, Fabio Conti Tozzo, 39 anni, è stato bloccato inizialmente da un cittadino extracomunitario, testimone della terribile scena, e, successivamente, da agenti della polizia ferroviaria. E' agli arresti con l'accusa di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale. Secondo una prima ricostruzione i due feriti si trovavano tra la biglietteria e un'area riservata ai passeggeri in attesa quando sono stati raggiunti dall'uomo armato di martello. Quanto al movente del gesto, gli inquirenti propendono per un improvviso raptus di follia.
Da repubbblica online

Malta respinge nave italiana con migranti. E la politica litiga ancora

Immigrati, Malta respinge nave italiana
con migranti. E la politica litiga ancora

All'alba due motovedette della Finanza hanno soccorso
al largo di Siracusa un gommone con 48 persone a bordo



ROMA (11 maggio) – La politica discute, la Guardia di Finanza soccorre e si riapre un altro fornte critico tra Italia e Malta. Un gommone con a bordo 48 immigrati clandestini è stato soccorso all'alba di oggi da due motovedette della Guardia di finanza a una ventina di miglia a Sud est di Capo Passero, nel siracusano. L'attività è stata coordinata dalla capitaneria di porto di Catania. Gli extracomunitari sono stati trasferiti al centro di accoglienza di Cassibile.

Malta blocca nave italiana. Il governo maltese non ha autorizzato l'ingresso nel porto della Valletta della nave Spica della Marina Militare Italiana, con a bordo 69 migranti, tra i quali 16 donne, recuperati ieri nel canale di Sicilia. Il salvataggio è avvenuto a circa 70 miglia sud di Lampedusa, in acque di competenza maltese per quanto riguarda le operazioni Sar di ricerca e soccorso. Il pattugliatore, che in questo momento è fermo al limite delle acque territoriali maltesi, stava facendo rientro da Tripoli, dove aveva trasferito ieri mattina altri 162 extracomunitari respinti in Libia dalle autorità italiane.

Secondo alcune fonti la nave potrebbe ora fare rotta verso Porto Empedocle (Agrigento), ma non è escluso nemmeno un nuovi respingimento in Libia dei profughi. Dopo gli scontri diplomatici nei giorni scorsi tra Italia e Malta legati alla vicenda della Pinar, il mercantile turco rimasto fermo per quattro giorni con 144 migranti a bordo in attesa di un accordo sulla loro destinazione finale, La Valletta aveva detto di condividere pienamente la linea dei respingimenti adottato dal governo italiano.

La linea Maroni. Ieri il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha ribadito la linea «di fermezza in materia di immigrazione, che continuerà finchè gli sbarchi non cesseranno». In pochi giorni sono stati respinti oltre 500 clandestini, ha reso noto Maroni. La Cei ha invece sottolineato come la multiculturalità dell'Italia esista «già di fatto» e sia un «valore». La Lega incassa intanto il sostegno del premier Silvio Berlusconi alla 'linea-Maronì e ottiene rassicurazioni sul ddl sicurezza, sul quale domani verrà posta la fiducia.

Rao, respingimenti non tutela diritti umani. «I respingimenti sono uno strumento serio» ma siamo contrari a «respingimenti in un territorio dove i diritti umani non sono salvaguardati». Lo ha dichiarato Roberto Rao, componente della commissione Giustizia alla Camera per l'Udc nel corso della rubrica settimanale di Gr Parlamento “60 Minuti”, condotta dal direttore, Bruno Socillo.

Rutelli, respingere i clandestini con fermezza. «Respingere senza ipocrisie l'immigrazione clandestina». Lo chiede il senatore del Pd e presidente del Copasir, Francesco Rutelli, che, intervistato da “Il Mattino”, invita su questo il Pd a un vero riformismo. «Gli immigrati che sbarcano a Lampedusa li vediamo in tv, dimenticando che sono una quota minina di quelli che entrano in Italia - continua Rutelli - Certo, testimoniano l'inadeguatezza delle politiche del governo, che non mantiene gli impegni presi e tenta di nascondere gli insuccessi con dibattiti folli, tipo proposta di apartheid sui trasporti milanesi. Ma se noi pensassimo di reagire mandando un messaggio opposto ('in Italia entri chiunquè) sbaglieremmo alla grande. Anche qui deve esprimersi il riformismo del Pd». «In Italia vivono milioni di stranieri, indispensabili per prestazioni lavorative e sociali. Sono benvenuti, sono in grandissima parte onesti. I richiedenti asilo vanno accolti, secondo regole precise - aggiunge Rutelli -. I clandestini vanno respinti con fermezza. Le vittime della tratta vanno liberate dai loro schiavisti. Il razzismo è una intollerabile violazione dei diritti umani. È un grave limite del nostro dibattito: destre irresponsabili che guadagnano voti con slogan razzisti; alcune sinistre che li perdono con slogan idioti tipo “siamo tutti clandestini”».

Cicchitto, no al razzismo ma nemmeno Italia ventre molle dell'Europa. «Nell'autonomia della politica è un atto dovuto che lo Stato intervenga sulla qualità, sulla quantità e sulle caratteristiche dell'immigrazione nel nostro Paese. Infatti, con la legge Bossi-Fini ed altri provvedimenti la maggioranza ha fatto una scelta di fondo: regolamentare i flussi dell'immigrazione consentita e, conseguentemente, contrastare quella clandestina». Lo spiega Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. «Non c'è nessun sottinteso razzismo in tutto ciò, ma l'obiettivo di evitare che l'Italia diventi il ventre molle dell'Europa, tenendo conto, sia della durezza con cui gestiscono questo problema altri Paesi europei che s'affacciano sul Mediterraneo, come la Francia e la Spagna, sia dei dati che riguardano il tasso di criminalità molto elevato che caratterizza l'immigrazione clandestina. Sottoponiamo questa valutazione con il massimo rispetto, ma anche con la dovuta convinzione, alla Cei, che evidentemente ha tutto il diritto di avanzare le sue riflessioni e poi le forze politiche e il governo nella loro autonomia devono prendersi le loro responsabilità».

Casini: società multietnica significa vivere fuori dalla realtà.
Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini ha commentato le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sulla società multietnica, poco prima di entrare nella chiesa del Sacro Cuore di Genova Carignano, dove si celebrano i funerali di don Gianni Baget Bozzo scomparso venerdì scorso. «Non so in che mondo viva Berlusconi -ha detto Casini- negare la società multietnica significa vivere fuori dalla realtà. Il problema non è dire no agli extracomunitari o alla società multirazziale che c'è già, ma dire sì ad un'accoglienza alle persone oneste ed essere rigorosi contro i clandestini e i disonesti. Mi sembra -ha aggiunto Casini- che ci sia molta demagogia nella posizione di chi dice no alla società multirazziale che in Italia c'è già. Nel momento -ha concluso Casini- in cui abbiamo un presidente degli Usa con la pelle nera, dire no alla società multietnica, mi sembra di tornare all'età delle caverne».

Cota: difendere la nostra identità. «Oggi più che mai dobbiamo difendere la nostra identità. Noi non vogliamo la società multietnica, nel senso che non vogliamo che quella che è la nostra identità, cioè l'insieme di storie, di costumi e tradizioni, venga cancellata e modificata da chi viene nel nostro territorio e non pensa di fare un processo di integrazione, ma di costruire situazioni di ghetto, di Stato nello Stato, dove pensa di applicare le sue regole». Lo ha dichiarato il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Roberto Cota a Gr Parlamento.

venerdì 8 maggio 2009

Guantanamo Libya. The new Italian border police

Guantanamo Libya. The new Italian border police

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI - The iron door is closed. From the small loophole I see the faces of two African guys and one Egyptian. I can't stand the acrid smell coming from the holding cells. I ask them to move. Now I can see the whole room, three meters per eight. There are some thirty people inside. Piled one over the other. There are no beds, people sleep on the ground on some dirty foam mattresses. Behind, on the walls, somebody has written Guantanamo. But we are not in the U.S. base. We are in Zlitan, in Libya. And the detainees they are not suspected terrorists, but immigrants arrested south of Lampedusa.

Centro di detenzione di ZlitanPeople press behind the door. They have not been receiving any visits since they were arrested. Someone raises the voice: "Help us!" A young man put the hand out of the loophole and give me a piece of cardboard. There is written a telephone number, by pen. The prefix is that of Gambia. I put it in my pocket, hiding from the police. His name is Outhman. He asks me to tell his mother he is still alive. He has been locked in this prison for the last five months. Fabrice instead spent here nine months. Both of them were arrested during police raids in the immigrants neighbourhoods in Tripoli. Since several years actually, Libya is committed to patrol the European southern border. With any means. In 2003 Italy signed an agreement with Gaddafi and sent oversea motorboats, cars and body-bags... funding detention centres and deportation flights. Since then, tens of thousands of immigrants and refugees every year are arrested in Libya and held in such inhuman conditions.

Centro di detenzione di Zlitan"People are suffering here! The food is bad, and the water is dirty. We are sick and there are pregnant women." Gift is 29 years old. She is from Nigeria. She was arrested three months ago, while she was walking with her husband on the street. They left two children in Tripoli, she said. She is not allowed to call them. Her husband has been repatriated the previous week. She is still here, alone, wearing the same clothes she had when she was taken prisoner. Before, she has been living in Libya for three years, working as a hairdresser, and she didn't have any idea to cross the sea towards Italy, as many of the other immigrants who are here.

Il direttore del campo di Zliten, Ahmed SalimIt is not the case of Y. Because he really dreamed about Europe. He is Eritrean and he deserted the army in order to seek for political asylum in Europe. He was apprehended in the sea. By the Libyans police. And locked here in Zlitan. Before entering in the office of the director – Ahmed Salim -, a policeman whispers something to him. When we ask him about the conditions of the prison, he answers with a trembling voice: "Everything is good." He is frightened. He knows that if he says something wrong he will be beaten. The director smiles in front of him and grants us he will not be deported. Within the next week he will be transferred to the detention centre of Misratah, 210 km east of Tripoli, where all the Eritreans refugees are concentrated.

Mezzi di pattugliamento al centro di ZuwarahIn the region of Zlitan, there are three other detention centres for immigrants, in Khums, Garabulli and Bin Ulid. They are smaller and detainees kept there are normally moved to the camp of Zlitan, which can hold up to 325 people. But how many detention centres are there in Libya? According to the evidences we collected in the last years, they are at least 28, mostly concentrated along the coast. There are three kinds of centres. There are concentration camps, like those of Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah and Misratah, where migrants and refugees are concentrated waiting for their deportation. Then there are smaller facilities, such as Qatrun, Brak, Shat, Ghat, Khums ... where aliens are held for a shorter period of time before being sent to the bigger camps. And then there are the prisons: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah ... Common prisons I mean, with entire branches dedicated to undocumented foreigners. The most known one was the prison of Fellah, in Tripoli, but it was recently demolished to construct a new building, in line with the restyling of the entire city. Its function was replaced by Twaisha, the prison near the airport.

La chiesa di San Francesco, a TripoliKoubros managed to escape from Twaisha only few weeks ago. He is Eritrean, 27 years old. He used to live in Sudan, but after an Eritrean friend was deported from Khartoum, he suddenly decided to leave towards a safer place in Europe. He went out from Twaisha walking with crutches. He says he was seriously beaten by a drunk policeman who asked him money. Hopefully his Eritreans cell mates collect some money to let him free. To bribe a prison guard $ 300 is enough. I met him in front of the church of San Francesco, in Tripoli. Like every Friday, about fifty African migrants are waiting for the opening of Caritas. Tadrous is one of them. He was released last October from the prison of Surman. He is one of the few refugees having been judged by a court. His story interests me. It was on June 2008. They took the sea from Zuwarah, in 90 people. But after a few hours they decided to come back, because of the stormy sea, and they were arrested. The judge sentenced them to 5 months of detention, with the charge of illegal emigration. I ask him if he was given a lawyer. He simply smiles shaking the head. The answer is no.

Nothing strange, says the lawyer Abdussalam Edgaimish. Libyan law does not provide free legal aid for crimes punishable by less than three years. Edgaimish is the director of the Bar of Tripoli. He welcomes us in his office, in the First September road. He explains us that the practice of arrest and detention of immigrants have nor legal basis neither a validation from the court. Any Libyan citizen, according to the law, could not be deprived of liberty without a warrant of arrest. But for foreigners it is not the same. Police raids are usual. The practice is that of house-to-house raids in the suburbs of Tripoli.

Pattuglie a Zuwarah"Migrants are victims of a conspiracy between the two shores of the Mediterranean. Europe sees only a security problem, but nobody wants to talk about their rights. " Jumaa Atigha is also a lawyer of Tripoli, graduated in Rome in 1983. Since 1999, he chaired the Organization for the Human Rights of the Foundation led by the firstborn of Gaddafi, Saif al Islam. In 2007 he resigned. During his presidency he led a national campaign, making the Government release 1,000 political prisoners. He describes a country involved in a rapid change, but still far from an ideal situation with respect to individual and political freedom. Atigha knows well the conditions of detention in Libya. From 1991 to 1998 he has been jailed without trial, as a political prisoner. He tells us that torture is a common practice among the Libyan policemen. "The lack of awareness means that policemen think to serve justice, while they are torturing people"

Mustafa O. Attir think the same. He is professor of sociology in the Tripoli University of El Fatah. "It is not simply a problem of racism. Libyans are kind with foreigners. It is a matter of police." Attir knows what he says. He visited Libyan prisons as a researcher in 1972, 1984 and 1986. Police officers have no education – he tells us - and are instead educated to the concept of punishment.

Parrucchiere ghanese a TripoliSuddenly his words make me rethink to the Ghanaian hairdressers in the medina, the Chadian tailors, the Sudanese shops, the Egyptians waiters, the Moroccan ladies in the cafeterias, and the Africans cleaning the roads every night. While Eritreans refugees are hiding themselves in the suburbs of Gurji and Krimia, thousands of African immigrants live and work here, maybe exploited, but with a relative peace. Certainly for Sudaneses and Chadians people, everything is easier. They speak Arabic and they are Muslims. They have been living in Libya for tens of years and therefore they are quite tolerated. The same for Egyptians and Moroccans. Instead is different for Eritreans and Ethiopians. They are here only for a transit to Europe. Often they do not speak Arabic. Often they are Christians. And their grandparents fought against Libyans with the Italian colonial troops. And as they travel with the money for the crossing in the pocket, they are often stolen even in the street. For the Nigerians, and more generally for the Anglophone sub-Saharan, is different. If they are directed to Europe or not, it is not important. Their integration in the Libyan society clashes systematically with the racist stereotypes against Nigerians, linked to the crimes of some Nigerian criminal networks. They are accused of smuggling drugs and alcohol, exploiting prostitution, bringing the Hiv virus and perpetrating robbery and murders.

Università el Fateh, TripoliDuring 2007, professor Attir organized three conferences on the subject of immigration in the Arab countries. In Libya he is one of the greater experts. And he is ready to deny the figures circulating in Europe. "Two million immigrants in Libya are waiting to leave to Italy? It is not true." Actually there is no statistic at all. The Libyan population is five and a half million people. Foreigners can not reasonably be more than one million, including Arab immigrants. Most of them have never thought to cross the sea. And Libya need them, because its economy is growing up, and the country is underpopulated and its citizens don't want any more to do heavy and cheap labours. Attir is aware of the pressures that Europe is doing on Libya. But he also knows that "there is no way" to stop the transit of migrants in the sea.

Pattuglie a ZuwarahLibya has about 1,800 km of coastline, largely uninhabited. Colonel Khaled Musa, head of anti-immigration patrols in Zuwarah, don't really think that the six patrol boats promised by Italy will solve the problem. For sure they will help to control the coast between the Tunisian border, Ras Jdayr, and Sabratah. But it is only around 100 km. The 6% of the Libyan coast. And the departures have already moved on the coasts east of Tripoli, between Khums and Zlitan, more than 200 km from Zuwarah. The department of immigration of Zuwarah was created in 2005. The number of migrants arrested fell from 5,963 in 2005 to 1,132 in 2007. For the head of the investigations department, Sala el Ahrali, the figures show the success of the repressive measures. Many smugglers have been arrested, that is why the departures decreased. And the coast is patrolled every night, by cars. Every ten kilometres there is a police tent, on the beach. But only along 50 kilometres from the Tunisian border, from Farwah, to Mellitah, near the gas treatment plant owned the Italian Eni and the Libya's National Oil Company.

Jehad Nga for The New York TimesIt goes from Mellitah to Gela, in Sicily. Greenstream, this is its name, is the longest underwater pipeline in the Mediterranean. Ironically, it runs along the same route which leads thousands of migrants to Lampedusa. On the surface of the sea, EU sends its military forces to stop the transRit of human beings. While at the bottom of the sea, eight billions cubic meters of gas annually pass through the 520 km of pipes, among the bones of thousands of victims of migration. An image that perfectly summarizes the relationship of the last five years between Rome and Tripoli, leaded under the slogan "more oil, less immigrants".


Read also:
Libya: inside the immigrants detention centre of Misratah
Border Sahara: the detention centres in the Libyan desert
Download the Fortress Europe 2007 Report: Escape from Tripoli

Speciale Libia: cosa accadrà ai 227 emigranti respinti a Tripoli?

Speciale Libia: cosa accadrà ai 227 emigranti respinti a Tripoli?

PISTOIA, 7 maggio 2009 - Né a Malta, né a Lampedusa. Sono stati riportati in Libia i 227 emigranti e rifugiati (cittadini di Nigeria, Ghana, Gambia, Costa d'Avorio, Somalia e Mali) – tra cui 40 donne, tre delle quali incinte - soccorsi ieri a circa 35 miglia a sud est di Lampedusa dalle autorità italiane. Dopo una giornata di infruttuose trattative con il governo maltese sulla responsabilità dei soccorsi, l"Italia è riuscita a strappare a Tripoli il consenso per la riammissione in Libia dei naufraghi. Nessuno dei passeggeri è stato identificato, nessuno degli eventuali minori non accompagnati è stato tutelato, nessun rifugiato è stato messo nelle condizioni di chiedere asilo politico, e nessun medico ha verificato le condizioni di salute dei naufraghi. Prassi che sulla terra ferma sono obblighi previsti dalla legge. Ma non in mare aperto, fuori dalle frontiere e dallo stato di diritto. Maroni ha rivendicato quanto accaduto come "un risultato storico" e annunciato che sarà la prassi della prossima stagione di sbarchi. Maroni e l'Italia hanno la memoria corta.

"Le espulsioni collettive di migranti dall'Italia alla Libia costituiscono una violazione del principio di non refoulement. Le autorità italiane non hanno rispettato i loro obblighi internazionali". Era il 14 aprile del 2005 e il Parlamento Europeo adottava una risoluzione di condanna contro le deportazioni collettive con cui il Governo italiano aveva espulso in Libia 1.500 persone intercettate al largo di Lampedusa tra l'ottobre 2004 e il marzo 2005. "Il parlamento europeo - continuava la risoluzione su Lampedusa P6_TA(2005)0138 - è profondamente preoccupato sul destino di centinaia di richiedenti asilo respinti in Libia, dal momento che questo paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, non ha un sistema d'asilo, non offre garanzie effettive per i diritti di rifugiati, e pratica arresti arbitrari detenzioni e espulsioni".

Un mese dopo, il 10 maggio del 2005, la Corte europea dei diritti umani sospese l'espulsione da Lampedusa di 11 cittadini stranieri sbarcati a marzo e che avevano presentato ricorso. Quattro anni dopo, ciò che ieri era illegale è divenuto regola d'ingaggio dei pattugliamenti di Frontex partiti la settimana scorsa nel Canale di Sicilia.

Adesso però le questioni sono due. La prima: che ne sarà del soccorso in mare, quando la priorità non è più la vita dei naufraghi, ma le trattative sul dove portarli? Maroni presenta i 600 salvataggi fatti dalle nostre unità in acque maltesi come un peccato originale. In realtà fanno onore alla nostra Guardia costiera e alla nostra Marina militare. Perchè questa gente non viaggia su navi di crociera. Ma su vecchi legni malmessi. Tutti ricordino che sono quasi 4.000 le vite umane che il mare di Sicilia si è ingoiato negli ultimi dieci anni! Bene, rischiano di morirne altrettanti ora che la nostra Guardia costiera ha ricevuto l'ordine di non intervenire in alto mare, senza autorizzazione del ministero dell'Interno, previa consultazione-scontro con Malta. Ieri è andata bene perché il mare era calmo. Ma col mare in tempesta e onde altre quattro metri, bastano pochi minuti di ritardo a decidere la morte di centinaia di persone.

La seconda questione è: che cosa succederà ai migranti respinti in Libia? Sappiamo già che sono stati arrestati e detenuti nel carcere di Tuaisha, a Tripoli, fatta eccezione per una donna ricoverata in ospedale dopo sei giorni trascorsi in mare. Adesso, a seconda delle nazionalità, alcuni saranno rimpatriati in pochi giorni (ad esempio verso Tunisia e Egitto), altri saranno tenuti a marcire nelle carceri libiche per mesi, o per anni. In che condizioni? Lo scriviamo da tre anni. Per l'ennesima volta vi riproponiamo i nostri esclusivi reportage. Nella speranza che la stampa ne faccia buon uso, anziché continuare a leccare le scarpe ai ministri.

I nostri reportage
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Pattuglie nel deserto libicoLa porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L'odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti

Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Vista del cortile del campo di MisratahDi notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli

E poi le nostre inchieste:
Libia: arrestati i superstiti del naufragio, sono a Tuaisha
"Così le navi di Frontex ci respinsero in Libia"
Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione
Libia: ecco le foto dei campi di detenzione
La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l'Oim pensa ai rimpatri
Libia: ecco il testo dell'accordo segreto con l´Italia
Italia-Libia: Berlusconi firma l'accordo. Presto i pattugliamenti
Italia - Libia: Prodi firma l'accordo per il pattugliamento congiunto
Marocco: le testimonianze degli harragas arrestati in Libia

Per testimonianze audio potete scaricare questo file
Libia: esclusiva intervista con i rifugiati detenuti a Zawiyah

domenica 3 maggio 2009

Veronica Lario si prepara al divorzio da Berlusconi

Veronica Lario si prepara al divorzio da Berlusconi "......non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni.............",

Veronica Lario si prepara a chiedere il divorzio dal marito, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Lo scrivono oggi i quotidiani La Repubblica e La Stampa, aggiungendo che la moglie del premier avrebbe già individuato un avvocato donna cui far preparare le pratiche per mettere fine al matrimonio celebrato nel 1990. Continua a leggere questa notizia

Palazzo Chigi al momento non ha voluto commentare la notizia.

"Sono stata costretta a questo passo, non voglio aggiungere altro", ha detto la first lady al giornale di Torino, dopo la lettera scritta all'Ansa martedì scorso in cui descriveva "ciarpame senza pudore" la possibile candidatura alle elezioni europee di cosiddette 'veline'.

"Voglio che sia chiaro che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione", aveva scritto nella lettera. "Dobbiamo subirla e ci fa soffrire".

Secondo La Stampa, non ci sono possibilità che Veronica Lario cambi idea, soprattutto dopo la partecipazione di Berlusconi alla festa per i 18 anni a Napoli di una ragazza, nonostante lui non abbia mai partecipato a quelle dei suoi figli, "pur essendo stato invitato".

"La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni", avrebbe detto la donna al suo entourage nei giorni scorsi, secondo Repubblica.

Il quotidiano scrive che la first lady avrebbe preso contatti il primo maggio con un avvocato donna, "una persona di cui mi posso fidare fino in fondo", spiegandole che "finalmente posso tirare giù il sipario, ma voglio fare una cosa da persona comune e perbene, senza clamore. Vorrei evitare lo scontro".

Già due anni fa Veronica Lario aveva critico l'atteggiamento del premier in fatto di donne in una lettera a Repubblica, dopo alcuni apprezzamenti rivolti da Berlusconi ad alcune signore in occasione di una cena di gala.

Fonte

martedì 28 aprile 2009

Fini: "Immigrato=persona, il permesso di soggiorno non conta"

Il presidente della Camera in visita al San Gallicano, torna sulla proposta, ora cancellata, di denunciare i clandestini che richiedono cure sanitarie

Roma – 27 aprile 2009 – “Abbiamo l'obbligo ovvio e incontestabile di trattare l'altro da noi anzitutto come persona: non contano il colore della pelle o la fede religiosa e non conta nemmeno avere o no il permesso di soggiorno. Se si ha chiaro questo valore, radicato nella nostra cultura e nella tradizione occidentale, tutto ne discende di conseguenza, compreso naturalmente il dovere di aiutare e curare ogni persona, proprio dei medici ma direi di tutti. Se, al contrario, questo principio si perde e resta solo sullo sfondo, si rischiano atteggiamenti, se non politiche, lesivi del diritto fondamentale della persona". Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, torna sulla questione dell'ipotesi, ventilata e poi cancellata, di eliminare per i medici il divieto di denuncia degli immigrati clandestini che richiedono cure sanitarie. "È stato giusto – sottolinea - far sentire il dissenso ed evitare che una tale norma fosse inserita nel nostro impianto legislativo: sarebbe stato un errore e un atto di miopia politica". Fini ne parla da un luogo simbolico, l'ospedale San Gallicano di Roma, trasformato in via sperimentale in Istituto nazionale per la salute, i migranti e la povertà, su iniziativa dell'allora ministro per la Salute Livia Turco, che accompagna il presidente dell'aula di Montecitorio nella sua visita alle sale del nosocomio di Trastevere. Fini sottolinea che "la costituzione fu lungimirante, nel prevedere che il diritto alla salute è un diritto inalienabile.
Tradurre questo principio in concretezza è compito delle istituzioni. Ed è un impegno che si sposa con il giuramento medico all'inizio della professione, che è anche una missione". Il presidente della Camera ricorda "l'ipotesi di poter chiedere di dar corso a comportamenti lesivi del diritto alla persona di essere curata", circolata all'interno del Governo, per la quale appunto definisce "giusto" l'aver manifestato dissenso da molte parti della società civile e della politica. Anche perchè gli immigrati clandestini avrebbero anche "fatto ricorso a strutture alternative e parallele, che non danno alcuna garanzia dal punto di vista della sicurezza sanitaria pubblica, rischiando così l'introduzione e il diffondersi di malattie che sono state debellate nel passato". Fini richiama, dunque, "il dovere istituzionale di aiutare chi è in prima linea nella frontiera dell'immigrazione", come i medici della struttura romana, impegnati anche nell'isola di Lampedusa e in Africa. Alle pareti dell'ospedale San Gallicano, cartelli nelle varie lingue riportano la frase "In questo ospedale nessuno viene denunciato!", con tanto di punto esclamativo, spesso accompagnati da adesivi colorati con la scritta "Noi non segnaliamo". "Conoscevo questo ospedale solo di nome – dice Fini - e voglio garantire Garantisco il mio impegno morale perchè diventi un'attività strutturata, destinata a durare nel tempo". Per il presidente della Camera, "l'Occidente dovrebbe avvertire l'impegno volto a garantire il rispetto e la dignità umana di ciascuno. Si tratta di una sfida che o si vince o si perde tutti insieme; nessuno pensi di avere una ricetta domestica. Serve un impegno a livello europeo e internazionale". E in tal senso, "l'Italia, in passato terra di emigranti, deve avere e mostrare una sensibilità sociale e culturale verso l'immigrazione che rappresenti un valore aggiunto, rispetto a chi magari ha alle spalle una storia di colonialismo. Chi viene in Italia è mosso dal bisogno; non possiamo ovviamente accogliere tutti, ma continuare una politica di rigore sempre volta all'integrazione, nel rispetto delle leggi. I nostri nonni all'estero chiedevano rispetto: anche per onorare la loro memoria, rispettiamo chi viene oggi in Italia".
FONTE

sabato 25 aprile 2009

CHIETI - FESTA DEI POPOLI

ASSOCIAZIONE WELCOME: CHIETI - FESTA DEI POPOLI

SFRUTTATORI

GHISALBA DENUNCIATI DA DUE LUCCIOLE, ERANO STATI ARRESTATI A LUGLIO DELL'ANNO SCORSO. IERI IL RITO ABBREVIATO

Condanne fino a dieci anni per un gruppo di sfruttatori nigeriani

2009-04-24
— GHISALBA —
ADESCAVANO giovanissime ragazze nigeriane con la promessa di un lavoro in Italia, poi le costringevano a prostituirsi lungo la strada provinciale "Francesca" a Ghisalba, nella Bassa Bergamasca, a suon di botte, violenze sessuali e minacciando di sottoporre i loro familiari in Nigeria a riti "voodoo", la pratica religiosa diffusa nei Paesi africani e utilizzata dalle organizzazioni criminali per sottomettere le loro vittime. Due giovani lucciole avevano avuto però il coraggio di denunciare alla polizia gli sfruttatori e, nel luglio dell'anno scorso, dopo oltre un anno di indagini, erano scattate cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere. Ieri mattina il procedimento è approdato davanti al gup Alberto Viti: l'udienza preliminare si è conclusa con due condanne con il rito abbreviato (sconto di un terzo sulla pena), un patteggiamento e due rinvii a giudizio. In abbreviato sono stati condannati Florence Aibangbee, 28 anni, detta Jennifer, ritenuta dagli inquirenti la "mente" del gruppo di sfruttatori, alla quale sono stati inflitti 10 anni di carcere, e il suo compagno Frank Tommy Eribo, 32 anni, operaio con regolare permesso di soggiorno, condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione.

HA INVECE PATTEGGIATO una condanna a 8 mesi (pena sospesa) F. E., accusata di aver aiutato Florence Aibangbee a mettersi in regola attraverso un matrimonio di comodo con un bergamasco. Il gup ha infine rinviato a giudizio i due indagati che non avevano chiesto il rito alternativo: una giovane nigeriana che aveva il compito di sorvegliare in casa le prostitute (tuttora latitante) e l'uomo che si era prestato al matrimonio di comodo con Jennifer. Il processo a loro carico inizierà il 13 ottobre. Le indagini della Squadra Mobile erano partite nel gennaio 2007, dopo la denuncia di una delle vittime, allora 17enne: la ragazza era fuggita ai suoi aguzzini chiedendo aiuto a una pattuglia della polizia locale di passaggio e, dopo un periodo in una comunità protetta, aveva raccontato tutto in questura. Dopo la prima vittima, una seconda ragazza minorenne aveva sporto denuncia e altre quattro giovani avevano fornito elementi utili alle indagini. Il primo a finire in manette era stato Frank Eribo, poi era toccato a Florence, che dopo l'arresto del compagno si era rifugiata in Spagna, a Murcia, da dove era stata estradata in Italia. M.A.
original news

venerdì 24 aprile 2009

Sale nero. Cinque storie clandestine...Loiero Valentina

Titolo Sale nero. Cinque storie clandestine
Autore Loiero Valentina
Prezzo
Sconto 50%
€ 6,75
(Prezzo di copertina € 13,50 Risparmio € 6,75)
Prezzi in altre valute
Dati 2007, 164 p., brossura
Editore Donzelli (collana Interventi)

Loiero Valentina
Il difficile percorso di una giornalista del Tg5 che inizialmente per caso e quasi controvoglia è costretta a raccontare i viaggi, le storie, i drammi di un'umanità invisibile, eppure tanto vicina. Le storie di traversate e naufragi che diventano man mano drammi vissuti in prima persona da chi era lì per tenere il conto degli sbarchi e finisce travolta da una tempesta di emozioni, quando mese dopo mese quei numeri diventano volti e quindi vite. Sullo sfondo, le mille contraddizioni di Lampedusa: paradiso delle vacanze che gli abitanti vorrebbero proteggere a tutti i costi dai "turchi", da coloro cioè che potrebbero rappresentare un pericolo per il turista. Sullo sfondo anche l'altra sponda: la Libia e i suoi trafficanti. Non solo storie ma anche riflessioni e analisi su un fenomeno in evoluzione.
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