mercoledì 16 dicembre 2009

Camera: progetto xenofobo contro i bimbi stranieri

I NUOVI ITALIANI  di Corrado Giustiniani

Camera: progetto xenofobo contro i bimbi stranieri


Per il 21 dicembre è stata messa in calendario in aula alla Camera una proposta di legge, già approvata dalla Commissione Affari costituzionali, che invece di agevolare l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei bimbi e dei giovani stranieri nati e/o cresciuti in Italia, la cosiddetta "generazione Balotelli", se possibile la rende ancora più ostica. Da non credere. Un progetto irresponsabile, che sembra sfidare le seconde generazioni di immigrati, anziché integrarle nella società italiana. Approvato all'improvviso proprio dopo che era stato presentato un disegno di legge bipartizan, con la firma congiunta di Fabio Granata del Pdl e di Andrea Sarubbi del Pd, che sembrava in grado di risolvere un problema enorme, per il nostro futuro.

Andiamo per ordine. Ecco cosa prevede l'attuale legge sulla cittadinanza, la n.91 del 1992, all'articolo 4, comma 2:  “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino italiano se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”.

Decodificando: non può diventare italiano un giovane che abbia dovuto seguire il padre anche per un solo anno in un altro paese: in questo caso, anzi, se torna in Italia e dopo i 18 anni non riesce a trovare lavoro, paradossalmente diventa passibile di espulsione. Fu clamoroso il caso di un ragazzo nato in Sicilia, che dovette seguire il padre in Tunisia e poi tornò in Italia, salvò nell'Adriatico due ragazzi che stavano annegando e ricevette il foglio di via. Solo l'intervento del governo, ministro dell'Interno Giuliano Amato, lo salvò dall'espulsione, facendolo diventare cittadino italiano ad honorem. Debbono dunque trascorrere 18 anni ininterrotti prima che tu possa dirti italiano: anche se sei nato qui, conosci soltanto l'Italia, tifi per la Nazionale e stai sull'attenti quando c'è l'Inno di Mameli.

La soluzione non sta certo, ne sono fermamente convinto, nel trasformare lo “jus sanguinis” in “jus soli” assoluto: proclamare cioé che è italiano chiunque nasca in terra italiana. Altrimenti moltissime donne verrebbero a partorire in Italia al solo scopo di avere un figlio italiano e procurarsi così un passepartout  per l'Europa. Un progetto di riforma vecchio del 2006, rilanciato da Granata e Sarubbi, prevede invece che il bimbo nato in Italia diventi italiano se la sua famiglia è già integrata nel nostro paese, perché vi risiede regolarmente da almeno 5 anni. Gianfranco Fini ha ulteriormente elaborato questa proposta, chiedendo che comunque il bambino debba aver compiuto un ciclo scolastico in Italia: con le elementari, diventerebbe italiano a 11 anni.

Cosa prevede invece il progetto xenofobo, proposto e fatto approvare in Commissione (ovviamente con il “no” dell'opposizione) dall'onorevole Isabella Bertolini? Non solo debbono passare 18 anni ininterrotti prima di chiedere la cittadinanza, ma questa può essere ottenuta solo a patto «di avere frequentato con profitto scuole riconosciute dallo Stato italiano almeno fino all'assolvimento del diritto-dovere all'istruzione e alla formazione».

Ora, nel 1991, quando quella brutta legge sulla cittadinanza venne approvata, non esistevano ancora le seconde generazioni di immigrati, un esercito di quasi 900 mila tra bambini e ragazzi stranieri che oggi vivono con noi. Rifiutarsi di prendere atto, diciannove anni dopo, che la realtà è completamente cambiata, è di per sè una prova di sciocca xenofobia. Aggiungere addirittura paletti, come il profitto a scuola, lo è ancora di più. Non è che togliamo la cittadinanza italiana, ai nostri ragazzi che non hanno frequentato con profitto.

C'è poi l'irrigidimento sui 10 anni di soggiorno regolare in Italia, per gli adulti, prima di poter ottenere la naturalizzazione. In Europa soltanto la Grecia ha uno sbarramento così lungo. Ma il problema più grave non è questo: è quello dei bambini e dei giovani che al contrario dobbiamo integrare velocemente. Qualcuno preferisce invece che restino un corpo separato, secondo la logica del tanto peggio, tanto meglio. 

domenica 6 dicembre 2009

Voglio i miei soldi": ucciso

                   Voglio i miei soldi": ucciso

La vittima Ibrahim M'Bodi e il luogo dove è stato trovato



Biella, senegalese litiga col datore
di lavoro. Colpito con 9 coltellate
PAOLA GUABELLO
BIELLA
Non voleva pagargli gli arretrati, gli aveva perfino detto d’iscriversi al registro degli artigiani per sbarazzarsi di lui come dipendente. Ma Ibrahim M’Bodi, senegalese con regolare permesso di soggiorno, fratello di Adam, segretario della Fiom-Cgil a Biella, non era d’accordo e soprattutto voleva i soldi che gli spettavano di diritto. Così è scoppiata la lite, poi uno dei due ha estratto un coltello: M’Bodi, 35 anni, è morto ammazzato da nove coltellate.

Ha confessato subito Michele D’Onofrio. Davanti ai carabinieri, dopo un breve interrogatorio, non ce l’ha fatta a reggere la pressione e ha parlato. Artigiano residente a Zumaglia, centro del Biellese di mille abitanti dove abitava anche la vittima, era esperto di arti marziali. «Lui ha tirato fuori il coltello e allora ho reagito, un momento di follia», ha detto agli inquirenti. Sul corpo del senegalese è stata eseguita l'autopsia, nei prossimi giorni si saprà l’esito. Dal referto del medico legale dovrebbe uscire l'ora in cui è avvenuta la morte, che dovrebbe risalire a un paio di giorni prima del ritrovamento del cadavere, e i punti in cui sono state inferte le nove coltellate: se solo davanti o anche sulla schiena, e se sono presenti lesioni da difesa. Dettagli fondamentali per i vcapi d’imputazione.

Ibrahim M’Bodi era stato trovato senza vita mercoledì mattina nel canale di scolo di una risaia a Ghislarengo, nel Vercellese, lungo la strada provinciale che collega il paese a Rovasenda. Una distesa di campi tagliata da stradine sterrate e fossati che col favore delle tenebre aveva inghiottito il corpo dell’africano fino a quando un acquaiolo che passava di lì, verso mezzogiorno, lo aveva notato dando l’allarme.

Il cadavere era stato ripulito dal sangue. L’assassino andava di fretta e soprattutto voleva agire indisturbato e senza destare sospetti: si è liberato così della sua vittima, imboccando una stradina che parte dalla provinciale e che si perde tra le risaie addentrandosi per un centinaio di metri. Un disperato tentativo di ritardare il ritrovamento oppure di depistare le indagini. Senza nome

Per diverse ore la salma è rimasta all’obitorio di Vercelli senza un nome: l’ucciso non aveva documenti, solo dalle impronte digitali i carabinieri sono riusciti a dargli un’identità. «Il mio cliente si è dimostrato collaborativo con gli inquirenti - spiega l'avvocato Alessio Ioppa di Borgosesia che ha assunto la difesa di D’Onofrio assieme al collega Massimo Mussato di Vercelli - e in effetti potremmo dire che ha per certi versi confessato. Di più non posso anticipare, in quanto le indagini sono ancora in corso».

In queste ore gli investigatori stanno cercando di ricostruire la vicenda. Sarà di estrema importanza, ai fini di comprendere il movente del delitto, ritrovare e analizzare il coltello, soprattutto per ciò che riguarda le impronte digitali. L'omicidio sarebbe avvenuto nel Biellese e l'ipotesi appare confermata anche dal fatto che, a breve, il fascicolo verrà trasmesso dalla procura di Vercelli ai colleghi di Biella. Intanto le organizzazioni sindacali hanno indetto un presidio mercoledì prossimo davanti alla prefettura di Biella, dalle 11 alle 12, perchè «l’omicidio di Ibrahim da parte del suo datore di lavoro non può passare sotto silenzio. Fatti di inaudita gravità come questo rientrano in un clima generale di imbarbarimento dei rapporti sociali, con la possibile aggravante dell'odio razziale».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200912articoli/50063girata.asp

sabato 21 novembre 2009

Il "natale bianco"che insulta tutti noi








di FRANCESCA COMENCINI
Caro direttore, leggo sui giornali dell'operazione "White Christmas", messa in atto dal sindaco di Coccaglio, che consiste nell'individuare, casa per casa, tutte le persone straniere non in regola e cacciarle, in vista del Natale. La notizia mi colpisce, non solo per l'idea di accoglienza, di cittadinanza e di cristianità che la sottende, ma anche perché Coccaglio è il luogo dove riposano i miei nonni, Cesare Comencini e Mimì Hefti Comencini. Per loro mi sento in obbligo di scrivere questa lettera.

Mia nonna, figlia di una famiglia svizzera tedesca, si innamorò di mio nonno Cesare e per sposarlo dovette combattere contro tutti i pregiudizi di cui gli italiani erano vittime nel suo paese. Gli svizzeri tedeschi non amavano gli italiani, li consideravano sporchi, primitivi, ne avevano paura, al massimo li impiegavano nelle loro fabbriche o per pulire le loro case. Ma mia nonna non cedette, si sposò con il suo Cesare e venne a vivere in Italia. Mio nonno era di origini modeste, ma con molti sacrifici era riuscito a laurearsi in ingegneria. Tuttavia in Italia non riusciva ad assicurare una vita sufficientemente degna a sua moglie, e ai loro due figli che nel frattempo erano nati, mio padre, Luigi, e suo fratello Gianni. Vivevano a Salò, dove gli affari andavano molto male. Un giorno mio nonno decise di emigrare in Francia, aveva sentito che lì si compravano terre a basso prezzo, perché i francesi abbandonavano la campagna, e per ogni due francesi c'era un italiano. Così partirono.

La loro vita in Francia non fu facile, i miei nonni, poco esperti dei lavori agricoli, dovettero imparare tutto. Nel suo libro, "Infanzia, vocazione e prime esperienze di un regista", mio padre racconta: "Ora riesce difficile immaginare com'era la nostra vita nelle campagne del Sud-ovest francese. Non avevamo né luce, né acqua corrente. Ma avevamo il pianoforte. Ogni sera, dopo cena, mio padre sedeva in poltrona, e, cullato dalla musica di mia madre, lentamente sprofondava nel sonno". A scuola, mio padre, che quando arrivò in Francia aveva sei anni, veniva sempre messo da solo all'ultimo banco, e regolarmente chiamato "Macaroni", come in Francia venivano chiamati gli immigrati italiani. Fu mio nonno Cesare a soffrire più di tutti per la lontananza dall'Italia. Mio padre ricorda che si era costruito una radio a galena, che tutte le sere si ostinava a cercare di far funzionare. Quando mio nonno si ammalò iniziò a dire "non voglio morire in Francia, non voglio morire in Francia". Così mia nonna lo riportò a casa, in Italia, da suo fratello, a Coccaglio.

Fu sepolto nel piccolo cimitero di Coccaglio, dove molti anni dopo lo raggiunse mia nonna, che dopo la sua morte era rimasta a vivere in Italia, a Milano. I miei nonni sapevano cos'è lasciare il proprio paese per poter lavorare, cos'è essere stranieri, sapevano cos'è la dignità da salvare, per sé e per i propri figli. Al funerale di mia nonna ricordo che mio padre lesse quel brano del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù dice "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mia nonna era credente a modo suo, di religione Valdese. Ricordo un giorno, un venerdì santo, era venuta a trovarci a Roma per Pasqua, e io la trovai in camera sua, che piangeva piano e quando le chiesi perché mi rispose, asciugandosi in fretta gli occhi con il fazzoletto che teneva sempre nella manica del suo golfino: "Penso a Gesù, a come doveva sentirsi solo e impaurito nel giardino di Getsemani". I miei nonni riposano nel cimitero di Coccaglio, che non è solo la casa di chi provvisoriamente ne amministra il comune in questi anni, ma è stata anche la loro, e quindi ora è un po' la mia e di tanti altri, che, come me, discendono da chi ha dovuto lasciare l'Italia per lavorare, con fatica, dolore, umiliazione. E sono sicura che i miei nonni, se potessero alzarsi e sorgere dalla memoria, condannerebbero chi ha osato inventare l'operazione "White Christmas". A nome loro, tramite
queste righe, lo faccio io.

Un Natale di razza

20 novembre 2009
A Coccaglio, in provincia di Brescia, si cacciano gli stranieri per festeggiare il ““White Christmas”.







Brescia. Operazione “White Christmas”, “bianco Natale”. Con questo gioco di parole è scattata l’operazione che scadrà proprio il giorno di Natale e volta a “ripulire” il territorio da stranieri irregolari, al fine di poter trascorrere un felice e cristiano Natale con la famiglia bianca, senza contaminazioni razziali. Non stiamo parlando dell’Alabama degli anni Cinquanta, del Sud Africa di De Klerk, quello dell’apartheid, né stiamo ricordando un bianco e ariano Natale della Germania nazista degli anni Trenta. L’operazione “White Christmas”, è scattata a Coccaglio, un paese di settemila anime in provincia di Brescia, amministrato da una coalizione PdL – Lega Nord, guidata da sindaco, Franco Claretti, il quale ha affermato che bisogna “fare piazza pulita” degli stranieri. L’assessore alla sicurezza Claudio Abiendi, dello stesso partito, ha dichiarato che “il Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana”. E le feste della “tradizione cristiana” non si possono vivere in compagnia di stranieri irregolari, quindi la polizia municipale sta girando casa per casa a controllare circa quattrocento famiglie di migranti per appurare che i documenti siano in regola, in caso contrario “la loro residenza viene revocata d’ufficio”, ha detto il sindaco.


Viene da chiedersi che fare se uno straniero è cristiano, magari cattolico. Si può trascorrere un bianco Natale con un asiatico o africano se questi è cattolico? O l’essere cristiano è secondario all’avere i documenti in regola? E se uno straniero con la pelle nera non è cristiano ma ha i documenti in regola, quindi è utile all’economia bresciana che lo sfrutta per bene nelle aziende industriali o agricole, può vivere a Coccaglio? Se la risposta è sì allora il Natale è meno bianco. Chissà se la giunta comunale ha tenuto conto delle varie casistiche possibili.


La caccia allo straniero irregolare, o all’uomo che era regolare ma al quale è scaduto il permesso di soggiorno, o che ha perso il posto di lavoro come sta capitando a molti in questo periodo di crisi è scattata il 25 ottobre scorso e ben centocinquanta ispezioni sono già state effettuate perchè questi dettagli alla polizia municipale non interessano. Ovviamente altri comuni bresciani amministrati dalla Lega Nord, come prevedibile, stanno seguendo l’esempio: Castelcovati e Castrezzato. La via libera alla caccia all’uomo è stata data dai vertici del Carroccio: lo scorso 24 ottobre si è tenuta a Milano la prima convention dei sindaci leghisti e la “White Christmas” ha avuto il via libera. Il Ministro Maroni “ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”, ha affermato il sindaco Claretti.


Debole la posizione dell’ex sindaco del centro-sinistra, Luigi Lotta, il quale ha affermato che si tratta di propaganda politica e che “ha lasciato il paese unito senza problemi di integrazione”. Viene da chiedersi se la comunità di Coccaglio è così unita visto che la Lega dei respingimenti ha vinto le elezioni. Inoltre, la propaganda politica non deve essere minimizzata perché non ha effetti indolore. Questo provvedimento razzista e persecutorio è possibile proprio perché la propaganda politica ha creato un problema inesistente: il pericolo dello straniero. Le politiche razziste creano consenso e una volta attuate sono condivise dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Poche persone in paese si sono indignate, non c’è stata una protesta da parte della Chiesa che, invece, dovrebbe sentirsi direttamente coinvolta visto che l’operazione è messa in atto in nome delle “radici cristiane” e il “bianco Natale” richiama, non vagamente, la più importante festività cristiana.


C’è chi banalizza e sottovaluta l’operazione, relegandola ad un semplice trovata folkloristica tipica degli esponenti del Carroccio. Ma così non è dal momento che, come detto, i controlli sono già partiti e dal momento che simili persecuzioni sono rese possibili dal decreto sicurezza che dà poteri ai sindaci in questo senso.


Gli stranieri a Coccaglio sono passati da 177 nel 1998 a 1562 nel 2008. Ma dov’è il problema? “Da noi non c’è criminalità - afferma il sindaco – vogliamo soltanto iniziare a fare piazza pulita”. Solitamente la Lega utilizza l’argomentazione della mancanza di sicurezza per attuare politiche razziste. Ora si è andati oltre: non si usa più il pretesto della sicurezza, si parla esplicitamente e tranquillamente di “pulizia”. Affermazioni agghiaccianti, che ricordano il Ku Klux Klan o la “pulizia etnica” delle guerre fratricide della ex Jugoslavia. Lo straniero “è sporco” e lo sporco si pulisce con l’espulsione.


Ovviamente il problema non è solo bresciano ma nazionale, Felice Mometti, dell’Associazione “Diritti per tutti” di Brescia lo spiega bene: “l'iniziativa dei comune di Coccaglio è l'ennesimo esempio di razzismo istituzionale. I provvedimenti del governo, come il cosiddetto pacchetto sicurezza, e le purtroppo tante delibere dei comuni contro i migranti hanno lo scopo di mantenerli in uno stato perenne di precarietà e clandestinità. La Lega nord, ormai vero partito del potere centrale, alimenta il razzismo affinché i migranti non abbiano diritti sui luoghi di lavoro e nella società”.
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sabato 7 novembre 2009

Licenziati e senza casa

«Costretti a chiedere aiuto alle nostre famiglie lontane»      andrea rossi  torino


L’ultima volta, pochi mesi fa, Desmond Usifoh ha istruito suo cugino che stava per tornare in Nigeria: «Vai da mia mamma e chiedile se può darmi qualcosa. Anche solo cento euro». Poche parole per mettere a nudo il fallimento di una vita. «Sono arrivato in Italia dieci anni fa perché la mia famiglia faticava a sopravvivere. Adesso sono un peso, costretto a chiedere aiuto. La verità è che da un pezzo sono io ad averne bisogno. Mia madre s’è venduta i pochi oggetti di valore che aveva». In un anno il mondo s’è rovesciato. Chi era speranza per la propria famiglia si è trasformato in zavorra. La povertà ha invertito la rotta, ed è la prima volta che accade. La crisi si è abbattuta sugli immigrati sgretolando un sistema sociale consolidato. Nel 2009 le rimesse - i soldi inviati nei Paesi d’origine - diminuiranno di oltre il dieci per cento: da 170 a 150 euro in media al mese. Non era mai successo. Ed è solo l’inizio.
Gli stranieri, in Italia e a Torino, non avevano mai conosciuto la brusca frenata dell’occupazione. Gli italiani non volevano più saperne di certi lavori? C’erano loro. Per anni avevano tenuto a galla il mercato immobiliare, comprando casa e accendendo mutui. Avevano sostenuto il mercato delle locazioni. Non nel 2009. «Di fronte alla crisi hanno pagato il prezzo più alto», sintetizza il preside della facoltà di Economia dell’Università Sergio Bortolani.

Nel 2008 a Torino le imprese stimavano quasi 7 mila assunzioni di stranieri, esclusi i lavoratori stagionali. Quest’anno non si arriverà a 4 mila, una frenata più pesante rispetto agli italiani. «Il calo non è clamoroso, si inserisce nella generale diminuzione di assunzioni di personale meno qualificato», spiega il presidente della Camera di Commercio Alessandro Barberis.

Tanti resteranno a casa. Alcuni hanno tentato di sfuggire alle spire della crisi mettendosi in proprio: non a caso l’imprenditoria straniera cresce del 6,5 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2008. Ma altri, forse la maggior parte, a casa ci sono finiti: «Chi trovava occupazione tramite le agenzie interinali quest’anno non ha lavorato», racconta Lamine Sow dell’ufficio Immigrazione della Cgil. «I dipendenti di piccole aziende, senza il paracadute della cassa integrazione, sono rimasti senza posto e a secco. E le colf sono state messe alla porta dalle famiglie che non erano più in grado di pagarle». Come gli italiani, dirà qualcuno. Vero, ma c’è un’aggravante: tante famiglie hanno patito l’umiliazione di tornare a chiedere aiuto ai genitori a 40 o 50 anni. Molti, oggi, sopravvivono grazie a loro. Gli stranieri no. «Le loro famiglie non sono qui. Anzi, si aspettano un aiuto dai parenti in Italia», dice Sow.

Il mondo alla rovescia, appunto. Il lavoro che non c’è più ha fatto crollare tutto il resto, a cominciare dalla casa. A Torino gli sfratti sono quasi raddoppiati in due anni, e - secondo il Sindacato degli inquilini - quasi il 90 per cento è causato da morosità. Gli appartamenti tornano ad affollarsi: otto famiglie su dieci condividono l’alloggio con un altro nucleo. Chi aveva una casa la perde e chi non l’aveva fatica a trovarla. «Nessuno si fida ad affittare agli stranieri - conferma il presidente di Scenari immobiliari Mario Breglia -. Hanno paura che gli inquilini non riescano a pagare il canone, o siano costretti a subaffittare».

Se gli affitti crollano figurarsi le compravendite: meno 16 per cento in un anno, quando per anni avevano trainato l’espansione del settore. «Non è finita: di questo passo l’anno prossimo sprofonderemo a meno 50 per cento», ipotizza Breglia. Sono lontani i tempi in cui ci si indebitava fino al 90 per cento del valore di un immobile. «Le banche, oggi, al massimo coprono il 60 per cento. Il resto bisogna averlo. Ma il guaio è che le procedure sono diventate così rigide che il mutuo ormai è un miragg

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mercoledì 21 ottobre 2009

Clandestina e prostituta: nemmeno l’amore la può salvare


Internidi GloriaDemo
pubblicato il 21 ottobre 2009 alle 10:30
Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al centro di identificazione ed espulsione di Bologna negli ultimi sei mesi prima di agosto. Abbiamo parlato Daniele Ciolli, ventenne piacentino noto alle cronache per l’odissea superata con successo nel suo eccezionale riuscire a varcare la soglia del “lager” di via Maffei


Tutto per vedere il suo ex amore, una ragazza nigeriana venuta in Italia ad inseguire la promessa di un posto di lavoro. Tutto nonostante la sua sedia a rotelle. “Raccontate quello che ho visto” ci ha chiesto. Non possiamo che fare così. Noi non siamo riusciti nemmeno in qualcosa di molto più semplice. Dovrei poterne essere certa, perché non ho motivo di dubitare che possano avermi mentito su una cosa “banale” come questa: all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di via Maffei a Bologna ci sono sia un campo da calcio che uno da pallacanestro. Mi era stato raccontato altrimenti e, per potermene assicurare, ho dovuto parlare con quattro persone diverse, tra quelle poche informate sui fatti più o meno autorizzare a comunicare con l’esterno.



CHI E’ ENTRATO QUA DENTRO? – Al centralino del Cie, alla mia insolita domanda, mi hanno risposto “Sono informazioni riservate”. Dopo qualche mia insistenza hanno comunque rilasciato la spettacolare rivelazione: “sì, c’è un campo da calcio, ma per farselo confermare chiami la prefettura“. Così ho fatto e: “Guardi, non le sto chiedendo se malmenate le persone…” ho tentato di rassicurare la quarta persona in ordine con cui ho parlato al telefono. Da buon responsabile mi dice: “sì, capisco, ma, sa, potrebbe chiamare un cittadino qualunque, mica possiamo rispondere a tutti. In ogni caso sì, c’è il campo da calcio ma anche uno da pallacanestro, niente palestra però. Insomma, c’è tutto quello di cui una persona ha bisogno per vivere….” Alla fine dunque risponde, ma lo sento a disagio mentre lo fa. Nel frattempo penso che io sono proprio un cittadino qualunque. Come del resto gli ho spiegato non sono una giornalista, anche se devo scrivere un pezzo. Per questo, ad un tratto, lo interrompo: “beh, credo che sia mio diritto essere informata, anche per valutare l’idea che viene diffusa quando quando ci si riferisce ai centri di identificazione ed espulsione. Sa, si scrivono tante cose al riguardo. Dovrei farlo anch’io, come le dicevo. Devo verificare qualcosa che mi è stato raccontato da una persona che ha visitato il posto”. Tuona, sorpreso: “Chi? Chi è che c’è stato?” Fin’ora è stato piuttosto gentile e disponibile, quasi mi dispiace non poter soddisfare la sua curiosità: “Eh, mica posso dirglielo così“ “Ma chi è che è entrato qui dentro?“, insiste lui.



UN LUOGO INACCESSIBILE – Il tono non sembra nemmeno più tanto stupito, anzi, mi sembra quasi di vederlo d’un tratto sorridere, come se non mi stia credendo affatto. Prima, lui come gli altri, mi ha spiegato che posso anche avere la possibilità di fare una gita panoramica nei corridoi tra le sbarre del centro, o tra le mura alte che limitano un corridoio all’aperto, a patto di farne richiesta formale in prefettura. Forse si è dimenticato però di avvisarmi che potrei non avere tante possibilità che la mia domanda venga accolta. Non posso nemmeno saperlo prima, perché, come mi è stato ripetuto più volte, finanche da un’operatrice della misericordia, ovvero una dipendente dell’ente che gestisce il funzionamento interno della struttura, sono informazioni riservate queste. Secondo Daniele Ciolli, il ragazzo con cui ho parlato, l’unico testimone italiano del Cei di Bologna con cui mi è capitato fin’ora di confrontarmi e l’unico italiano ad essere entrato a visitare il posto negli ultimi sei mesi prima di agosto (secondo quanto è stato gli è stato raccontato proprio da alcuni “mediatori della misericordia” che ci lavorano dentro) la concessione del “pass” per visitare da turista quello che lui descrive come un lager non è cosa affatto semplice.



LA STORIA DI DANIELE – Lui, ventunenne piacentino, iscritto ai giovani di rifondazione comunista – come ci tiene a precisare – è riuscito a varcare quella soglia tanto contestata, lì, in via Maffei, per ben cinque volte, due delle quali senza permesso alcuno. “Anche se ho pure litigato con qualcuno lì dentro, in certi momenti avevo quasi la sensazione che mi rispettassero. Forse non riuscivano nemmeno a capacitarsi che fossi un ragazzo sulla sedie a rotelle, anche un tipo mi aveva accusato di sfruttare la mia condizione di invalidità“. A portare Daniele dentro al Cie, prima che la sua sedia a rotelle, prima che i treni, gli autobus ed i taxi non tutti pensati per quelli nelle sue condizioni, è stato l’amore di allora per una ragazza, Jessica. Poco più che ventenne gli aveva rubato il cuore. È una bellissima nigeriana venuta in Italia con un biglietto pagato da quelli che poi si sono rivelati i suoi sfruttatori, con l’illusione che qualcuno le avrebbe offerto un lavoro come parrucchiera o babysitter. Invece poi si è trovata invece a battere le strade di Piacenza. “È lì che l’ho conosciuta“, ammette Daniele, “non mi nascondo. Cercavo una prestazione sessuale, poi è successo altro, ci siamo innamorati forse, anche se l’amore è una parola grossa. Ora non siamo più insieme comunque” E’ per lei che, nonostante un’odissea di vicissitudini varie, Daniele, a fine agosto 2009, riesce ad entrare la prima volta nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Gli ho fatto qualche domanda.


L’INTERVISTA - Cosa hai visto? Muri alti e spessi, uomini con bende alle braccia ed agli occhi dietro le sbarre. Alcuni ululavano, altri chiedevano aiuto. E tu? Hai fatto qualcosa? No, la polizia mi proibiva di comunicarci. Ho visto anche qualche poliziotto passare davanti alle sbarre sputandoci dentro.Ti sei chiesto cosa fosse successo a quei poveri disperati?Probabilmente avevano tentato una qualche rivolta e le forze dell’ordine avranno dovuto intervenire. è disgustoso ma è il loro lavoro, purtroppo. Succede così. Fanno parte del sistema, un sistema sbagliato
Ma che tu sappia, son deliquenti le persone stipate lì dentro?Guarda, a detta di un operatore della misericordia, almeno tre quarti sono semplicemente clandestini, magari venuti qui su di un barcone in cerca di salvezza.

E la tua ex ragazza? Come c’era finita dentro?Come ti dicevo faceva la una prostituta, ogni giorno facendo la spola tra Torino e Piacenza, come tante altre. Così mi raccontava. Poi magari invece di tornare a Torino si fermava un po’ prima, non so bene. Solo vent’anni, poveretta, costretta ad andare con sessantenni schifosi, immagina. Ora che è fuori corre nuovamente il rischio.
Come mai è fuori?Sono scaduti i termini, piuttosto in fretta. L’hanno fatta uscire dopo circa due mesi. Comunque costerebbe meno tenerla in galera per qualche tempo più lungo piuttosto che pagarle in biglietto per tornare a casa. Me l’ha detto un tipo della questura.Ma quando faceva la prostituta, chi la controllava a Piacenza?In realtà le nigeriane come lei sono abbastanza, almeno apparentemente, libere. Arrivate qui vengono riempite di botte e minacciate con riti wodoo. Bastano questi a trattenerle da qualunque tentativo di fuga. Se ti capita di incontrarne una osservala. Noterai dei segni sul viso, sulle braccia.Che sono?Sono i segni lasciati dai riti. Loro ci credono molto. Se lasciano la strada qualcosa di grave accadrà alla loro famiglia. Questo gli mettono in testa. Oltretutto, se smettono di battere, cosa possono fare per vivere? Io ho tentato di salvarla, ho fatto di tutto, sono stato anche minacciato dal racket all’inizio, volevo farla aderire al progetto “Oltre la strada”, dell’Emilia Romagna, ma non ci sono riuscito, anche se ho lasciato i suoi dati ovunque, così che possano rintracciarla se occorre.

Ma come c’è finita dentro al Cie?Io ero in Spagna. È successo allora: l’hanno arrestata. Dopo due giorni lei mi ha telefonato e mi ha detto di essere stata rilasciata, che l’avevano messa in una casa protetta, che entro quattro mesi le avrebbero dato i documenti.

Si riferiva al Cie?Sì, l’ho scoperto il 22 agosto scorso, quando si sono andato. Era dentro già da quasi dieci giorni.Non è stato semplice, ho un’invalidità del 100 per cento, mi muovo su una carrozzina elettrica.Arrivato a Bologna, in via Maffei, chiedo alla polizia di Stato se posso vederla. Mi viene risposto di no, perché è necessaria l’autorizzazione della prefettura. Allora ci vado. Qui mi viene spiegato che devo attendere il lunedì, perché gli uffici preposti di sabato sono chiusi. Mi consigliano però di provare a tornare in via Maffei, di insistere per entrare, di far lor capire che per un invalido come me è problematico tornare a Bologna di nuovo. Con me ho tutto:carta d’identità, tesserino sanitario, postepay, carta blu del treno, codice fiscale.Non avevano certo la scusa di non poterti identificare, dunque, ma come è andata poi?Il poliziotto capo mi dice che sono un rompicoglioni, che la prefettura non capisce un tubo. Mi saluta con un vaffanculo e mi raccomanda di andare a rompere le scatole al Resto del Carlino.Ma ti fa entrare?No.Vai al giornale?Sì, e mi intervistano. Domenica mattina pubblicano un articolo di dieci righe. Intanto io, la sera -siamo ancora a sabato- torno al Cie. Mi fanno entrare. Un operatore della misericordia, che è dell’associazione che gestisce la struttura, mi accompagna in bagno. Devo ammetterlo, è stato davvero gentile. Poi chiedo di vedere “Jessica” e, ancora, rispondono di no, di tornare il giorno dopo.Torni a casa?No, perché perdo il treno accessibile alle persone per carrozzella diretto a Piacenza. Resto in giro di notte, a Bologna, solo, senza assistenza . Chiamo la polizia urbana, arriva la pattuglia e chiedo se la caritas può ospitarmi. Lì però non hanno hanno posto.E che succede?Alla fine rimedio in pronto soccorso, dove mi reco verso le due di notte. Mi danno un lettino e dormo un paio d’ore, tenuto d’occhio dai gentili infermieri e dal medico. Alle sette esco e mi dirigo in Piazza maggiore. Prendo l’autobus e torno al Cie. Lì incontro il capogruppo regionale di rifondazione comunista Masella che chiede di farmi entrare ai poliziotti, che, nuovamente, rispondono di ripassare nel pomeriggio. Ritorno ed entro!La vedi?Sì, prima mi aiutano nuovamente per andare bagno e poi me la fanno vedere….Riesci a parlarle in intimità?No, è terribile, dentro ci sono militari, doppi cancelli blindati, telecamere … Io e lei siamo in una stanza video sorvegliata e i poliziotti piantonano l’ingresso . Perquisiscono per ben due volte i regali che le ho portato: dell’intimo, delle t-shirt, un bagnoschiuma, orecchini, lucidalabbra. Lei si sente a disagio ed io piango . Non riesce quasi a baciarmi tanto si sente a disagio. Poi è scaduto il tempo e sono dovuto andar via. Un taxi mi ha riportato in stazione. Il giorno successivo ho telefonato al Cie e mi hanno chiesto di inviar loro un fax con la fotocopia della mia carta d’identità, che loro avrebbero inoltrato in prefettura.Volevi tornarci?Sì, mi hanno detto che dovevo attendere quindici giorni. Invece ne sono passati venticinque. L’ho rivista solo il 17 settembre. Le ho portato una rosa, oltre ai regalini. Ho fatto tutto per lei. Lei mi ha detto di aver fatto richiesta per ottenere asilo politico, ed il 21 ottobre ha l’audizione in commissione territoriale.Pensi che si presenterà?Non lo so. Le avevo offerto anche la consulenza gratuita di un avvocato di rifondazione, ma ha rifiutato. Comunque ha un buon avvocato d’ufficio.Ma vi sentivate mentre lei era lì dentro?Sì, a volte, con il telefono pubblico. Ne hanno uno per tutti i detenuti lì dentro. Devono pagare per poter chiamare fuori, sempre, comunque, davanti a tutti. Ma la mia ragazza, come gli altri, a volte preferiva tenere quei pochi euro che venivano dati loro, 2. 50 ogni due giorni, per prendere qualcosa dalle macchinette, per mangiare. È un ricatto.Non hanno una mensa?Sì, gestita dalla Camst. Si mangia male.Ma no, la conosco.Si mangia maleMa tu potevi telefonarle?Sì, ma non sempre riuscivo a farmela passare. Per questo una volta le ho regalato un telefonino. Si è messa davanti alla telecamera e l’ha infilato nel reggiseno, sperando di non farselo trovare. Capitava che ne avessero anche le compagne di cella. Mi ha telefonato anche con il loro qualche volta. Poi un giorno tutti i detenuti sono stati perquisiti e i cellulari sequestrati.Mi è stato raccontato che li hanno lasciati nudi, i maschi.
Non so se è vero.

Mai sentito di episodi di violenza sulle donne lì dentro? Non so se hai letto di quella ragazza, Raya, pestata a maggio scorso lì dentro, o di quelle donne bolognesi che son andate davanti al Cie per protestare al motto diqui si stupra”No, ad esser sincero non credo, comunque sì, forse ho capito a cosa ti riferisci. In ogni caso mi è sembrato che le donne, molte delle quali sono musulmane vengano trattate meglio rispetto agli uomini.Quanto tempo restano dentro le persone?Dai tre ai sei mesi. In genere non troppo, i posti sono affollati. La mia ex ragazza, ti dicevo, è uscita in fretta, e non so nemmeno dove sia ora. L’ultima volta che ci siamo sentiti abbiamo litigato.Torniamo al Cie. Vivono ciascuno in una cella singola?No, insieme ad altri. La mia ex ragazza aveva sette o otto compagneE che fanno durante il giorno?
che fanno durante il giorno?Dormono e guardano la tv. Ce n’è una in ogni cella, appunto, per distrarle

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sabato 10 ottobre 2009

Financial Times contro Silvio: “Italia starebbe meglio senza”

Come volevasi dimostrare. Il Financial Times torna alla carica. E ovviamente il bersaglio è sempre lui, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, visto come fumo negli occhi. Tanto fastidioso da indurre nuovamente il quotidiano economico-finanziario del Regno Unito a parlare (e male, sia ben chiaro) degli italici affari. “L'Italia starebbe sicuramente meglio senza di lui” è la conclusione a cui arriva il Financial Times, in un editoriale intitolato ‘La crisi di Berlusconi’, con un sottotitolo che è un invito ai suoi alleati a “iniziare a considerare l'idea di scaricarlo”. Certo, se lo dice l’autorevole giornale d’Oltremanica…

Delle “tragedie e trionfi” che hanno contrassegnato i suoi 15 anni di vita politica .- si legge nell’aricolo - “il colpo ricevuto dalla Corte Costituzionale è la più seria battuta d'arresto con cui si sia scontrato”. Berlusconi è “chiaramente indebolito”, anche se “questo è ben lontano dall'essere un colpo mortale”, perché “il sistema giudiziario italiano è debole e avrà bisogno di tempo prima di arrivare a un verdetto definitivo nei processi che lo coinvolgono”. Ma il premier, prosegue il quotidiano londinese, “è politicamente forte: ha la maggioranza in Parlamento mentre il centrosinistra è in crisi e i suoi partner si rifiutano di sfidarlo. Berlusconi, guardando sconsolato lo stato deprimente della politica italiana, è sceso in campo per dare a se stesso un piattaforma per difendersi dalle accuse di corruzione. Ed è stato tragico per l'Italia e per l'Europa che l'abbia fatto”. Il capo del governo italiano, si legge ancora, può “rivendicare di avere avuto il mandato degli italiani che conoscevano da tempo le accuse contro di lui, ma l'Italia - secondo l’analisi del Regno Unito - non è maturata politicamente a causa del suo dominio della scena e si è impantanata nelle dispute tra giudici e politici sul destino di Berlusconi, senza riuscire a stabilire una chiara distinzione tra potere politico e potere dei media”.

E il nuovo strale d’Oltremanica si è abbattuto sul Cavaliere. Al quale solo tre giorni fa il Financial Times aveva dedicato l’apertura del giornale. Titolo: "Berlusconi sfida le accuse di corruzione". L'articolo ricostruisce la vicenda del Lodo Mondadori e le reazioni del premier, mentre a pagina 2 un altro articolo, "Gli alleati di Berlusconi lottano per togliere l'assedio", propone un'analisi politica. Berlusconi, già «politicamente indebolito dagli scandali sulla sua vita privata, ha ribadito ieri sera che porterà a termine il suo mandato». Tuttavia le accuse di corruzione “possono anche non avere immediate conseguenze legali per Berlusconi - spiega il quotidiano -, ma riportano sotto i riflettori i suoi affari e la sua influenza sui media italiani”. E danno “la sensazione di un primo ministro sotto assedio, protetto solo dalla sua influenza sui media, dalla sua ricchezza personale e dall'immunità giudiziaria che gli viene garantita dall'ampia maggioranza in parlamento”. Per il Financial Times, «il sostegno al governo di centrodestra sta declinando. Nessun importante uomo d'affari si è dichiarato pubblicamente contro Berlusconi o chiesto le sue dimissioni, ma in privato alcuni hanno espresso preoccupazione per quello che vedono come una paralisi del governo distratto dai suoi problemi legali”, scrive ancora il giornale, sottolineando però anche “la mancanza di un'alternativa dal centrosinistra lacerato da lotte interne, e l'assenza di un chiaro successore nei suoi stessi ranghi”.fonte

mercoledì 7 ottobre 2009

Rastrellamento al Pigneto, gli abitanti non ci stanno

Rastrellamento al Pigneto, gli abitanti non ci stanno
Dopo la gravissima operazione della guardia di finanza contro gli africani del quartiere romano, oggi hanno preso parola i residenti del quartiere, che lamentano il clima di paura e denunciano le manovre speculative dietro la pulizia etnica di via Campobasso. Con la scusa della «sicurezza».

Decine di finanzieri con manganello al contrario irrompono nelle case dei migranti senegalesi e nigeriani con la scusa di «controlli antiabusivismo commerciale», e portano via una cinquantina di persone, lasciandosi dietro porte sfondate, case distrutte e qualche ferito.
La scena è avvenuta ieri pomeriggio al Pigneto, quartiere all’inizio della via Prenestina al centro di «riqualificazione»: le guide dei locali romani scrivono che questa zona è un po’ «come Tribeca a New York»: case basse, artisti e locali. Dentro questo scenario vive una composizione sociale a tante facce: giovani in carriera, anziani nati e cresciuti tra la circonvallazione Casilina e porta Maggiore, studenti fuorisede e migranti, soprattutto bengalesi e africani. Se ti capita di fare molto tardi, al Pigneto, fai a tempo a vedere le birrerie che chiudono e le bancarelle del mercato che aprono, seguendo un ideale passaggio di testimone che rappresenta bene l’equilibrio delicato della zona. È un equilibrio, quello tra i giovani che hanno rianimato le piazze, i migranti che qui lavorano e gli abitanti storici, che le istituzioni e le forze dell’ordine dovrebbero contribuire a mantenere e non lavorare per demolire. Invece, i finanzieri ieri sono arrivati a muso duro per perquisire la case. Sono stati respinti fermamente dai migranti, che chiedevano se avessero un mandato di perquisizione, e sono tornati poco dopo in tanti e in assetto antisommossa, decisi a fargliela pagare a questi africani che conoscono persino i loro diritti.
Ma questa è anche una storia di resistenza, oltre che il resoconto di un normale abuso nella libera Italia di Bossi-Fini e Berlusconi e nella Roma di Alemanno e Storace. Per questo, quando la via piena di passanti assiste al rastrellamento, si mobilita. Qualcuno chiama gli avvocati, i rappresentanti della comunità senegalese, accorrono anche i ragazzi dell’Onda che poco lontano hanno occupato una palazzina per farne una casa dello studente autogestita, «Point break».
A decine si ritrovano all’ufficio immigrazione della Questura di Roma, dove si scopre che 18 migranti verranno trattenuti «per accertamenti», mentre di altri sette non si hanno notizie. È di questo pomeriggio la conferenza stampa del comitato di quartiere e degli abitanti multicolore del Pigneto, che mostrano di avere le idee chiare. «Con la scusa della sicurezza, la nostra città sta respirando in questi mesi un clima di violenta repressione: blitz contro immigrati, sgomberi di centri sociali e di spazi occupati in risposta all’emergenza abitativa – hanno spiegato quelli del comitato – Operazioni eclatanti, che colpiscono proprio i più deboli con l’obiettivo di aprire nuovi spazi agli interessi economici che governano la città». Anche gli abitanti parlano di «rastrellamento in piena regola». «Come accaduto al Pigneto, un quartiere che si vorrebbe ‘ripulire’, per renderlo una ricca vetrina dedita al commercio – proseguono gli abitanti – Forse, dietro lo sgombero, si nascondono gli interessi legati al mercato degli immobili in una zona che vive una gravissima emergenza sfratti e dove il prezzo delle case e’ in costante ascesa. Noi cittadini del quartiere siamo preoccupati di questa grave spirale di violenza dello Stato. Vogliamo che il Pigneto sia un quartiere dell’accoglienza, non della repressione e della speculazione».
Se si scende dall’isola pedonale verso il ponte che oltrepassa la linea ferroviaria, sulla destra c’è via Campobasso, la via degli africani. Fino a qualche anno fa, quando al Pigneto c’era solo un’osteria, questa stradina era meta dei cinefili perché è qui che si trova l’oratorio di don Pietro, il parroco che 54 anni fa aiutava i partigiani interpretato da Aldo Fabrizi in «Roma città aperta». Altri tempi, altri rastrellamenti.

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martedì 29 settembre 2009

«Basta, vado via dall’Italia»

Il caso - Il fatto razzista a Galliera Veneta, nel Padovano. Sul finestrino anche una svastica e una croce celtica. Il parroco: «Qui certe cose non succedono»

Scritta sul parabrezza: negra
«Basta, vado via dall’Italia»


Gloria, studentessa, è figlia di un nigeriano e un’italiana «Se qualcuno fa questo... c’è un clima che glielo consente»

PADOVA – Una croce celti­ca e una svastica sui finestri­ni dell’auto. Una scritta razzi­sta, «negra», sul parabrezza. E’ successo a Gloria Okoro­cha, studentessa 24enne, fi­glia del dottor Okorocha, ni­geriano, laureatosi a Padova e scomparso dodici anni fa, e di Sandra Tardivo, docente di lettere all’istituto Meucci di Cittadella. Il fatto è accadu­to mercoledì scorso a Gallie­ra Veneta, nel Padovano. Glo­ria è rientrata venerdì, per il weekend, da Bologna, dove sta preparando la tesi in lette­ratura comparata. «Se qual­cuno fa quello che ha fatto ­dice la ragazza - significa che c’è un clima che glielo permette: non lo fa sentire solo, isolato. Qui molte cose non funzionano, oltre al raz­zismo. Adesso, ancor di più, voglio andarmene dall’Ita­lia».

La giovane vittima dell'insulto, Gloria Okorocha

Usando l’acquaragia, la madre aveva cancellato le scritte dall’auto prima che la figlia rientrasse. Voleva evi­tarle di venire a conoscenza di questo raccappricciante consumato vigliaccamente ai suoi danni. Ma ci sono le foto a testimoniare: la scritta «negra», la svastica e la cro­ce celtica. Insulti spregevoli, scritti con lo spray nero sulla Renault 5 della studentessa. Uno stigma. «Di sicuro - ri­prende Gloria - è stato qual­cuno che mi ha visto scende­re dall’auto. Io a Galliera non voglio più tornare e nemme­no usare quella macchina di nuovo». Si sente osservata Gloria. Ieri ha ripreso il treno ed è tornata a Bologna, la città in cui vive da quando studia al­l’università. «Ero arrivata a Galliera venerdì e mi sembra­va che tutti mi guardassero in modo diverso – racconta –. Mia madre ha cancellato le scritte per non farmele ve­dere prima che io arrivassi a casa». Preferisce stare a Bolo­gna. «E’ quello che sta succe­dendo qui a volermi fare an­dare via. Io sono italiana, so­no nata qui, non so cosa pos­sa capitare a uno straniero che viene in Italia».

Gloria vuole «che la gente si indigni» per fermare que­sta ondata d’odio. Gratuito, immotivato. Ignorante. E porta con sé un sogno che è comune a molti studenti ita­liani, proprio come lei: «An­dare a lavorare all’estero». Gloria ha ricevuto per prima la solidarietà di un vicino di casa, che ha fotografato le scritte e presentato lui stes­so una denuncia per l’acca­duto. Don Ferruccio, parro­co di Galliera, porta le mani alla bocca. «Qui? Mai succes­se cose del genere...». Anche il mondo della politica ha stigmatizzato la barbarie ver­gata sull’auto di Gloria. E’ ar­rivata la condanna del gesto dall’onorevole Antonio De Poli (Udc): «Voglio far perve­nire tutto il mio sostegno a Gloria. Sono fatti che non fanno onore ad una società civile – dice De Poli - e devo­no essere isolati. Troppo spesso negli ultimi tempi stiamo assistendo a puri atti vandalici da parte di indivi­dui ignoranti che si diverto­no a spaventare la brava gen­te. Auspico che i responsabi­li vengano scoperti e magari messi a fare del lavoro socia­le proprio con gli extracomu­nitari per far apprendere lo­ro la differenza tra delin­quenti e immigrati onesti e integrati». E dalla presidente della Provincia di Padova Barbara Degani (Pdl), che si fa inter­prete dello spirito di acco­glienza e invita Gloria a resta­re: «La Provincia la invita a restare. Questi sono atti di demenza che non devono esistere. Invitiamo Gloria a restare, che rimanga, mi met­terò in contato con lei per farle sentire il calore di tutti padovani». Gloria intanto re­sta a Bologna.


Martino Galliolo

29 settembre 2009
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/29-settembre-2009/scritta-parabrezza-negra-basta-vado-via-dall-italia-1601820392769.shtml

sabato 19 settembre 2009

Tragedia a marzo: erano due le navi affondate dei migranti

di A. Leograndetutti gli articoli dell'autore
Avvenne una notte di poco più di cinque mesi - tra il 28 e il 29 marzo - nelle acque libiche. La notizia fu battuta dalle agenzie di stampa e apparve sui giornali: un naufragio catastrofico, 253 morti. Era una notizia vera. Ma solo per metà: un’inchiesta della magistratura italiana ha accertato che i boat people affondati furono due, stracolmi di donne, uomini e bambini. E che i morti furono circa 600. La più grave tra le tante tragedie dell’immigrazione nel Mediterraneo. Ma partiamo da quanto si sapeva fino a ora. Si sapeva che quella notte era salpata da Said Bilal Janzur un’imbarcazione con a bordo 253 persone e che, a poche decine di miglia dalla costa, era naufragata. Si sapeva di 21 cadaveri recuperati, di 23 naufraghi che si erano salvati tenendosi aggrappati a un frammento del relitto.

E si sapeva pure di un’altra imbarcazione - la terza, dunque, nel nuovo scenario della tragedia - con a bordo 350 uomini e donne che era stata intercettata e ricondotta nel porto di Tripoli da un rimorchiatore italiano, l’Asso 22. La notizia era stata subito confermata dalle autorità libiche e dall’Oim (l’Organizzazione mondiale per le migrazioni). Fin da allora erano sorti dei dubbi sulla reale entità della catastrofe. Insomma, c’era qualcosa di poco chiaro nei numeri del naufragio. Alcune fonti non verificate sostenevano che le barche partite quella notte erano state tre, e non due. E che un’altra si era inabissata scomparendo nel nulla.Le reali dimensioni della tragedia sono state scoperte quasi per caso, grazie alle intercettazioni telefoniche, durante un’indagine sulla prostituzione nigeriana della Direzione distrettuale antimafia di Bari.

Una telefonata agghiacciante. Gli interlocutori sono un trafficante residente in italia e un uomo che parla della Libia. Si autodefinisce «connection-man» e si affanna a rispondere alle insistenti domande del primo. Il trafficante è nervoso. Lo accusa di avergli fatto perdere un «carico» prezioso: trenta ragazze già acquistate per essere messe sui marciapiedi del Balpaese sono «andate perse» in un naufragio: «La barca si è spezzata in due», si giustifica «connection-man». Parlano proprio del naufragio avvenuto la notte tra il 28 e il 29 marzo. In un dialogo che diventa via via più allucinante, «connection-man» prova a parare i colpi: «Tutti danno la colpa a me, ma che colpa ne ho io se c’era cattivo tempo. Le barche si sono spezzate perché il legno con cui erano fatte non era buono». «Le barche», non «la barca»...Nel corso delle conversazioni tra i due (alla prima, ne fanno seguito altre più brevi), «connection-man» dice chiaramente che le barche affondato quella notte erano due, non una. Sulla prima vi erano a bordo 253 persone («E una ventina sono state recuperate», precisa riferendosi alla barca di cui già si sapeva). Sull’altra, sulla nave fantasma, erano molte di più.

Oltre 350. Ed ecco il totale: quasi 600 morti. In una sola notte, dunque, è stato superato il numero delle vittime dell’emigrazione nel Mediterraneo - 418, secondo le stime più accreditate - dall’inizio del 2009. Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, lo stesso magistrato che conduce la più famosa inchiesta sullo scandalo barese. L’organizzatore dei viaggi è stato iscritto nel registro degli indagati per strage colposa, ed è stata presentata alla magistratura libica una rogatoria internazionale in cui si chiede di indagare su «connection-man» (di cui si conosce il nome e, ovviamente, un numero di telefono) fornendo alcuni riscontri investigati. Finora, però, la richiesta non ha ottenuto alcuna risposta; la Libia pare sorda a ogni possibile accertamento. Perché? Alla difficoltà di ottenere una collaborazione nelle indagini da parte delle autorità libiche, si aggiunge il fatto che è quasi impossibile ottenere un confronto con i superstiti. Pare che a bordo delle tre imbarcazioni, quella notte, ci fossero uomini e donne provenienti da mezza Africa. Non solo nigeriani, ivoriani, senegalesi, camerunensi. Ma anche molti egiziani, tunisini, algerini...Dei 350 «salvati» dal rimorchiatore Asso 22 e riconsegnati alla polizia libica, non c’è più traccia.

Forse sono finiti in qualche centro di internamento per migranti. Quanto ai 21 recuperati vivi da una delle due navi affondate, i nordafricani (quasi la metà) sarebbero stati rimpatriati nei rispettivi paesi, mentre - secondo Fortress Europe - coloro che provenivano dall’Africa sub-sahariana sono finiti nelle centro di detenzione di Tuaisha, in condizioni degradanti. Quella notte maledetta, quindi, quasi mille persone hanno provato a raggiungere le coste italiane. Quelle che non sono morte, giacciono in qualche carcere della Libia.

Tragedia nella tragedia, accanto ad altri migranti che avevano pagato per il viaggio, hanno perso la vita anche trenta ragazze destinate alla più orrenda delle schiavitù, quella sessuale. Il dramma è che, se non fosse stato per i loro aguzzini, della vera entità del naufragio non si sarebbe mai saputo niente. Di certo questa ecatombe pesa come un macigno sugli accordi stipulati tra Italia e Libia. A tanta celerità nei respingimenti e nelle incarcerazioni dei migranti, fa da contraltare un’inspiegabile lentezza nell’accertare le responsabilità di pochi trafficanti.
FONTE
17 settembre 2009

Strage di Castel Volturno, l'inchiesta Il boss: "Uccidete anche le donne"

E in una lettera Setola intimò ai magistrati: "Scarcerate mia moglie"

Giuseppe SetolaIl terrore mafioso aveva quell´unico movente, «sottomettere la comunità dei neri, ormai dovevano capire». E un chiaro piano esecutivo. «L´ordine di Giuseppe Setola era: "Uccidete tutti quelli che trovate là. Se ci sono le donne, anche le donne"», ha raccontato l´assassino pentito Oreste Spagnuolo. «Difatti per noi era indifferente colpire uno o l´altro. E ci eravamo attrezzati per ucciderne molti di più. Dovevamo fingerci carabinieri, indossare le pettorine, fare una perquisizione in quel locale, attendere che si calmassero le acque e poi ucciderli tutti. La disposizione era che tutti quanti noi dovevamo sparare. E non doveva rimanere nessun testimone».Andò così. Per caso non c´erano anche le donne.


Un anno dopo, ecco le istruzioni complete degli stragisti di Castel Volturno. Legge dei casalesi, la mafia che non distingue gli africani. Un lavoratore vale quanto un bandito, muoiano uno sull´altro, mentre i sicari colpiscono alla cieca e abbattono un sarto, due clienti operai, due manovali, un loro amico che passava. L´obiettivo viene centrato oltre ogni delirio criminale, in quel 18 settembre 2008. Al chilometro 43 della Statale Domitiana, dentro e fuori la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion", cadono infatti sei uomini.


Tutti innocenti, si può confermare oggi sulla scorta degli approfondimenti giudiziari e a dispetto di quanti - persino ministri in carica - li bollarono come «spacciatori».Sono i sei cittadini ghanesi uccisi dalle sventagliate di kalashnikov, mitragliette e pistole, centrotrenta colpi. È un anno, domani. Un tempo che la giustizia non ha fatto passare invano: il mandante e cinque esecutori della clamorosa azione di sangue sono già alla sbarra, dopo la complessa istruttoria firmata dai pm Alessandro Milita e Cesare Sirignano, con il coordinamento del procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho. Oltre al boss Setola, i killer Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Davide Granato, Antonio Alluce. Tra due mesi comincia il processo. E dalle mille pagine dell´inchiesta emergono per la prima volta anche velate minacce contenute in alcune lettere del padrino Setola, messaggi inviati a pubblici ministeri e giudici.

martedì 15 settembre 2009

ONU, NO AI RESPINGIMENTI"MIGRANTI COME RIFIUTI"


Attacco dell'Onu alla strategia dei respingimenti di migranti. L'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay, denuncia le politiche nei confronti degli immigrati, «abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale». Mentre la maggioranza respinge le accuse e l'opposizione critica, la Farnesina sottolinea che il richiamo non è rivolto all'Italia. Intanto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, invita a non aver paura dell'immigrazione.


ONU, MIGRANTI TRATTATI COME RIFIUTI PERICOLOSI -

L'Alto commissario cita il caso del gommone di eritrei rimasto senza soccorsi tra la Libia, Malta e Italia, ad agosto. E spiega che «in molti casi, le autorità respingono questi migranti e li lasciano affrontare stenti e pericoli, se non la morte, come se stessero respingendo barche cariche di rifiuti pericolosi». Oggi, aggiunge, «partendo dal presupposto che le imbarcazioni in difficoltà trasportano migranti, le navi le oltrepassano ignorando le suppliche d'aiuto, in violazione del diritto internazionale».


FARNESINA, RICHIAMO ONU NON RIVOLTO A ITALIA - Le parole della rappresentante delle Nazioni Unite infiammano la polemica tra maggioranza ed opposizione e la Farnesina interviene per precisare. «Il richiamo alle violazioni del diritto internazionale - si legge in una nota - non è evidentemente rivolto all'Italia». Infatti, sottolinea il ministero degli Esteri, «le regole del diritto internazionale costituiscono il caposaldo dell'azione del Governo italiano, che promuove ed auspica un impegno comune affinchè vengano da tutti rispettate e tutti facciano la loro parte». Si ricorda quindi che «l'Italia è il Paese che ha salvato il maggior numero di vite umane nel Mediterraneo». E anche l'ambasciatore italiano presso le organizzazioni internazionali di Ginevra, Laura Mirachian.


MARONI, ITALIA IN REGOLA - Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sceglie di non replicare, ma nei giorni scorsi aveva definito la linea del Governo di contrasto all'immigrazione clandestina «conforme a tutti i trattati internazionali, a tutte le regole europee e dell'Onu», auspicando un maggiore aiuto da parte di Europa e Onu. E dal Viminale è arrivata sul tavolo del commissario europeo per la Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, una lettera di risposta alla richiesta di informazioni partita da Bruxelles sui casi delle imbarcazioni soccorse nel Mediterraneo tra il 6 maggio ed il 30 agosto scorsi. Nel documento vengono ricostruiti gli episodi di respingimenti di migranti, avvenuti - si spiega - nel rispetto delle norme. Il 21 settembre il ministro incontrerà l'Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres: si punta ad aiutare la Libia a gestire i richiedenti asilo sul suo territorio.


OPPOSIZIONE ATTACCA, MAGGIORANZA REPLICA - L'intervento di Navi Pillay scatena le critiche dell'opposizione al Governo, «L'immagine e il prestigio dell'Italia - afferma Rosy Bindi (Pd) - sono irrimediabilmente sfigurati. Contro il governo parlano i fatti che non si possono nascondere o manipolare con la propaganda. O qualcuno pensa di tappare la bocca anche all'Onu con ricatti morali, come si è fatto con la Chiesa e si vorrebbe fare con il presidente della Camera?». Secondo il candidato segretario Pd, Pierluigi Bersani, il Governo rischia «figuracce internazionali». Ma per il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, «l'Italia sta attuando una politica di controllo dell'immigrazione clandestina che rispetta pienamente tutti i principi e le norme del diritto internazionale. L'Italia, anzi, è un paese che ha salvato il maggior numero di vite umane nel Mediterraneo anche quest'anno». Margherita Boniver (Pdl), presidente del Comitato Schengen, definisce «gravissime» le affermazioni dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani, mentre per il portavoce del Pdl Daniele Capezzone «le ormai troppo frequenti esternazioni di rappresentanti dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani contro l'Italia sono politicamente irricevibili».


FINI, NON AVER PAURA DI IMMIGRAZIONE - Fini, intanto, continua nelle sue aperture ai migranti. «Pensare alla storia di Nancy Pelosi (l'italo-americana speaker della Camera dei rappresentanti Usa) - spiega il presidente della Camera - dimostra che non solo si può essere orgogliosi delle radici italiane, ma anche che non occorre avere paura dell'immigrazione, né dubitare sulla possibilità di una vera integrazione» degli immigrati.

lunedì 14 settembre 2009

Alemanno: "Cittadinanza veloce agli immigrati che si arruolano"

Lo propone il sindaco di Roma

ROMA, 14 settembre 2009 - ''Potremmo pensare di fare delle deroghe premio, come accorciare il periodo di attesa per ottenere la cittadinanza, ad esempio per quegli immigrati che decidano di arruolarsi nell'esercito''. E' la proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenuto insieme al sindaco di Padova, Flavio Zanonato (Pd), al dibattito 'I nuovi italiani.

La patria come scelta e l'integrazione possibile', ad Atreju a Roma. Lo spunto e' stato fornito dalla partecipazione al dibattito di due militari, nati da un matrimonio misto: un'alpina e un paracadutista che si sono detti ''orgogliosi'' della loro patria ''l'Italia'', ricevendo gli applausi del pubblico di Atreju. Entrambi hanno voluto sottolineare tuttavia di aver dovuto aspettare di compiere 18 anni per avere la cittadinanza italiana. Alemanno ha ricordato che ''oggi è in corso una sanatoria che coinvolge 600mila persone e questo dimostra che la politica di centrodestra non è unilaterale'' e che ''il reato di clandestinità ci permette di distinguere chi sta in Italia per lavorare nelal legalità e chi no''.
fonte

DONNE IMMIGRATE: FRA EMANCIPAZIONE E INVISIBILITA' SOCIALE



Sono per la maggior parte donne che inseguono un sogno: l'emancipazione sociale. Ma l'Occidente è davvero in grado di esaudire i loro desideri?


Nell'immaginario collettivo sono per la maggior parte badanti; sono le straniere che arrivano in Italia alla ricerca della terra promessa. Ma la realtà ci mette poco a deludere le aspettative di queste donne pronte a lasciare il proprio paese perchè spinte dal desiderio di emanciparsi, desiderio in molti casi rafforzato da informazioni non corrispondenti alla realtà, che presentano i paesi europei come luoghi dove potersi facilmente realizzare.
Il lavoro di colf a tempo pieno rappresenta per la donna appena arrivata l’opportunità di risolvere subito il problema della casa e quello della regolarità giuridica. La famiglia del datore di lavoro può costituire un primo punto di riferimento, data l’iniziale mancanza di strumenti, specie di tipo linguistico, per orientarsi nella nuova realtà.Questo tipo di lavoro d’altro canto implica molte difficoltà: i ritmi e gli orari spesso estenuanti, come la mancanza di una vita privata, contribuiscono ad incrementare lo stato di isolamento delle donne straniere e a relegarle nella situazione di 'invisibilità sociale', caratteristica dell'immigrazione femminile. Poi ci sono le immigrate 'visibili': le prostitute, spesso arrivate nel nostro Paese attraverso la mediazione di organizzazioni criminali transnazionali. Il fenomeno della prostituzione straniera si è sviluppato a partire dal 1988; si calcola che le prostitute straniere in Europa siano centinaia di migliaia. Le nazionalità numericamente più coinvolte sono quella brasiliana, colombiana, domenicana, nigeriana, zairese, tailandese e filippina, oltre alle prostitute provenienti dall’Europa dell’Est.
In base ad alcune testimonianze, si rileva che spesso vengono reclutate nel loro paese da connazionali che promettono loro un lavoro remunerativo e serio; in altri casi, come spiega Oliviero Fredo dell’Ufficio Accoglienza Immigrati di Torino, «le donne fin dalla partenza sanno quale sarà il loro futuro lavoro, ma per molte provenienti dall’Africa e dall’Asia la prostituzione viene vissuta come una sorta di emancipazione rispetto alle condizioni economiche e sociali nelle quali si trovano a vivere».A questi 'mediatori' le donne devono poi rimborsare il biglietto e dare una parte consistente dei loro guadagni; il loro passaporto viene trattenuto fino a quando il debito non è stato completamente saldato.
Il debito iniziale di una donna che arriva in Italia ammonta a circa 15/20mila euro, comprensivo di biglietto aereo, visto e riferimenti in Italia. Quelle che non possono dare in garanzia beni di loro proprietà, sono costrette al patto di sangue: un vero e proprio ricatto per la famiglia di origine, qualora il debito non venga rimborsato. E’ importante notare inoltre che sono sempre più numerose le donne che, immigrate al seguito del marito, sono disposte ad inserirsi nel mondo del lavoro. Il loro ruolo risulta determinante sia nel caso di un esplicito ingresso nel mercato del lavoro, sia nel caso in cui, pur non avendo un attività extra-domestica, contribuiscano come casalinghe a mantenere bassi i costi di produzione della famiglia.

giovedì 10 settembre 2009

Governo: Berlusconi, In 150 Anni Di Storia Sono Il Miglior Premier


La Maddalena, 10 set. - (Adnkronos) - "Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l'Italia abbia potuto avere in 150 anni della sua storia. Lo dico sulla base di cio' che ho fatto e faccio e che gli italiani conoscono bene e questo mitivo penso che mi attribuiscono il 68,4% di fiducia e ammirazione". A sottolinearlo e' stato il premier Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa a margine del vertice italo-spagnolo alla Maddalena.
FONTE

martedì 1 settembre 2009

Italiani respinti in Nigeria in risposta alla politica di Berlusconi sull’immigrazione.




Il Nigeria è grande 3 volte l’Italia, ha una popolazione di quasi 2 volte e mezzo l’Italia.
Oggi leggo sul blog di Beppe Grillo:
Sono un giornalista italiano (indipendente e con base in Argentina…) e sarei dovuto partire per la Nigeria Mercoledi. Per la prima volta in 10 anni mi hanno negato il visto d’entrata adducendo la seguente ragione:
“Stiamo adottando una politica di ostruzionismo verso gli italiani, come risposta alle politiche di immigrazione del governo italiano”.
Le conseguenze del razzismo nel nostro paese iniziano ad essere tangibili. FACCIAMO QUALCOSA! Mi vergogno d’essere italiano, cacciamo lo psiconano ed i suoi mastini.







domenica 5 luglio 2009

SICUREZZA, GIOVANARDI: ORA REGOLARIZZARE BADANTI E COLF

SICUREZZA, GIOVANARDI: ORA REGOLARIZZARE BADANTI E COLF BOLOGNA - Una regolarizzazione per gli extracomunitari che sono già in Italia senza permesso di soggiorno, ma con un rapporto di lavoro in corso. A chiederla al governo, attraverso un provvedimento d'urgenza simile alla regolarizzazione attuata nel 2002, prima dell'entrata in vigore della legge Bossi-Fini, è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia Carlo Giovanardi. Obiettivo, gestire l'emergenza di colf e badanti - circa mezzo milione di persone ora in Italia, che si troverebbero 'fuori-legge' con l'ok al pacchetto sicurezza - e rendere più efficaci le nuove norme varate dal Parlamento. Giovanardi l'ha spiegato all'ANSA precisando che non si tratta di una sanatoria, perché non indiscriminata ma rivolta ai cittadini extracomunitari già in Italia e il cui datore di lavoro sia disponibile ad assumerli e quindi regolarizzarli.

''Le nuove norme sulla sicurezza saranno efficaci soltanto se accompagnate da un provvedimento indirizzato agli extracomunitari gia' in Italia con un rapporto di lavoro in essere che non possono trasformare in contratto di lavoro in quanto irregolari - dice Giovanardi all'ANSA - Come responsabile delle politiche familiari di questo governo, chiedo al presidente del Consiglio di mettere all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri un provvedimento d'urgenza, come quello che funziono' benissimo nel secondo governo Berlusconi, soprattutto per quanto riguarda l'emergenza colf e badanti''. Una richiesta sostenuta dall'auspicio che ''i nuovi strumenti a disposizione di forze dell'ordine e magistrati non rimangano 'grida' senza alcun effetto'', per cui, ha concluso Giovanardi, ''ora si puo' e si deve risolvere questo problema che riguarda centinaia di migliaia di famiglie italiane e centinaia di migliaia di lavoratori extracomunitari''.

sabato 4 luglio 2009

Il "pacchetto sicurezza"

Il "pacchetto sicurezza"




MARTA FASOLA
Un pacchetto “omnibus”. Il testo contenente “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” completa il “pacchetto sicurezza” anticipato, in parte, con la legge n. 38/2009 (stalking) e raccoglie in tre articoli norme in materia di immigrazione, di contrasto alla criminalità mafiosa e di sicurezza pubblica. Non solo, quindi, norme sullo status degli immigrati, ma anche altre di vario genere che vanno dalle ronde alla circolazione stradale, dalle persone senza fissa dimora al danneggiamento, dalle bombolette antiaggressione all’oltraggio a pubblico ufficiale.

Torna l’oltraggio a pubblico ufficiale. Nel primo articolo, sull’immigrazione, la legge reintroduce il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, depenalizzato nel 1999 (legge n. 205/99). «Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni», contro i due anni previsti prima della depenalizzazione. Inoltre la pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato; se la verità di fatto è però provata o in seguito l’ufficiale è condannato, l’autore dell’offesa non è punibile. Il reato si estingue se l’imputato ripara interamente il danno con un risarcimento sia nei confronti della persona offesa sia in quelli dell’ente a cui essa appartiene. Nel codice penale viene poi introdotta una norma che prevede la non punibilità per una serie di reati (tra i quali la nuova fattispecie di oltraggio) quando il pubblico ufficiale, l'incaricato di un pubblico servizio o il pubblico impiegato abbia causato il fatto, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni.

Salvaguardia di edifici e mezzi di trasporto e decoro urbano. Nell’art. 3, sulla sicurezza pubblica, nell’intento di arginare il fenomeno dei cosiddetti writers o graffitari il reato di danneggiamento, che prevede un’ammenda sino a 2.582 euro o la permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni o il lavoro di pubblica utilità da 10 giorni a 3 mesi (art. 635 c.p.), viene esteso anche agli “immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di risanamento sono in corso o risultano ultimati”. La sospensione della pena viene subordinata alla ”eliminazione delle conseguenze dannose”, oppure –se l’imputato è d’accordo- ad un lavoro non retribuito a favore della comunità.
La modifica dell’art. 639 del c.p. aggrava poi le pene per deturpamento o imbrattamento dei beni immobili pubblici e privati –non solo nei centri storici- nonché su mezzi di trasporto pubblici o privati (auto, bus, treni, ecc.) con la reclusione da uno a sei mesi e un’ammenda da 300 a 1.000 euro. Se si deturpano o imbrattano cose di interesse storico o artistico, ovunque ubicate, la sanzione è aumentata e prevede la reclusione da 3 mesi ad un anno con una multa da 1.000 a 3.000 euro.
Inoltre, in caso di reiterazione del reato si procede d’ufficio, con una pena che va da tre mesi a due anni ed una multa che può arrivare a 10.000 euro. Una multa fino a 1.000 euro è prevista per “chiunque vende bombolette spray contenenti vernici non biodegradabili ai minori di diciotto anni”. La legge stabilisce inoltre che le multe “previste dai regolamenti ed ordinanze comunali per chiunque insozzi le pubbliche vie non possono essere inferiori all’importo di 500 euro”. Mentre “chiunque insozza le pubbliche strade gettando rifiuti od oggetti dai veicoli in movimento o in sosta è punito con la sanzione amministrativa da 500 a 1.000 euro”.

Occupazione abusiva di suolo pubblico. La legge accorda ai sindaci ed ai prefetti nuovi poteri in materia di occupazione abusiva di suolo pubblico, vale a dire quando qualcuno invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne profitto (art. 633 c.p.), oppure quando strade, fasce di rispetto, marciapiedi vengono occupati con veicoli, baracche, tende e simili, con chioschi, edicole od altre installazioni (art. 20 codice della strada). I sindaci, per le strade urbane, e i prefetti, per quelle extraurbane – o, quando ricorrono motivi di sicurezza pubblica, per ogni luogo – possono ordinare l’immediato ripristino dello stato dei luoghi a spese degli occupanti. Se si tratta di occupazione a fine di commercio, poi, è prevista la chiusura dell’esercizio fino al pieno ripristino dei luoghi e al pagamento delle spese. Stessi provvedimenti per l’esercente che non pulisca o non tenga in ordine gli spazi pubblici di fronte al suo locale.

I maggiorenni responsabili dei delitti dei minori. Vengono aggravate le pene applicate al correo maggiorenne. Sono, infatti, applicabili le aggravanti nei confronti delle persone maggiorenni che concorrono nel reato con un minore di anni 18 o con una persona in stato di infermità o di deficienza psichica. La norma mira a fungere da deterrente per bloccare il fenomeno prima che l’effetto emulazione e le condotte violente che si vanno diffondendo in età scolare rendano il fenomeno inarrestabile.

No all’accattonaggio dei minori. Riprendendo un disegno di legge della precedente legislatura, rischierà fino a tre anni di carcere chi, per mendicare, si avvale di chi ha meno di 14 anni o permette che il minorenne, sottoposto alla sua autorità o affidato alla sua custodia o vigilanza, mendichi, oppure permette che altre persone se ne avvalgano per mendicare. Inoltre, per i reati di riduzione in schiavitù, tratta di persone ed acquisto e alienazione di schiavi, commessi dal genitore o dal tutore vengono introdotte pene accessorie quali la perdita della potestà di genitore o interdizione perpetua da qualsiasi forma di sostegno, tutela e cura.

Più grave la truffa contro le persone indifese. Con la modifica dell’art. 640 c.p. , che disciplina il delitto di truffa, viene introdotta come nuova circostanza aggravante, «l'avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa», anche in riferimento al caso di chi approfitti dell’età avanzata della persona che ha subito il danno.

Requisiti ed albo dei buttafuori. La legge detta norme precise su «l'impiego di personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento o di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, anche a tutela dell'incolumità dei presenti. L'espletamento di tali servizi non comporta l'attribuzione di pubbliche qualifiche. È’ vietato l'uso di armi, di oggetti atti ad offendere e di qualunque strumento di coazione fisica». «Il personale addetto ai servizi è iscritto in apposito elenco, tenuto anche in forma telematica dal prefetto competente per territorio». Un decreto del Ministro dell'interno, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, fisserà i requisiti per l'iscrizione nell'elenco nonché le modalità per la selezione e la formazione del personale. Chi non risponde ai requisiti fissati non potrà svolgere l’attività a rischio di una multa da 1.500 a 5.000 euro, che vale anche per chi impiega personale non autorizzato.

Bombolette antiaggressione. La legge attribuisce al Ministro dell’interno il compito di definire le caratteristiche tecniche degli strumenti di autodifesa che nebulizzano un prodotto naturale a base di olio di peperoncino e «che non abbiano l’attitudine a recare offesa alla persona». Il Ministero dell’Interno è autorizzato ad emanare il relativo regolamento -di concerto con il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali- entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge.

Ritiro della patente di guida. «È sempre disposta la confisca amministrativa del veicolo intestato al conducente sprovvisto di copertura assicurativa quando sia fatto circolare con documenti assicurativi falsi o contraffatti». Inoltre, a chi falsifica i documenti assicurativi viene sospesa la patente per un anno. Con la modifica di varie norme del codice della strada, nel caso di guida in stato di alterazione per uso di alcool o sostanze stupefacenti, è previsto un raddoppio della durata della sospensione della patente se il veicolo con il quale è stato commesso il reato appartiene a persona estranea al reato; la modifica del testo unico stupefacenti prolunga il termine di possibile sospensione della patente da un anno a tre anni.

Registro dei senza fissa dimora. «La persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio. La persona stessa, al momento della richiesta di iscrizione, è tenuta a fornire all'ufficio di anagrafe gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti atti a stabilire l'effettiva sussistenza del domicilio. In mancanza del domicilio, si considera residente nel comune di nascita». Presso il Ministero dell'interno è istituito un apposito registro nazionale delle persone che non hanno fissa dimora.

Le ronde. «I sindaci, previa intesa con il prefetto, possono avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare alle Forze di polizia dello Stato o locali eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale». «I sindaci si avvalgono, in via prioritaria, di quelle costituite tra gli appartenenti, in congedo, alle Forze dell'ordine, alle Forze armate e agli altri Corpi dello Stato». «Le associazioni sono iscritte in apposito elenco tenuto a cura del prefetto, previa verifica da parte dello stesso». Con decreto del Ministro dell'Interno, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, sono determinati gli ambiti operativi delle disposizioni ed i requisiti per l'iscrizione nell'elenco.

Contro la criminalità organizzata - Lavori pubblici. Nell’azione di prevenzione delle infiltrazioni mafiose, «il prefetto può disporre accessi ed accertamenti nei cantieri delle imprese interessate all’esecuzione di lavori pubblici». Modificando il codice dei contratti pubblici, vengono esclusi dalla partecipazione alle gare soggetti che, essendo stati vittime di concussione o estorsione aggravata, non risultino aver denunciato i fatti all’autorità giudiziaria.

Contro la criminalità organizzata - 41-bis. La modifica dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario riconosce al Ministro dell'Interno il potere di richiedere al Ministro della giustizia l'emissione del provvedimento che dispone il regime carcerario speciale; la durata del provvedimento viene innalzata a 4 anni (attualmente va da un minimo di un anno ad un massimo di due); la proroga potrà essere biennale (oggi è annuale), disposta solo quando risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l'associazione criminale, terroristica o eversiva non è venuta meno. La legge, inoltre, punisce con la reclusione chi consente a un detenuto sottoposto al regime carcerario speciale di comunicare con altri in elusione delle prescrizioni imposte.
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Reato di clandestinità. La legge classifica l’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato come contravvenzione, con un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro. Non è previsto il carcere, ma non è possibile applicare l’articolo 162 del codice penale (Oblazione nelle contravvenzioni), perciò il pagamento di una somma di denaro non estingue il reato. Ai fini dell'esecuzione dell'espulsione dello straniero denunciato per il reato di clandestinità non è richiesto il rilascio del nulla osta da parte dell'autorità giudiziaria competente all'accertamento del reato. Il questore comunica all'autorità giudiziaria l'avvenuta esecuzione dell'espulsione. Il giudice, acquisita la notizia dell'esecuzione dell'espulsione o del respingimento, pronuncia sentenza di non luogo a procedere. Se tuttavia lo straniero rientra illegalmente nel territorio dello Stato prima che sia decorso il termine previsto (di solito dieci anni, ma mai meno di cinque) viene applicato l’articolo 345 c.p.p., relativo alla riproponibilità dell’azione penale per il medesimo fatto e nei confronti della medesima persona pur in presenza di una sentenza di non luogo a procedere.

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ogni atto diretto «a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato od in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente», nonché la condotta di chiunque promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni contenute nel testo unico dell’immigrazione (D.Lgs 25 luglio 1998, n. 286). Per quanto riguarda la pena, è confermata la reclusione da uno a cinque anni e una pena pecuniaria di 15.000 euro per ogni clandestino di cui si sia favorita l’immigrazione. Rispetto alla norma precedente, che prevedeva una multafino a 15.000 euro a persona, viene eliminata ogni valutazione discrezionale da parte del giudice.

Rischia il carcere chi affitta ai clandestini. «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio ovvero cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di locazione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».

Fondo per i rimpatri. «È istituito, presso il Ministero dell'interno, un Fondo rimpatri finalizzato a finanziare le spese per il rimpatrio degli stranieri verso i Paesi di origine ovvero di provenienza». Nel Fondo confluiscono la metà del gettito del contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno, nonché i contributi eventualmente disposti dall'Unione europea per le finalità del Fondo medesimo. La quota residua è assegnata al Ministero dell'Interno, per gli oneri connessi alle attività istruttorie inerenti al rilascio e al rinnovo del permesso di soggiorno.

Contrasto ai clandestini presenti sul territorio - Il permesso di soggiorno per gli atti di stato civile. Il permesso di soggiorno dovrà essere esibito oltre che per il rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero (come già previsto dal Testo unico sull’immigrazione) anche per gli atti di stato civile o relativi all’accesso a pubblici servizi. Nella definizione di atti di stato civile sono compresi documenti quali gli atti di acquisto della cittadinanza, gli atti di nascita, filiazione e adozione, gli atti di matrimonio, di morte. Tra i pubblici servizi ad accesso individuale sono annoverati i servizi sociali, sanitari, scolastici e i servizi pubblici locali (trasporto pubblico locale, erogazione di energia elettrica, gas, acqua, ecc.).

Contrasto ai clandestini presenti sul territorio - La denuncia degli agenti. Gli agenti in attività finanziaria che prestano servizi di trasferimento fondi (money transfer) acquisiscono e conservano per dieci anni copia del permesso di soggiorno se chi ordina l'operazione è un cittadino extracomunitario. In mancanza del titolo gli agenti effettuano, entro dodici ore, apposita segnalazione all'autorità locale di pubblica sicurezza, trasmettendo i dati identificativi del soggetto. Il mancato rispetto di tale disposizione è sanzionato con la cancellazione dall'elenco degli agenti in attività finanziaria.

I centri di identificazione ed espulsione. Sarà possibile prorogare sino ad un massimo di 180 giorni il periodo di trattenimento degli immigrati clandestini nei centri di identificazione ed espulsione (CIE). La norma si applica anche agli stranieri già presenti nei CIE alla data di entrata in vigore della legge.

Limitazione del divieto di espulsione. La legge limita il divieto di espulsione e di respingimento degli stranieri conviventi con parenti italiani, ai soli parenti entro il secondo grado, invece del quarto.

Verifica della casa. La legge prevede che a seguito dell’iscrizione anagrafica e delle richieste di variazione, gli uffici comunali possano procedere alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui si intende fissare la propria residenza. La norma fa riferimentoall’Ordinamento delle anagrafi della popolazione residente del 1954.
Per lo straniero che richiede il ricongiungimento familiare i requisiti di idoneità igienico-sanitaria dell’alloggio non vengono più accertati dall'Azienda unità sanitaria locale, ma dai competenti uffici comunali, insieme con l’idoneità abitativa.

Permesso di soggiorno più difficile. Permesso ‘a punti’. Con modifica del testo unico sull’immigrazione, viene introdotta la definizione del concetto di “integrazione” e prevede, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, l’obbligo per lo straniero di stipulare un “accordo di integrazione”, articolato su crediti, la cui disciplina è rimessa a un regolamento da emanare. La perdita integrale dei crediti comporta la revoca del titolo di soggiorno e l’espulsione amministrativa dello straniero.

Costi e tempi del rilascio del permesso. La richiesta di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno prevede un versamento di un contributo tra 80 e 200 euro, il cui ammontare sarà stabilito dal Ministro dell’Economia. È previsto un unico termine - 60 giorni prima della scadenza - per la richiesta di rinnovo.

Test di italiano. «Il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo è subordinato al superamento, da parte del richiedente, di un test di conoscenza della lingua italiana, le cui modalità di svolgimento sono determinate con decreto del Ministro dell'Interno, di concerto con il Ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca».

Condizioni più restrittive per l’ingresso. Alle condizioni che impediscono l’ingresso dello straniero in Italia vengono aggiunte le condanne con sentenza non definitiva e la condanna definitiva per reati in materia di tutela del diritto d’autore e contraffazione di marchi o prodotti industriali.

Dopo il matrimonio due anni per diventare cittadino italiano. Passa da sei mesi a due anni il periodo di residenza in Italia necessario dopo il matrimonio per lo straniero che sposi un cittadino italiano. Resta di tre anni per lo straniero residente all’estero. In entrambi i casi il periodo viene dimezzato in presenza di figli nati ‘dai coniugi’. Per contrarre matrimonio lo straniero deve esibire « un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano». Le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di un contributo di importo pari a 200 euro.

Status di rifugiato. Nella disciplina per la concessione del riconoscimento dello status di rifugiato vengono modificate le procedure per il ricorso giurisdizionale contro le decisioni relative alle domande di riconoscimento, per trasferire alcune prerogative (obbligo di notifica, possibilità di stare in giudizio) dalla Commissione nazionale per il diritto d’asilo al Ministero dell’Interno che le svolge tramite la Commissione stessa.

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