venerdì 19 settembre 2008

" Chained to the poll" ......



Dove ?: Monza (Milano, Lombardia) FOTO SHOCK !


IMMIGRANT CHAINED TO THE POLE IN AN ITALIAN POLICE STATION. THE POLICE COMPLAINED THAT ALL THE CELLS WERE OCCUPIED.....Hummm...
Over to you for your comments.
Quando: 18 Settembre 2008
Categoria: Cronaca

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La foto è stata diffusa da un sindacato di polizia, ed è comparsa con grande enfasi sul sito online del quotidiano La Repubblica.
Al commissariato di via Romagna a Monza, mancano le celle di sicurezza: dunque ecco la soluzione.
Ammanettano le persone fermate al palo. Mancano le celle di sicurezza, non c'è l'impianto antincendio,
si lamentano i rappresentanti sindacali che poi sottolineano i cronici problemi di organico: 'per una citta' di 130 mila abitanti circola una sola Volante e a volte con due soli agenti a bordo'




NON ERANO CRIMINALI

Amici degli immigrati uccisi: non erano criminali
CASERTA (19 settembre) - Davanti al negozio 'Ob Ob exotic Fashions' c'è lo zio di una delle vittime. Steven, ghanese, fa il giardiniere e dice che suo nipote Giulios, 32 anni, una delle vittime «era un bravo ragazzo. Non ha mai fatto nulla di male, non è un criminale». Steven mostra le sue mani per dimostrare che «noi qui ci ammazziamo di fatica, non siamo certo dei camorristi». Ripete la stessa storia anche Cristopher, liberiano di 28 anni. Lui conosceva Alaji, 28 anni, un'altra delle vittime. «Lavorava nel negozio di sartoria, era alla macchina da cucire quando è stato ammazzato - racconta Cristopher - la camorra? Forse cercava qualcun altro ma di certo nessuno dei nostri amici». Un altro extracomunitario, che parla solo la sua lingua, racconta che poco prima della strage due persone a bordo di due motorini avevano più volte fatto la spola davanti alla sartoria. Ma ad un certo punto le versioni degli africani sembrano contraddirsi. Uno di loro, infatti, sostiene che poco distante dalla strage c'era un Suv di colore nero in attesa, con all'interno alcune persone che poi si sono spostate davanti alla sartoria e hanno fatto la strage. Tra la folla di extracomunitari c'è anche Obodu, liberiano. L'uomo mostra le ferite: è una delle vittime del 18 agosto scorso quando nel centro di Castel Volturno i sicari ferirono a colpi di pistola e fucile 5 extracomunitari, ma senza provocare morti.

Rivolta a Castevolturno

Proteste dopo l'uccisione di sei extracomunitari: sparati 130 proiettili
Castelvolturno, rivolta degli immigrati dopo la strage di camorra
Vetrine rotte e auto in mezzo alla strada: «Non siamo trafficanti di droga, questo è razzismo»
Il luogo della strage (Epa)CASTELVOLTURNO (Caserta) - Circa 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un'auto e una moto. È questo lo scenario che gli investigatori hanno finora ricostruito dell'agguato in cui sono stati uccisi giovedì sera sei immigrati africani a Castelvolturno. Un volume di fuoco impressionante (a sparare sono stati un kalashnikov, una pistola calibro 9x21 e una 9x19), simile a quello impiegato nell'agguato di Baia Verde, sempre a Castelvolturno, vittima il gestore di una sala giochi, Antonio Celiento: in questo caso una sessantina i colpi esplosi. La quantità di proiettili usata in entrambi gli agguati è uno dei diversi elementi che fanno pensare a un solo gruppo di fuoco in azione: per averne la certezza occorrerà però attendere la perizia balistica. Gli inquirenti ritengono che, all'origine della strage degli immigrati, ci fosse una «spedizione punitiva» contro la sartoria, probabilmente un centro del traffico di stupefacenti. Per il momento non emergono piste diverse da quella del regolamento di conti.
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LA RIVOLTA - Nel frattempo, sale la rabbia a Castelvolturno: alcuni immigrati, bastoni in mano, hanno frantumato le vetrine di alcuni negozi e rivoltato auto in mezzo alla strada, distruggendo i vetri di altre vetture ferme. Il tutto davanti al luogo dove sono stati uccisi i sei stranieri. «Vogliamo giustizia - urlavano - non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false». Gli extracomunitari, soprattutto africani, puntano il dito contro chi li accusa di spacciare droga. «Noi siamo persone perbene, non è giusto che ogni volta che si parla di droga - dicono - siamo noi i colpevoli e questo solo perché è nero il colore della nostra pelle. Questo è razzismo». A un certo punto gli immigrati hanno iniziato a lanciare massi e oggetti pesanti contro la camionetta della polizia. La protesta è proseguita nel pomeriggio: gli immigrati hanno sradicato segnali stradali gridando «italiani bastardi».IL SINDACO - Preoccupato il sindaco di Castelvolturno. «Sono incontrollabili, temo qualcosa di grave» ha affermato Francesco Nuzzo, parlando al telefono, secondo quanto da lui stesso riferito, con il questore di Caserta, Carmelo Casabona. Il sindaco ha cercato di trattare con un gruppo di immigrati per fermare gli atti di vandalismo. A cercare di calmare gli animi sono anche alcuni stranieri che ai loro connazionali continuano a urlare: «Basta Basta».
La rabbia degli immigrati (Ap)LE INDAGINI - Nel frattempo l'attenzione degli investigatori si concentra sulle 'nuove leve' del clan dei Casalesi, cinque-sei personaggi fautori di quella strategia stragista che sembra aver prevalso nel clan rispetto a quella dell'inabissamento scelta dai 'capi storici' dopo i colpi subiti. Si tratta delle stesse persone, tutte latitanti, ritenute responsabili di buona parte degli attentati avvenuti negli ultimi mesi: Francesco e Alessandro Cirillo, quest'ultimo detto 'O Sergente', Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia (detto 'O zuoppo'), Giuseppe Setola, Emilio Di Caterino. Gli investigatori riterrebbero che è tra loro che bisogna cercare chi ha sparato centinaia di colpi lungo la via Domiziana. Come è tra loro che va cercato il killer di Umberto Bidognetti, ucciso il 2 maggio scorso, colpevole solo di essere il padre del pentito Domenico. E sempre i sei latitanti sarebbero i responsabili dell'assassinio dell'imprenditore Domenico Noviello, colpito il 16 maggio con 22 colpi di pistola a Castelvolturno dopo aver denunciato i clan, e dell'uccisione di Michele Orsi, freddato il 1 giugno. Il gruppo che fa capo ad Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola sarebbe anche responsabile del ferimento avvenuto il 30 maggio a Villaricca di Francesca Carrino, nipote di quella Anna Carrino compagna del boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e Mezzanotte, che ha lanciato appelli contro la camorra e che con le sue rivelazioni ha consentito l'arresto di diversi esponenti della cosca. Il ragionamento che viene fatto da investigatori e inquirenti è che, presi questi latitanti, la scia di sangue potrebbe interrompersi. Ma non solo. Un ulteriore colpo, assestato questa volta ai leader emergenti e non ai capi storici, potrebbe rimescolare di nuovo le carte all'interno dell'organizzazione dei Casalesi.
19 settembre 2008

IMMIGRATI IN FRANCIA

La proprietà: sistemeremo tutti

Occupato il «ristorante dei re»
In sala siedono solo i lavapiatti

Alla alla «Tour d'Argent» di Parigi la simbolica protesta contro il lavoro irregolare

(Ap)
(Ap)
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — Persino il più famoso ristorante
di Parigi impiega immigrati irregolari. Non è un'accusa, ma un fatto, denunciato da una quarantina di «sans papiers» che hanno organizzato mercoledì sera un'occupazione simbolica della «Tour d'Argent», il celebre tempio della gastronomia, dove si gusta (e si paga come «argent ») l'anatra numerata per ogni cliente. Fra essi, alcuni dipendenti del locale — a quanto pare sette lavapiatti impiegati da diversi anni — e altri clandestini che si sono uniti alla protesta per solidarietà. In sostanza, autodenunciandosi, i lavoratori sperano in una regolarizzazione. «Lavoro qui da nove mesi, cinque giorni su sette, dalle 10 alle 19, per 1.200 euro al mese, pago persino i contributi sociali a mio carico e potrei essere espulso dalla Francia dall'oggi al domani», dice Mediba, un giovane del Mali, seduto con i suoi compagni di lavoro sulle sedie in raso dei lussuosi saloni della «Tour». Per evitare danni eccessivi all'immagine del locale — i clienti ieri sono entrati da una porta secondaria — la direzione ha immediatamente reagito. Fabrice Rollo, responsabile delle risorse umane, ha dichiarato di non essere al corrente della presenza di lavoratori clandestini, ma si è impegnato ad avviare subito le procedure burocratiche per la regolarizzazione

«È una buona notizia, ma restiamo vigili», ha detto il rappresentante della Cgt, il sindacato che ha avviato da tempo la battaglia in difesa dei sans papiers, in particolare nei settori della ristorazione e dei servizi. Nella giornata di ieri, su ordine della direzione, i clandestini sono stati costretti a lasciare il ristorante. Ne sarebbe nato qualche parapiglia fra impiegati regolari, addetti alla sicurezza e al servizio e sans papiers. Alcuni hanno sporto denuncia per violenza. «Anche la Tour d'Argent dovrà rispondere alla giustizia e rispettare i diritti dei lavoratori», ha fatto sapere la Cgt, che intende rivolgersi alla magistratura. Nei mesi scorsi, altri famosi ristoranti e ritrovi parigini sono stati occupati per denunciare un fenomeno che — comprendendo imprese di pulizie, fast food e bar — riguarderebbe migliaia di persone. In alcuni casi, come avvenuto la primavera scorsa al Bistro Romain, una nota brasserie sugli Champs-Elysées, i proprietari del ristorante hanno dichiarato di essere solidali con i lavoratori in sciopero e di aver depositato presso la prefettura di Parigi i dossier di regolarizzazione. Ma si è scoperto che almeno una settantina di impiegati erano irregolari. Di fronte al giro di vita imposto dal governo, che negli ultimi mesi ha intensificato controlli ed espulsioni, l'autodenuncia dei camerieri e la solidarietà dei datori di lavoro può sembrare un risvolto grottesco e paradossale del problema, ma in sostanza conferma la scarsa sintonia fra misure di carattere politico e la realtà sociale ed economica di attività produttive (servizi, ristorazione, servizi alla persona) che non potrebbero funzionare a regime senza l'apporto di lavoratori stranieri. Il primo maggio scorso, per la prima volta migliaia di sans papiers sono sfilati in testa al corteo assieme ai lavoratori regolari. Negli ambienti del ministero dell'Immigrazione si ritiene che la solidarietà dei datori di lavoro e la pubblicità data all'avvio delle pratiche di regolarizzazione sia in qualche caso un modo per tirare una riga sulle irregolarità del passato, ma nello stesso tempo si è deciso di ampliare le possibilità di regolarizzazione, pur sottoponendo le richieste ad un esame caso per caso dei dossier. Dall'inizio del movimento, su circa 1.700 domande, più di 900 sono state accolte. E la regolarizzazione alimenta d'altra parte la speranza di nuove possibilità. Proprio ieri, alcune imprese di pulizia e artigianato sono state bloccate dallo sciopero di dipendenti irregolari, mentre proteste e astensioni dal lavoro si segnalano in alcune aziende editoriali. Il sindacato, come dice Raymond Chauveau della Cgt, non chiede sanatorie generalizzate, ma regole uguali su tutto il territorio nazionale. «Oggi si hanno differenze di trattamento da una prefettura all'altra o da un'azienda all'altra». A quanto pare, anche da un ristorante all'altro, come alla Tour d'Argent: anatre numerate e lavapiatti senza documenti.

http://www.corriere.it/esteri/08_settembre_19/sans_papier_ristorante_re_nava_f38a819c-860d-11dd-bef9-00144f02aabc.shtml

Massimo Nava
19 settembre 2008

Strage

Lo scontro a fuoco a Varcaturo al confine con la provincia di Caserta
Nel comune limitrofo di Castel Volturno ucciso anche il gestore di una sala giochi

Strage nel laboratorio tessile del napoletano
Sei nigeriani uccisi in un agguato

Nel conflitto anche un ferito ricoverato ora in condizioni non gravi




Strage nel laboratorio tessile del napoletano Sei nigeriani uccisi in un agguato
VARCATURO (NA) - Un regolamento di conti finito nel sangue nel Napoletano: un gruppo di spacciatori nigeriani è stato ucciso in un conflitto a fuoco. La sparatoria, con centinaia di colpi esplosi, ha causato sei vittime, tutte tra i 30 e i 40 anni, e un ferito a Varcaturo comune al confine con la provincia di Caserta e considerato da tutti il "regno dei nigeriani" a causa dei numerosi fabbricati occupati da extracomunitari.

Secondo le prime ricostruzioni, le vittime si trovavano in un laboratorio tessile, forse il deposito della droga, al chilometro 43 della statale della Domitiana. Nello scontro a fuoco è rimasto ferito un altro extracomunitario, colpito agli arti inferiori e prontamente ricoverato in ospedale in condizioni non gravi.

Nel comune limitrofo di Castel Volturno, in località Baia Verde, nel pomeriggio aveva subito un agguato Antonio Celiento, 53enne pregiudicato gestore di una sala giochi. L'uomo è stato colpito da una ventina di colpi di pistola, esplosi da uno o due sicari che hanno poi fatto perdere le loro tracce. L'omicidio si è verificato dentro il locale gestito da Celiento, che è deceduto poche ore dopo il ricovero.

Sulle due vicende indagano adesso le forze dell'ordine. Dietro i fatti c'è probabilmente la mano della camorra. In particolare l'agguato ai nigeriani potrebbe essere stato organizzato dai casalesi, per risolvere un contenzioso tra chi gestisce il narco traffico. Sempre più spesso la camorra si affida a bande di extracomunitari per smistare la merce nel territorio e forse in questo caso i nigeriani non hanno seguito le direttive del clan.
Tratto da Repubblica on line del 19/09/2008

mercoledì 17 settembre 2008

Sesso con 5 ragazzini stranieri

l precedente negli Usa

Denunciata educatrice di Bassano

La donna, 23 anni, assisteva i giovani dai 13 ai 16 anni nel doposcuola: i rapporti consumati a casa sua

MILANO — Finiti i compiti, l'iniziazione sessuale. Di gruppo. Lei, assistente di doposcuola, loro, ragazzini extracomunitari, vogliosi di crescere in fretta: baci, carezze, rapporti intimi. Non è «Malizia» 2008, con i protagonisti della società multietnica d'oggi. Siamo a Nordest, Bassano del Grappa, Vicenza. E questa, purtroppo, è una storia triste, dai contorni ancora incerti, un'indagine giudiziaria delicatissima, in corso. Al di là dei fatti da chiarire (e dei reati da addebitare), i primi elementi conoscitivi impongono una domanda: con quali criteri vengono selezionati i volonterosi/volontari (o le volonterose/volontarie) che entrano nelle aule scolastiche per dare una mano agli studenti in difficoltà? Pare, infatti, che la ventitreenne vicentina — né particolarmente bella né sexy — che assisteva i cinque stranieri (dai 13 ai 16 anni), alunni delle medie alle prese con un italiano zoppicante, avesse lei stessa qualche problema. Psichico? Mentale? Si vedrà.

Oggi, i giudici del Tribunale di Bassano, dove è fissato l'incidente probatorio, dovrebbero stabilire se la giovane è in grado di intendere e di volere. Il doposcuola per gli immigrati si svolgeva presso il seminario dei padri Scalabriniani di Bassano del Grappa, istituzione conosciuta e accreditata. Nel 2005, per dire, si svolsero in pompa magna le celebrazioni per il centenario della morte del fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini. Che, in vita, si dedicò ai «figli della miseria e del lavoro». Ai suoi tempi erano i migranti italiani che andavano nelle Americhe, oggi sono gli extracomunitari che cercano riscatto nel nostro Paese. Fatto sta che, da alcuni anni, il seminario ha aperto le porte alla Cooperativa «Extra che?» e ai suoi progetti di recupero. Dell'attività di «Extra Che?» si trova traccia nel sito «Veneto sociale», portale della Regione. La volontaria ventitreenne (raccomandata, a quanto si sa, da un cappellano) faceva parte dell'équipe e passava due pomeriggi della settimana con i 5 adolescenti. Terminati i compiti, il gruppo si trasferiva a casa dell'assistente. E qui, secondo i racconti dei ragazzi, si consumavano i giochi di sesso. A turno. Chi agiva, chi guardava. Finché il tam tam sotterraneo è arrivato al preside di un istituto frequentato dagli extracomunitari. Infine, la denuncia e l'inchiesta. «Solo baci e carezze», si difende lei.

Marisa Fumagalli
16 settembre 2008(ultima modifica: 17 settembre 2008)

http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_16/sess_ragazzi_aed56476-83ac-11dd-8a6a-00144f02aabc.shtml
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Italian female teacher accused of sex with five teenage pupils

Europe News

Sep 16, 2008, 9:13 GMT

Bassano del Grappa, Italy - A female teacher in Italy who gave Italian language lessons to immigrant children has been accused of having 'sex sessions' with five of her teenage pupils, news reports said Tuesday.

The boys, aged between 13 and 16, allege that the 23-year-old woman would invite them to her home following afternoon classes held at a Roman Catholic seminary in the north-eastern town of Bassano del Grappa.

Once at home, the woman, a volunteer teacher whose name was not mentioned in the reports, would engage in sex acts with some or all of the boys, according to the allegations.

Before pressing any formal charges, an investigating judge is to determine the mental state of the woman, the news reports said.

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TOLERANCE :SEX/GENDER ,RACE, RELIGION








SEX/GENDER ,RACE, RELIGION


Berlusconi: il razzismo non c'entra


Ucciso a sprangate al grido di "Negro di merda"

Ucciso a sprangate al grido di "Negro di merda"

di Michele Bono

MILANO - Abdul Salam Guibre, 19enne italiano originario del Burkina Faso, muore ucciso a sprangate per mano di due uomini, padre e figlio, che in seguito ad un furto di un pacco di biscotti nel loro chiosco ambulante, roventi d'ira razzista, mentre urlano frasi ingiuriose contro il ragazzo, lo massacrano a randellate.

Gli agenti di polizia accorsi sul fatto del delitto dichiarano a cuor leggero che "nonostante gli insulti l'omicidio non ha nulla a che fare con il razzismo". Certo, perché anche se il taccheggiatore fosse stato italiano, avrebbe fatto la stessa fine. Massacrato a sprangate. Giusto Così.

La Lega, con una coda di paglia in fiamme che brucia le natiche dei suoi esponenti intransigenti, quelli dalla tolleranza zero in stile Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso, che saluta col braccio teso fascista la sua platea di dementi, butta le mani avanti e dichiara che tutte le polemiche che sorgeranno non sono altro che semplice strumentalizzazione politica.


Già…strumentalizzazione. Una parola che indica la manomissione della verità per scopi secondari che si allontanano dalla realtà dei fatti. Quale sarebbe, allora, il motivo celato dietro al rovesciamento di una verità tanto palese? Mettere in difficoltà la propaganda autoreferenziale del partito del nord? Attribuirgli un omicidio a sfondo politico?

Forse. Ma la verità è che un ragazzo di colore è morto per aver rubato un pacco di biscotti mentre i suoi sicari inveivano contro il suo colore della pelle. "Negro di merda" dicevano, mentre la sua testa veniva fracassata a colpi di razzismo, che poi, secondo la polizia, razzismo non è. Cos'è allora? Giustizia sociale? Divina? Politica?

La vignetta di Molly Bezz



Semplicemente la giustizia di un paese soffocato dalla propaganda, essa sì strumentalizzata, di chi invoca un problema sicurezza legato all'immigrazione clandestina che individua nel diverso il virus da debellare per poter finalmente tornare alla prosperità economica. Come se lo straniero fosse delinquente in quanto straniero, un malvagio fine a se stesso de-storicizzato che verrebbe in Italia per mettere in pratica il male gratuito.

Giustizia, invece, secondo gli antichi, secondo la tradizione platonica, è la virtù secondo la quale ognuno, all'interno dello Stato di appartenenza, svolge il compito che più gli è proprio. Secondo questo principio, quindi, la morte di Abdul Salam Guibre è giusta.

Il ragazzo stava rubando, cosa che è propria solo degli extra-comunitari; gli italiani che lo hanno ammazzato come un cane stavano difendendo la loro proprietà privata, atteggiamento degno del miglior capitalismo occidentale; i poliziotti che sono accorsi per accertare le cause del delitto hanno asservito il padrone politico di turno rilasciando dichiarazioni neutro, come si fa nelle migliori dittature mediatiche; i politici che hanno sprecato tante parole per un fatto di cui non gliene frega nulla hanno assolto al loro compito di retori, come la peggiore propaganda di destra e di sinistra insegna da decenni.

http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=1205:ucciso-a-sprangate-al-grido-di-negro-di-merda&catid=106:congresso-prc&Itemid=312

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Ragazzo ucciso. Berlusconi: il razzismo non c'entra

Il Viminale me lo ha assicurato: non c'è movente xenofobo

postato 1 giorno fa

ARTICOLI A TEMA

Roma, 15 set. (Apcom) - La vicenda che ha visto uccidere un ragazzo di colore a Milano non è da legare a episodi di xenofobia o di razzismo. Lo ha riferito il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso della registrazione della prima puntata di Porta a porta. "Ho parlato con i responsabili del ministero dell'interno - ha spiegato - e mi hanno espresso che nella vicenda il razzismo non c'entra nulla".

Il premier ha spiegato che gli autori dell'omicidio, padre e figlio venditori ambulanti, non hanno agito "con un movente xenofobo", ma avrebbero reagito così dopo esser stati oggetto di numerosi vessazioni e tentativi di rapine anche da parte di immigrati.

http://notizie.alice.it/notizie/top_news/2008/09_settembre/15/ragazzo_ucciso_berlusconi_il_razzismo_non_c_entra,16072644.html?pmk=rss

martedì 16 settembre 2008

Racist attack in Milan leaves one dead

Published on the 15-09-2008

Racist attack in Milan leaves one dead

Italian police on Monday played down accusations that the murder of an immigrant beaten to death after he allegedly stole a packet of biscuits from a Milan bar over the weekend was a racist attack.

Nineteen-year-old Abdul Salam Guibre, an Italian citizen originally from Burkina Faso, is thought to have stolen the biscuits with two friends from a bar near the city's central station on Sunday.

Bar owners Fausto Cristofoli, 51, and his son Daniele, 31, chased the three men in a van they used as a mobile cafe', allegedly shouting ''thieves, f****** niggers'', before catching them up.

The three men began throwing bottles at the bar owners and armed themselves with improvised clubs, but were beaten with an iron bar used to open the van's service window.

Guibre was hit around the head and fell into a coma, dying in hospital a few hours later.

Milan mobile police unit chief Francesco Messina admitted there had been ''an exchange of insults'' between the men, but said the attack had been motivated by theft.

''The fact is that a boy is dead because of a packet of biscuits and there are two people who have committed murder and who will pay,'' he said.

The incident reignited a debate over the Italian government's recent crackdown on public safety and immigrant crime, with Democratic Party opposition leader Walter Veltroni accusing the centre-right of encouraging ''a climate of hate and intolerance''.

Italian Communists' Party leader Paolo Ferrero singled out the Northern League party for ''xenophobic and racist campaigns''.

''Episodes like the one in Milan are the fruit of a climate of poison created by political forces like the League that hold up immigrants as the source of all evil,'' Ferrero said.

Northern League House whip Roberto Cota hit back at criticism as ''unworthy exploitation'' of Guibre's murder.

But Milan's centre-right mayor, Letizia Moratti, acknowledged the anti-immigrant overtones of the attack in her condolences to Guibre's family.

''Milan strongly condemns such episodes of intolerance and racism,'' she said.

http://www.italymag.co.uk/italy/crime/racist-attack-milan-leaves-one-dead

Da immigrato a imprenditore

Scorre a ritroso il film della sua vita, mentre racconta la sua carriera di imprenditore. Un'avventura condita da sventure, coincidenze fortunate, tanto lavoro e rospi mandati giù. Rivede fotogrammi che aveva quasi dimenticato, come le immagini di una fredda notte trascorsa dentro una cabina del telefono, a Castiglione delle Stiviere, riparo di fortuna per un giovane immigrato - erano gli anni Ottanta - che era stato appena sfrattato perché non aveva i soldi per pagare l'affitto di casa. Un tuffo in un passato che ora sembra lontano anni luce per Kolawole Musibau Olajide, 51 anni, nigeriano di origine ma ormai cittadino italiano a tutti gli effetti. E' uno di quelli che ce l'ha fatta, uno straniero che a Mantova ha trovato l'America. Un'azienda tutta sua, con 18 dipendenti a libro paga.

Anche in provincia di Mantova l'imprenditoria straniera è in crescita. E la Kola-Cem, l'azienda di Olajide che opera nell'edilizia - in particolare nel settore dei prefabbricati - è una delle realtà che riescono a stare sul mercato, e a dare lavoro ad altri immigrati. «Ma non solo - racconta il titolare - con me lavorano anche un paio di operai italiani». Oggi a libro paga ci sono 18 persone «ma la media è di 15 unità - continua Olajide - devo per forza ricorrere ai contratti a tempo determinato perchè il lavoro va e viene. Se ci fosse un po' di stabilità in più nel settore potrei assumere tutti a tempi indeterminato».

Il precariato, insomma, è un problema. L'avventura dell'imprenditore nigeriano in Italia inizia nel 1979. Nella capitale Lagos vive ancora la famiglia di Olajide, i genitori - titolari di un'impresa di costruzioni - e gli zii. «A 22 anni facevo il ragioniere nell'azienda di famiglia - racconta il titolare della Kola-Cem - ma volevo studiare, e diventare architetto. Ecco perché ho deciso di venire in Italia».

I primi anni sono duri, nonostante l'impegno della famiglia a mantenere il giovane studente che, dopo il diploma all'Istituto d''arte di Guidizzolo, si iscrive al Politecnico di Milano. «I soldi non sempre arrivavano in tempo da Lagos - ricorda Olajide - ogni tanto lavoricchiavo per guadagnare qualche spicciolo ma ero sempre al verde. Di quegli anni ricordo una notte tremenda, era quasi Natale, passata a dormire in una gelida cabina del telefono, a Castiglione. I padroni di casa erano brave persone, ma non si fidavano più di fronte alle continue richieste di rinvio dell'affitto. E mi hanno sfrattato».

L'imprenditore ha conosciuto la povertà, quella vera. «Se fossi rimasto al mio Paese sarei stato meglio - continua sorridendo - per un certo periodo della mia vita l'unico modo per metter insieme una cena era andare alla mensa dei poveri, dai frati, in stazione Centrale a Milano». Anni di sacrifici, la spola tra Castiglione e il capoluogo lombardo. Fino alla conquista della laurea in architettura. «Era il 1986 - aggiunge l'architetto Olajide - subito dopo sono tornato a Lagos, per un paio d'anni, anche se l'Italia mi mancava ogni giorno di più».

Al rientro a Mantova trova subito un lavoro nell'edilizia, nel settore della costruzione dei prefabbricati. Cambia tre aziende, fino a diventare direttore di stabilimento. «Per 5 anni ho fatto su e giù da Parma - spiega - poi quando l'azienda ha messo al mio posto un giovane geometra italiano, assunto da poco, mi sono licenziato. E mi sono messo in proprio».

Oggi la Kola-Cem, l'azienda di Kolawole Musibau Olajide, costruisce prefabbricati per conto terzi. «Il lavoro va bene, anche se tutti i giorni è una sfida nuova - dice - e sono soddisfatto». Merito anche della bella famiglia, una moglie e due figli (la più grande, 25 anni, è fresca di laurea in marketing a Parma, il più piccolo va alle superiori). «La mia terra? Mi manca molto - conclude l'imprenditore - anche se l'Italia mi ha dato tanto. Oggi nel mio Paese ci sono grandi opportunità di crescita. E se un giovane ha voglia di fare, e spirito di sacrificio, in Nigeria può realizzarsi in fretta».

Corrado Binacchi
(15 settembre 2008)


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