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venerdì 23 maggio 2014

Borghezio alla scuola multietnica, le mamme lo cacciano

“Vi libereremo dall’invasione degli stranieri” grida l’eurodeputato davanti alla Pisacane di Roma. Ma non riesce a finire il comizio

Borghezio alla scuola multietnica, le mamme lo cacciano

on . Postato in news

Roma – 23 maggio 2014 - A un passo dalla chiusura della campagna elettorale, il leghista Mario Borghezio cerca di convincere gli italiani a mandarlo di nuovo al Parlamento Europee. È candidato nella circoscrizione centro e il suo tour elettorale lo ha visto diverse volte a Roma nei quartieri più multietnici della capitale.
Dopo l’irruzione durante il capodanno bangla a Casalbertone, dove contestava l’occupazione illegale della struttura in cui la comunità stava celebrando l’evento e dopo aver distribuito il pane alle famiglie tra le vie del quartiere Esquilino, gli slogan anti immigrati di Borghezio non potevano risparmiare Tor Pignattara.
Il candidato ha scelto di rivolgersi agli elettori davanti ad una delle scuole più famose d’Italia per l’ altissima presenza di alunni di origine straniera, l’istituto elementare Carlo Pisacane, laboratorio importante spesso al centro di polemiche.

Questa volta Borghezio però non è stato ben accolto dagli abitanti del quartiere. Due mamme si sono avvicinate a lui invitandolo ad andare via. Infatti, come riporta Romanotizie, l’europarlamentare ha fatto appena in tempo a pronunciare le prime parole al megafono: "Vi libereremo dall’invasione degli stranieri".
Di fronte alle rimostranze di Borghezio, si sono unite alle mamme alcune persone del quartiere fra cui un signore anziano e un ragazzo che passava lungo la via. Le urla sono arrivate anche dai balconi lungo via Policastro da parte dei tanti che sentendo rumori si erano affacciati incuriositi.

Il leghista ha abbandonato la sua postazione allontanandosi dalla scuola Pisacane e dal quartiere. Poi ha postato sulla sua pagina Facebook il video di quella che definisce un’ ”aggressione”. “La Pisacane – sottolinea l’eurodeputato - è famosa per essere la scuola con più alunni stranieri in Italia, 173 su 190, e per aver proposto l'inserimento dell'ora di islamismo”.

Sul web non sono mancati i commenti a questa vicenda. Il deputato PD Khalid Chaouki, tra gli altri, twitta: “Evviva le mamme della scuola Pisacane di Torpignattara! Fuori Borghezio e la sua propaganda razzista dall'Italia e dall'Europa!”
Samia Oursana

 http://www.italianipiu.it/index.php/news/940-borghezio-alla-scuola-multietnica-le-mamme-lo-cacciano

 http://youtu.be/JxOQR0h4Dkc

martedì 17 dicembre 2013

La doppia bufala sulla Kyenge e il 10% dei posti di lavoro per gli immigrati

La doppia bufala sulla Kyenge e il 10% dei posti di lavoro per gli immigrati

di - 16/12/2013 - Un innocente dialogo è "diventato" una proposta di legge

La doppia bufala sulla Kyenge e il 10% dei posti di lavoro per gli immigrati

Una bufala già nota come tale si trasforma e diventa ancora più verosimile, eccitando il branco di quelli che non sono razzisti, ma questi neri non li sopportano proprio.
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LA BUFALA CHE SI TRASFORMA - Già qualche giorno addietro il sito Bufale un tanto al chilo aveva notato come Libero poco tempo fa avesse trasformato due frasi pronunciate da Livia Turco e dal ministro Kyenge nella proposta di una riserva di legge per garantire agli immigrati rappresentanza in partiti, sindacati e aziende. Ma poi sono arrivati quelli della pagina Facebook «Il popolo non si piega ma si ribella» e la notizia è diventata che il PD vuole «il 10% dei posti di lavoro riservati agli immigrati.» Che è un’invenzione campata sul nulla

COME I CANI DI PAVLOV - Impagabili e come al solito inguardabili  i commenti a capolavori del genere, traboccanti del razzismo di che ce l’ha con gli immigrati e considera quelli neri in particolare come «scimmie», il termine usato più frequente come sinonimo d’immigrato di colore da quelle parti. «Io penso che stanno portando il popolo italiano ad essere razzista» dice un commento, senza rendersi conto di essere già un razzista fatto e vestito, che frequenta una pagina che sparge bufale razziste costruite ad uso e consumo di razzisti che come lui si eccitano prima di accendere il cervello e notare che la «notizia» scandalosa è già smentita dalla stessa Ansa citata per corroborarla.

mercoledì 25 settembre 2013

L’Europa difende Cécile Kyenge dagli italiani

L’Europa difende Cécile Kyenge dagli italiani

di   - 24/09/2013 - Per la prima volta nella storia i rappresentanti di 16 stati membri dell'UE si schierano con una ministra contro il razzismo

Dopo gli attacchi più o meno razzisti dei mesi scorsi Cécile Kyenge ha ottenuto la solidarietà dell’Europa. Ben 17 paesi dell’UE si sono trovati a Roma per dare sostegno alla ministra dell’Integrazione, paragonata ad un orango-tango da Calderoli e ripetutamente oggetto di attacchi rivolti contro il suo colore della pelle. Una novità nella storia dell’UE,  che rafforza l’impegno della Kyenge, in realtà piuttosto isolata nel governo Letta.

cecile kyenge Ue 4
UE CON LA KYENGE - L’Unione europea quasi sempre divisa ritrova un’unità nella difesa di Cécile Kyenge. L’incontro a Roma tra la Kyenge e altri 16 ministri o rappresenti di stati membri dell’Ue appare come una piena solidarietà alla responsabile del dicastero dell’Integrazione, che ha ricevuto una lunga serie di attacchi razzisti, a partire dal paragone con un orango-tango pronunciato da Roberto Calderoli. 17 rappresentanti di altrettanti Stati Ue si sono riuniti ed hanno condiviso una Dichiarazione contro il razzismo. L’iniziativa è partita dal  vicepremier e ministro dell’Interno del Belgio Joelle Milquet, esponente di un partito centrista vallone, che ha mobilitato i colleghi a difesa di Cecile Kyenge, vittima di numerosi attacchi di stampo razzista sin dal momento della sua nomina.
EUROPA DELLE DIVERSITÀ  - I responsabili di Belgio, Lituania, Lettonia, Irlanda, Svezia, Francia, Grecia, Croazia, Polonia, Portogallo, Gran Bretagna, Romania, Bulgaria, Cipro e Malta, insieme al ministro Kyenge, hanno proposto agli Stati membri e alla Commissione europea di lanciare  un Patto settennale, dal  2014 al 2020, per una “Europa delle diversità” e per contrastare tutte le forme di razzismo, xenofobia e discriminazione. ”I leader politici – si afferma – devono essere modelli di unità, di accettazione della diversità e di tolleranza, non attori di divisioni e intolleranza”.  Nella Dichiarazione di Roma, il documento condiviso nel Meeting lanciato dalla Milquet e dalla Kyenhe, sono fermamente condannati «i programmi politici e le organizzazioni basate sul razzismo, la xenofobia e le teorie di superiorità razziale». La Dichiarazione chiede inoltre ai paesi membri dell’UE l’adozione di «strumenti legali per l’effettiva prevenzione, repressione ed eliminazione del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della discriminazione di genere».
LOTTA AL RAZZISMO - La vice primo ministro del Belgio, Joelle Milquet, ha ribadito l’importanza della presa di posizione in supporto di Cécile Kyenge. «Dobbiamo reagire alle manifestazioni di razzismo», ha rimarcato la Milquet, che ha definito inaccettabili gli attacchi subiti dalla collega italiana. «Era importante reagire e agire, in tutta l’Europa ci sono movimenti politici che predicano il rifiuto dell’altro, dello straniero, occorre mobilitarsi per riaffermare i valori della tolleranza». La ministra italiana ha invece precisato che la solidarietà europea nei suoi riguardi non rappresenti un problema legato solo alla sua persona. « Questo problema non riguarda solo me, sono atteggiamenti che stanno riaffiorando ovunque. Bisogna cercare di reagire non solo in quanto sostegno alla mia persona, ma cercando di riaffermare i valori dell’Europa. Il nostro messaggio oggi è quello che vogliamo riaffermare la cultura della solidarietà, dei nostri valori all’interno dell’Ue, e dobbiamo farlo anche in vista delle elezioni europee».
MESI DI INSULTI - La nomina di Cécile Kyenge al ministero dell’Integrazione ha da subito suscitato forti polemiche. Non solo il colore della pelle, ma anche le posizioni della ministra Kyenge hanno creato un movimento di opposizione che, per quanto apparentemente minoritario, è stato molto feroce nei suoi attacchi. Dopo essersi schierata pubblicamente in favore dello ius soli, l’esponente del PD ha subito continue provocazioni da parte della Lega Nord, che per alcune settimane l’ha praticamente assediata in ogni iniziativa svolta sul territorio. Allo stesso tempo sono partiti pesanti attacchi personali, culminati nel paragone con un orango-tango declamato, tra la delizia della folla, dal leghista, ed ex ministro, Roberto Calderoli. Forza Nuova, partito neofascista, è stata ancora più aggressiva, lanciando banane sul palco delle feste dove parlava la Kyenge, e depositando manichini che rappresentavano immigrati morti contro lo ius soli. Una serie di attacchi violenti che hanno provocato una presa di posizione dell’Ue piuttosto inusuale.

martedì 27 agosto 2013

Kyenge, quattro mesi di insulti e razzismo: la vita agra del primo ministro afro-italiano

Kyenge, quattro mesi di insulti e razzismo:
la vita agra del primo ministro afro-italiano

Da "scimmia" a "prostituta", l'ininterrotta sequela di offese rivolte contro l'esponente del governo di origini congolesi da parte di parlamentari, dirigenti, amministratori, consiglieri comunali di Lega e Pdl. Con le relative "scuse" e spiegazioni "politiche"
ROMA - 'Noi non siamo razzisti, è lei che è negra'. Politicamente scorretta, la famosa battuta riassume purtroppo un atteggiamento diffuso nella politica di destra e centrodestra rispetto a Cécile Kyenge, cittadina italiana di origine congolese, primo ministro di colore nella storia della Repubblica. Sin dai primi giorni dopo la sua nomina al ministero dell'Integrazione, in dichiarazioni pubbliche con l'ammicco, in post su blog e frasi su Facebook e Twitter, lo stato d'animo di moltissimi esponenti della destra parlamentare rispetto a Kyenge - la Lega è la prima, ma la 'pancia istituzionale' del Pdl non è stata da meno - ha trasudato una non contenibile insofferenza spesso precipitata nell'insulto razzista.

Il metodo è sempre uguale: prima si lancia l'insulto, poi si chiede scusa, si annunciano espiazioni, si assicura che il razzismo non c'entra nulla e che si tratta di ragioni politiche. In realtà, come conferma anche l'ultimo caso dell'assessore di Diano Marina (Imperia), che ha assimilato il ministro a una prostituta (salvo poi pentirsi e scusarsi), le improbabili spiegazioni successive, con la particolarità di epiteti e insulti scelti, rivelano un sostrato culturale colonial-fascista che l'avvento della società multiculturale e multirazziale ha riportato a galla in una parte del paese. Non si può spiegare altrimenti il martellamento a cui Cécile Kyenge è stata sottoposta nei suoi quattro mesi da ministro. Eccone un parziale, ma impressionante, riassunto.

Le prime offese contro Kyenge arrivano ad appena due giorni dalla sua nomina. Pesanti insulti fanno la loro comparsa sui siti della galassia nazi. "Scimmia congolese", "Governante puzzolente", "Negra anti-italiana", sono le offese che si leggono su Stormfront, Duce.net e le pagine dei gruppi attivi su Facebook. In concomitanza, l'europarlamentare leghista Mario Borghezio, conia lo slogan "ministro bonga bonga". Per il quale sarà anche espulso dal suo gruppo a Strasburgo (l'EDF).

Il 2 maggio sul muro esterno del liceo scientifico Cornar, a Padova, compaiono frasi ingiuriose contro il ministro e quattro giorni dopo è la volta di un consigliere leghista di Prato, che ancora su Facebook dedica alla Kyenge l'epiteto 'nero di seppia'. Prima dell'improbabile autodifesa: soltanto una zingarata.

Meno di una settimana dopo l'attacco viene ancora dal Carroccio. L'autore è il segretario lombardo Matteo Salvini. Il triste pretesto è la follia di Mada Kabobo, che uccide tre persone a picconate a Milano. "I  clandestini che il ministro di colore vuole regolarizzare ammazzano a picconate: Cecile Kyenge rischia di istigare alla violenza nel momento in cui dice che la clandestinità non è reato, istiga a delinquere".

Si scaglia contro il ministro dell'Integrazione, qualche settimana dopo, anche un consigliere Pdl del quartiere San Vitale a Bologna: "Meticcia sarà lei" - scrive Alessandro Dalrio su Facebook - commentando una visita in città della Kyenge. Ma, tra gli episodi più gravi, va senz'altro registrato il post di Dolores Valandro, consigliera leghista padovana che sempre su Facebook, il 13 giugno, riserva parole shock al ministro: "Ma mai nessuno che la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato?". L'autrice sarà poi espulsa dal partito e condannata a 13 mesi per direttissima. Ancora più disarmante la sua giustificazione: "Non sono cattiva, era solo una battuta". Neanche le polemiche che si scatenano frenano però gli esponenti del Carroccio. Sette giorni dopo dalla pagina ufficiale Facebook della sezione della Lega di Legnano (Verona) parte un nuovo attacco alla Kyenge. Colpevole di aver definito gli immigrati una risorsa. "Se sono una risorsa... va a fare il ministro in Congo! Ebete".

A metà luglio il caso più grave dal punto di vista istituzionale. E' il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, a provocare un'indignazione politica bipartisan. "La Kyenge? Sembra un orango", dice alla festa leghista di Treviglio. Scosso il Quirinale, furioso il premier Letta, il Pd che chiede le dimissioni dell'ideatore del Porcellum. Inutile: Maroni condanna l'episodio, ma il partito non forza la mano e Calderoli resta al suo posto." Solo una battuta simpatica, ho telefonato per scusarmi" dirà l'interessato, prima di consegnare un mazzo di fiori in Aula al ministro. La retromarcia non gli evita di essere indagato per diffamazione e discriminazione razziale. Il caso arriva fino all'Onu che definisce scioccante l'affermazione del leghista. Reagisce la società civile e il fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, dichiara: "Calderoli a Eataly non può entrare, per motivi di igiene".

Sembrerebbe abbastanza per consigliare anche ai più esagitati una pausa di riflessione. Ma quella leghista per la Kyenge è una vera ossessione. Due giorni dopo le offese del vicepresidente del Senato, è il segretario della Lega Emilia, Fabio Rainieri, ad attaccare: "Il ministro Kyenge è entrata in Italia da clandestina". Il 18 luglio è invece la volta di Agostino Pedrali, assessore al comune di Coccaglio (Brescia): "Sembra una scimmia", scrive su Facebook. "Parassita" è invece l'insulto  che le riserva Luciano D'Arco, consigliere indipendente (ma ex leghista) di Casalgrande, nel Reggiano.

Un climax che porta a un altro episodio inquietante: il lancio di banane contro il ministro intervenuto alla festa Pd di Cervia. "Uno schiaffo alla povertà" e "uno spreco di cibo" è la replica ironica della Kyenge, chericeve solidarietà bipartisan da tutto il mondo politico. Gianluca Pini, segretario della Lega in Romagnainvita il ministro alla festa della Lega per provare a riportare il confronto su un piano civile, Terreno non congeniale a tutti. Se è vero che lo stesso giorno è un consigliere ex An di Prato, Giancarlo Auzzi, a scrivere su Facebook: "Banane? E' quello che si merita, un rappresentante di questo governo". Negli stessi giorni, un nuovo affronto leghista si registra a Cantù, quando due consiglieri (e un terzo ex del Carroccio) lasciano l'aula del consiglio comunale all'arrivo del ministro.

"Maroni fermi gli attacchi contro di me", replica lei all'indomani, o non vado alla festa della Lega. Appello che resta inascoltato. Anzi un altro esponente leghista di prima linea, l'ex ministro Roberto Castelli, rincara la dose: "E' una totale nullità". Salta così l'incontro, ma non si fermano gli insulti. L'ennesima offesa da un componente della giunta di Lograto, centro del Bresciano: "Vaff... musulmana di m..", scrive su FacebookGiuseppe Fornoni. Ad agosto, infine, Matteo Salvini annuncia un referendum contro il ministerodell'Integrazione: "Inutile e da abolire".
http://www.repubblica.it/politica/2013/08/25/news/la_politica_razzista_all_attacco_del_ministro_kyenge-65259183/#gallery-slider=65305952

giovedì 22 agosto 2013

Borghezio: "Faccetta nera presagio di un’Italia meticcia"

   Borghezio: "Faccetta nera presagio di un’Italia meticcia"



L’eurodeputato leghista: “Siamo nelle mani di Cecìle Kyenge e dell’ideologia mondialista. I loro protetti possono tranquillamente distruggere i Cie”
Roma – 21 agosto 2013 – Mario Borghezio torna ad attaccare la ministra dell’integrazione e l’Italia multietnica, rispolverando anche un motivetto fascista.

“La signora Kyenge  coglie ogni occasione, persino calcistica per bacchettarci con lezioni di democrazia, bon ton, diritto, politica interna ed internazionale, in un prossimo domani anche filosofia e religione... Nel governo, la Kyenge non e' solo un semplice ministro senza portafoglio dell'integrazione, e' ormai colei che detta l'intera politica dell'immigrazione, dallo ius soli alla Bossi-Fini, per finire con i 'buu' ai calciatori di colore'' dichiara l’eurodeputato della Lega Nord.

“Questo – aggiunge - e' un problema politico, che la dice lunga sull'ideologia mondialista del governo presieduto dal 'trilateral' Letta. Chi ha votato per i partiti 'moderati' che sostengono il governo, se ne facciano una ragione: siamo completamente nelle mani di Cecile Kyenge”.
“Faccetta nera, lo capiamo solo ora, non era come sembrava un canto colonialista, ma un presagio di una futura Italia meticcia, dove i loro protetti clandestini possono tranquillamente distruggere i Cie, pagati con le nostre tasse, e per noi, se ci permettiamo di muovere qualche critica, e' pronta l'accusa di razzismo'', conclude Borghezio.
http://www.stranieriinitalia.it/attualita-borghezio_faccetta_nera_presagio_di_un_italia_meticcia_17610.html

lunedì 10 giugno 2013

Lettera aperta a Libero: Immigrati nei talk show? Che c’è di male?

Lettera aperta a Libero: Immigrati nei talk
show? Che c’è di male?


Mercoledì 5/06/2013,
Lettera aperta – con cortese preghiera di comunicazione
All’attenzione del direttore e della redazione del Quotidiano Libero,
Che c’è di male se partecipano giovani quando si parla di giovani, donne quando si parla di donne, diversamente abili quando si parla di disabilità… etc. E quindi non crediamo ci sia nulla di scandaloso o sovversivo se anche gli immigrati trovano spazio, almeno nei dibattiti che li riguardano direttamente.
Lo diciamo in risposta all’articolo intitolato «Il diktat: Immigrati in Televisione. La Boldrini vuole le “quote nere” nei talk show» apparso sulla vostra testata ieri (04/06/2013).
Come persone “di origine straniera” in Italia siamo circa 5 milioni. Cittadini provenienti da molte nazionalità, la maggior parte dei quali provenienti dall’est Europa e quindi mediamente più “bianchi” del famoso “italiano medio”. Dunque, caso mai, di “quote bionde” nei Talk show si potrebbe parlare e non di quelle nere. Di fatto gli immigrati sono già presenti in tutti gli ambiti: economici, sociali e culturali ed è normale anche se molti faticano ad accettarlo che lo siano anche in ambito politico e mediatico

Non siamo stati portati in Italia da una sinistra in cerca di elettori, come spesso può sembrare a leggere alcuni vostri ragionamenti, ma da una forte richiesta di mano d’opera a basso costo. Richiesta formulata ogni anno dalla Confindustria e dagli agricoltori. Nonché dalle famiglie italiane in cerca di collaboratrici domestiche, personale di cura e baby-sitter, per sopperire all’assenza di sostegno dello Stato alle famiglie con bambini, malati e anziani a carico. E non crediamo che in Italia tutti gli industriali, tutti gli agricoltori e tutte le famiglie siano di sinistra.
5 milioni sono circa un decimo della popolazione residente in Italia, che come ogni gruppo umano ambisce al riconoscimento e alla partecipazione. Ma nella storia ogni passo di emancipazione per una popolazione emarginata è stato letto come un attacco ai diritti della maggioranza. Gli schiavisti hanno vissuto male la liberazione degli schiavi. Molti maschilisti continuano a vivere i diritti delle donne come attacchi ai diritti dei maschi. Molti bianchi del sud degli Stati Uniti abituati ai privilegi hanno vissuto il diritto di una donna nera stanca a rimanere seduta in autobus come un diktat dei neri sui bianchi. Ma i diritti non si rubano a nessuno. Una porzione di rappresentazione lasciata alle minoranze non ha mai leso il diritto delle maggioranze. Anzi, ha sempre alzato il livello generale dei diritti di tutti.
ll suo giornale è dichiaratamente di destra, ma non per questo deve sposare per forza una linea xenofoba e razzista che vede nel diverso solo pericolo e negatività. Non a nome di un contrasto alla sinistra. Nello scontro che portò alla fine della schiavitù negli stati uniti c’era da una parte Lincoln, uomo di destra delle industrie del Nord, dall’altra Il Generale Lee, uomo di destra delle piantagioni del Sud. Una destra che guardava al futuro contro una che era ancorata nel passato. Così come alcuni dei peggiori razzisti che ha conosciuto la storia erano gente di sinistra.
Voi avete la scelta tra essere la voce di una destra europea, moderna, che guarda al futuro. Oppure restare ancorati ai resti di un passato colonialista e razzista che tentano di uscire dalla pattumiera della storia. Il mondo nel frattempo va avanti.

Firmato:
- Adel Jabbar e Karim Metref per l’Associazione Nazionale Prendiamo La Parola (prendiamolaparola.org) contatto: prendiamolaparola@gmail.com
- Associazione Nazionale Stampa Interculturale ( http://www.associazioneansi.org) contatto: Presidenza@associazioneansi.org

 FONTE. http://prendiamolaparola.org/2013/06/06/lettera-a-libero/


martedì 21 maggio 2013

I 10 Paesi più razzisti del mondo


I 10 Paesi più razzisti del mondo

La maglia nera va ad Hong Kong, mentre i più tolleranti sono gli Usa, la Gran Bretagna e il Canada. L'Italia classificata come Paese non razzista

I 10 Paesi più razzisti del mondo
Atene. Migliaia di immigrati manifestano contro il razzismo (Credits: Epa/Alkis Konstantinidis)
di Anna Mazzone
La mappa dei razzisti nel mondo regala qualche sorpresa. Secondo i risultati della ricerca World Value Survey , condotta tra il 1981 e il 2008 da un gruppo di studiosi olandesi su 87 paesidel mondo con interviste a più di 256 mila persone, il razzismo si annida persino nel cuore del Vecchio Continente, in Francia, e raggiunge i massimi livelli nelle ex colonie britanniche, dall'India a Hong Kong.
I paesi storicamente più razzisti (come Giappone e Sudafrica) si sono invece rivelati tra i più tolleranti della classifica, che vede all'ultimo posto, e quindi campione di tolleranza, gli Stati Uniti, il Canada e la Gran Bretagna. Ma è veramente così? In molti sostengono che i cittadini del Regno Unito e quelli americani e canadesi, bombardati dalle imposizioni del politically correct, alla fin fine non se la siano sentiti di rispondere in maniera sincera alle domande su chi preferirebbero come vicino di casa. Mentre più schiette sono state le risposte provenienti dall'emisfero orientale del mondo. E l'Italia come si colloca? Vediamo Paese per Paese qual è il termometro del razzismo del mondo.
Mappa dei Paesi più razzisti del mondo
Mappa dei paesi più razzisti del mondo secondo World Value Survey (Credits: Max Fisher/Washington Post)
1. Hong Kong. All'ex colonia britannica in territorio cinese va la maglia nera del paese più "intollerante" del pianeta. Il 71.8 per cento degli intervistati ha dichiarato che rifiuterebbe di vivere vicino a persone di "una razza differente" da quella della propria famiglia.
2. Bangladesh. Subito dopo l'ex colonia britannica in territorio cinese, i più razzisti sono gli abitanti del Bangladesh. Il 71.7 per cento non vuole avere rapporti con gente di "razze" diverse dalla propria.
3. Giordania. Terzo classificato è il piccolo regno di Giordania, dove i razzisti si attestano al 51.4 per cento. Basti pensare che la Giordania è meta di migliaia di palestinesi che raggiungono il Regno per poter studiare e lavorare, ma - nonostante siano apparentemente integrati nella società - non possono frequentare determinati corsi di laurea (come medicina e fisica), non possono diventare insegnanti e non possono acquistare beni immobili (case e terreni).
4. India. Chiude il gruppo dei fab four dell'intolleranza l'elefante indiano, con il 43.5 per cento di tasso di razzismo. In questo caso, il fattore culturale è determinante e la struttura castale della società, con sanzioni molto dure per chi entra in contatto con individui "impuri", determina una ferrea gerarchia razzista che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che per questo motivo è molto difficile da scardinare. 
5. Egitto. Il paese delle Piramidi è tra i più razzisti del continente africano, assieme alla Nigeria. Il tasso di intervistati che si rifiuta di stare vicino a razze diverse si aggira tra il 30 e il 39.9 per cento. Nonostante l'ampio numero di immigrati dai paesi del sud-est asiatico che in Egitto (come in Nigeria) offrono le proprie capacità professionali per diversi generi di attività, il razzismo dei pronipoti dei faraoni sembra non essersi minimamente attenuato. I razzisti d'Egitto sono in compagnia della medesima percentuale in Arabia Saudita, Iran, Vietnam, Indonesia e Corea del Sud.
6. Algeria e Marocco. Un gradino sotto l'Egitto troviamo altri due Paesi dell'Africa del Nord, in cui il tasso di razzismo si attesta tra il 20 e il 29.9 per cento. La storia di Algeria e Marocco indubbiamente segna le risposte degli intervistati. Il Marocco, in quanto Regno, tende a essere strutturalmente chiuso alle etnie provenienti da altri Paesi e l'Algeria, straziata da lunghi anni di guerra, oggi rappresenta un caleidoscopio identitario, nel quale ogni comunità tende a non mescolarsi pur di preservare la propria esistenza.
7. Francia. A sorpresa Parigi si attesta tra i Paesi europei dove il razzismo si fa maggiormente sentire. Secondo i dati di World Value Survey, il 22.7 per cento dei francesi si augura di non avere un vicino di casa di "razza diversa". La Francia rientra così nel gruppo di quei Paesi con tasso di razzismo tra il 20 e il 29.9 per cento, in compagnia di Turchia, Bulgaria, Mali, Zambia, Thailandia, Filippine e Malesia.
8. Italia. Nel nostro Paese il tasso di razzisti oscilla tra il 10 e il 14.4 per cento. Una percentuale minima, che colloca l'Italia sul fondo della classifica mondiale sul razzismo come Paese sostanzialmente tollerante. In compagnia di Roma troviamo la Finlandia e poi Polonia, Ucraina, Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Poco più razzisti del gruppo dell'Italia solo Il Venezuela, la Russia e la Cina, con un tasso di intolleranza tra il 15 e il 19.9 per cento.
9. Germania e Giappone. Sono i capifila del gruppo dei penultimi in classifica, in compagnia di Cile, Perù, Messico, Spagna, Belgio, Bielorussia, Croazia, Pakistan e Sudafrica. A Tokyo e Berlino il tasso di risposte razziste si attesta tra il 5 e il 9.9 per cento, nonostante tutte le ricerche condotte precedentemente avessero evidenziato soprattutto in Giappone la tendenza a un razzismo di base, non solo verso l'esterno (Cina e Coree), ma anche verso l'interno, nei confronti dei giapponesi con la pelle più o meno scura.
10. Stati Uniti e Gran Bretagna. Sono i paesi meno razzisti del mondo, assieme a Canada, Brasile, Argentina, Colombia, Guatemala, Svezia, Norvegia, Lettonia, Australia e Nuova Zelanda. Il loro tasso di intolleranza è tra lo 0 e il 4.9 per cento. Cifre definite "fisiologiche" dai ricercatori olandesi, che evidenziano come i Paesi del "nuovo Continente" (le Americhe), eccezion fatta per il Venezuela, tendono a essere largamente tolleranti nei confronti delle etnie diverse e si aggiudicano la palma di luoghi meno razzisti del mondo.

venerdì 3 maggio 2013

DEDICATED TO :kyenge kashetu cécile

Ruby Bridges

From Wikipedia, the free encyclopedia
Ruby Bridges
Ruby Bridges 21 Sept 2010.JPG
Ruby Bridges in 2010
BornSeptember 8, 1954 (age 58)
Tylertown, Mississippi, U.S.
OccupationPhilanthropist
Website
www.rubybridges.com
Ruby Nell Bridges Hall (born September 8, 1954) is known as the first black child to attend an all-white elementary school in the South.[1] She attended William Frantz Elementary School at 3811 North Galvez Street, New Orleans, LA 70117.[2][3]

Contents

  [hide

Early life

Ruby Bridges was born in Tylertown, Mississippi to Abon and Lucille Bridges. When she was 4 years old, the family relocated to New Orleans, Louisiana. In 1960, when she was 6 years old, her parents responded to a request from the National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) and volunteered her to participate in the integration of the New Orleans School system, even though her father was hesitant.

Integration


William Frantz Elementary School building in 2010
In spring of 1960, Ruby Bridges was one of 6 black children in New Orleans to pass the test that determined whether or not the black children would go to the all white school. She went to a school by herself while the other 5 children went somewhere else. Six students were chosen; however, two students decided to stay at their old school, and three were transferred to Mcdonough. Ruby was the only one assigned to William Frantz. Her father was initially reluctant, but her mother felt strongly that the move was needed not only to give her own daughter a better education, but to "take this step forward ... for all African-American children." Her mother finally convinced her father to let her go to the school. [4]The court-ordered first day of integrated schools in New Orleans, November 14, 1960, was commemorated by Norman Rockwell in the painting The Problem We All Live With.[5] As Bridges describes it, "Driving up I could see the crowd, but living in New Orleans, I actually thought it was Mardi Gras. There was a large crowd of people outside of the school. They were throwing things and shouting, and that sort of goes on in New Orleans at Mardi Gras."[5] Former United States Deputy Marshal Charles Burks later recalled, "She showed a lot of courage. She never cried. She didn't whimper. She just marched along like a little soldier, and we're all very very proud of her."[6]

The Problem We All Live With by Norman Rockwell, depicting Bridges as she goes to school
As soon as Bridges entered the school, white parents pulled their own children out; all teachers refused to teach while a black child was enrolled. Only one person agreed to teach Ruby and that was Barbara Henry, from Boston,Massachusetts, and for over a year Mrs. Henry taught her alone, "as if she were teaching a whole class." That first day, Bridges and her adult companions spent the entire day in the principal's office; the chaos of the school prevented their moving to the classroom until the second day. Every morning, as Bridges walked to school, one woman would threaten to poison her;[7] because of this, the U.S. Marshals dispatched by President Eisenhower, who were overseeing her safety, only allowed Ruby to eat food that she brought from home. Another woman at the school put a black baby doll in a wooden coffin and protested with it outside the school, a sight that Bridges Hall has said "scared me more than the nasty things people screamed at us." At her mother's suggestion, Bridges began to pray on the way to school, which she found provided protection from the comments yelled at her on the daily walks.[8]
Child psychiatrist Robert Coles volunteered to provide counseling to Bridges during her first year at Frantz. He met with her weekly in the Bridges home, later writing a children's book, The Story of Ruby Bridges, to acquaint other children with Bridges' story.
The Bridges family suffered for their decision to send her to William Frantz Elementary: her father lost his job,the grocery store the family shopped at would no longer let them shop there,and her grandparents, who were sharecroppers in Mississippi, were turned off their land. She has noted that many others in the community both black and white showed support in a variety of ways. Some white families continued to send their children to Frantz despite the protests, a neighbor provided her father with a new job, and local people babysat, watched the house as protectors, and walked behind the federal marshals' car on the trips to school.[5][9]

Adult life

Bridges, now Ruby Bridges Hall, still lives in New Orleans with her husband Malcolm Hall and their four sons.[10] For 15 years Hall worked as a travel agent, later becoming a full-time parent. She is now chair of the Ruby Bridges Foundation, which she formed in 1999 to promote "the values of tolerance, respect, and appreciation of all differences". Describing the mission of the group, she says, "racism is a grown-up disease and we must stop using our children to spread it."[11]
In 1993, Bridges Hall began looking after her recently orphaned nieces, then attending William Frantz Elementary as their aunt had before them. She began to volunteer as a parent liaison three days a week. Eventually, publicity related to Coles' book caused reporters to locate Bridges Hall and write stories about her volunteer work at the school, which in turn led to a reunion with her former teacher, Barbara Henry. Henry and Bridges Hall now sometimes make joint appearances in schools in connection with the Bridges Foundation.[12]
Bridges Hall is the subject of the Lori McKenna song "Ruby's Shoes." Her childhood struggle at William Frantz Elementary School was portrayed in the 1998 made-for-TV movieRuby Bridges. The young Ruby Bridges was portrayed by actress Chaz Monet, and the movie also featured Lela Rochon as Ruby's mother, Lucille 'Lucy' Bridges; Michael Beachas Ruby's father, Abon Bridges; Penelope Ann Miller as Ruby's teacher, Mrs. Henry; and Kevin Pollack as Dr. Robert Coles.
On January 8, 2001, Bridges Hall was awarded the Presidential Citizens Medal by President Bill Clinton.[13]
Like hundreds of thousands of others in the greater New Orleans area, Bridges Hall lost her home (in Eastern New Orleans) to the catastrophic flooding in the failure of the levee system during Hurricane Katrina in 2005.
In October, 2006, the Alameda Unified School District dedicated a new elementary school to Ruby Bridges, and issued a proclamation in her honor.
In November 2006 she was honored in the Anti-Defamation League's Concert Against Hate.
In 2007 the Children's Museum of Indianapolis unveiled a new exhibit documenting her life, along with the lives of Anne Frank and Ryan White.

Bridges meets with President Obama and discusses her portrait on the wall.
In 2010, she had a 50th year reunion at Frantz Elementary with Pam Foreman Testroet, who, at age 5, was the first white child to break the boycott that ensued from Bridges' attendance at that school.[2] Bridges continues to tour as an inspirational speaker against racism. In 2011, she visited St. Paul's Episcopal School, a K-8 school in Oakland, CA. Her visit coincided with the unveiling of the Remember Them humanitarian monument by Mario Chiodo, which includes a sculpture of the young Ruby Bridges.
On May 19, 2012 Bridges Hall received an Honorary Degree from Tulane University at the annual graduation ceremony at the Mercedes Benz Superdome.

References

  1. ^ The Unfinished Agenda of Brown v. Board of Education, p. 169
  2. ^ a b Miller, Michelle (2010-11-12). "Ruby Bridges, Rockwell Muse, Goes Back to School". CBS Evening News with Katie Couric (CBS Interactive Inc.). Retrieved 2010-11-13.
  3. ^ "Google Maps". Google Maps. Google Maps. Retrieved 2010-11-13.
  4. ^ Ruby Bridges Hall. "The Education of Ruby Nell," Guideposts, March 2000, pp. 3-4.
  5. ^ a b c Charlayne Hunter-Gault. "A Class of One: A Conversation with Ruby Bridges Hall," Online NewsHour, February 18, 1997
  6. ^ Susannah Abbey. Freedom Hero: Ruby Bridges
  7. ^ Excerpts from Through My Eyes, at African American World for Kids
  8. ^ Bridges Hall, Guideposts p. 4-5.
  9. ^ Bridges Hall, Guideposts p. 5.
  10. ^ "In a Class of Only One: Ruby Bridges". CBN.
  11. ^ The Ruby Bridges Foundation
  12. ^ Bridges Hall, Guideposts, p. 7.
  13. ^ "President Clinton Awards the Presidential Citizens Medals". Washington, D.C: The White House (whitehouse.gov), archived by the National Archives and Records Administration (nara.gov). 2001-01-08. Retrieved 2009-03-11.

Further reading

  • Bridges Hall, Ruby. Through My Eyes, Scholastic Press, 1999. (ISBN 0590189239)
  • Coles, Robert. The Story of Ruby Bridges, Scholastic Press, 1995. (ISBN 0590572814)
  • Steinbeck, John. Travels with Charley in Search of America, Viking Adult, 1962. (ISBN 0670725080)
  • The Unfinished Agenda of Brown v. Board of Education, John Wiley & Sons, 2004. (ISBN 0471649260)

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