martedì 2 febbraio 2010

BERLUSCONI :Meno extracomunitari uguale meno criminali.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Roma, 28-01-2010

Meno extracomunitari uguale meno criminali. Silvio Berlusconi fa sua l'equazione che vede immigrati e delinquenti legati da una relazione inscindibile. Il premier ne parla dopo il consiglio dei ministri a Reggio Calabria, rivendicando il pugno di ferro contro l'immigrazione clandestina, che ha dato risultati "molto positivi". Un fatto importante, sottolinea Berlusconi, perche' una "riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali".

La tesi non e' nuova, ed e' quasi quotidianamente proclamata dalla Lega Nord. E' pero' la prima volta, forse complice l'incipiente campagna elettorale per le regionali, che il premier parla degli "extracomunitari" come potenziali manovali del crimine.

Una volta di piu', colpisce la distanza dall'altro "co-cofondatore" del Pdl Gianfranco Fini, che nelle stesse ore in cui Berlusconi parlava in Calabria dava voce a una visione opposta del problema immigrazione. Secondo Fini, che parlava alla presentazione di un libro sull'Unita' d'Italia, nella costruzione dell'idea di Nazione bisogna evitare "la tentazione dell'etnicismo e del revanscismo" puntando invece sull'idea democratica aperta "ai nuovi cittadini". E' dunque un'Italia sempre piu' multietnica quella che Fini immagina, dove gli immigrati e i loro figli sono un fattore di crescita e non un nemico da guardare in cagnesco.

Una posizione condivisa dall'opposizione, che cavalca la polemica contro Berlusconi accusando il premier di razzismo e di subalternita' al pensiero leghista. "Una frase cosi' - dice il leader del Pd Pier Luigi Bersani riferendosi alla dichiarazione del premier - ci mette fuori da qualsiasi contesto moderno. Un governo non puo' sempre agitare le paure, deve saper anche guidare il paese alla razionalita"'. Livia Turco, parlamentare democratica e autrice della prima legge sull'immigrazione (la Turco-Napolitano), taccia Berlusconi di "volgarita"', ricordando il contributo degli immigrati al mantenimento dello stato sociale.

L'Idv non e' da meno nel censurare le parole del premier: "L'Italia - sostiene il capogruppo Massimo Donadi - ha bisogno di leggi severe ma giuste, non di inutili slogan razzisti che alimentano il clima di intolleranza".

Ma e' proprio vero che gli extracomunitari sono attirati dal crimine? Una ricerca della Caritas sul tasso di delinquenza tra gli immigrati lo nega. Dalle tabelle viene fuori che gli extracomunitari in regola infrangono la legge in una percentuale di pochissimo superiore a quella degli italiani: a delinquere e' infatti l'1,4 per cento degli stranieri contro lo 0,75 per cento degli italiani. "E' falso, percio' - sostengono i ricercatori della Caritas - dire che il tasso di criminalita' degli immigrati e' molto superiore a quello degli italiani".

I fedelissimi del premier sostengono pero' che le parole di Berlusconi sono state travisate. 'Le polemiche - dice il capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri - sono completamente fuori luogo. E' evidente che il riferimento era agli immigrati che giungono in Italia per delinquere attraverso organizzazioni criminali". Il clima politico e' pero' poco favorevole a interventi pro-immigrati. Dalla legge comunitaria in Senato e' stata stralciata la regolarizzazione degli immigrati senza contratto: sarebbe stata, spiega Gasparri, una "affrettata sanatoria per extracomunitari o lavoratori in nero". La Lega applaude: e' stata scongiurata, dice il capogruppo Federico Bricolo, una "sanatoria indiscriminata per i clandestin
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sabato 16 gennaio 2010

UN PAESE SENZA IMMIGRATI

Per la prima volta, a marzo, gli extracomunitari potrebbero scioperare Cosa accadrà? Per capirlo siamo andati nel profondo Nordest
dal nostro inviato JENNER MELETTI

STANGHELLA (PADOVA) - Sarà difficile anche bere un caffè, nel giorno X. Le ragazze del bar Due Archi, il più grande di piazza Pighin, sono infatti brave e gentili e anche cinesi. Sarà dura andare alla Santa Messa, quel giorno. Don Victor Hugo Toapanta Bastida è infatti molto "extracomunitario" perché arriva dall'Ecuador. Celebra l'Eucarestia, confessa e visita i malati nella parrocchia di Stroppare e nel giorno X potrebbe decidere di chiudersi in canonica. Sarà difficile fare la spesa. I garzoni dei fornai arrivano quasi tutti dall'Est o dal Nord Africa, i macellatori di polli sono tunisini o senegalesi, la frutta e la verdura sono raccolte e lavorate da mani straniere. Difficile anche distrarsi: nella società sportiva Rugby Stanghella ci sono infatti tre marocchini e un nigeriano che potrebbero appendere le scarpe al chiodo. I signori Mario e Toni dovranno restare in casa perché senza l'aiuto della badante non riescono più ad arrivare al bar.


Il giorno X - il tam tam viaggia su Internet e in particolare su Facebook - arriverà a marzo e si chiamerà "Blacks Out", fuori i neri. Ad accendere la miccia è stato un libro, "Blacks Out, un giorno senza immigrati", che è stato scritto da Vladimiro Polchi e che sarà pubblicato da Laterza giovedì 14 gennaio. Forse per la prima volta una fiction si sta trasformando in realtà.

"Ho scritto un romanzo - dice Vladimiro Polchi - dove tutti i personaggi e tutti i numeri sono veri. Ho fatto la cronaca di un giorno in cui gli italiani stupefatti scoprono che gli stranieri non si sono presentati al lavoro. E così si accorgono di quanto siano importanti. Ma poi è successa una cosa strana. Nei mesi di lavorazione del libro e nell'incontro con varie associazioni di migranti, sindacati, organizzazioni cattoliche è nato un vasto comitato. Lo scopo? Provare a passare dalla finzione letteraria alla realtà. E così il comitato - ne fanno parte associazioni di immigrati, Arci, Acli, Migrantes, i radicali, l'Asgi, i responsabili immigrazione Cgil, Uil e Sei Ugl... - ha deciso che il 20 marzo sarà un giorno senza immigrati. Un vero e proprio sciopero? Sicuramente un'iniziativa per farsi sentire, per contare, per non essere mai più invisibili. Su Facebook è nato anche un altro grande comitato che propone "Un primo marzo senza immigrati", con oltre 20mila membri. Tra i due gruppi è sorto un coordinamento e si sta cercando di unificare le date".


Ci sono tre querce, davanti al municipio di Stanghella. "I marocchini si trovano lì, di giorno e di sera". Ci sono anche in una sera di pioggia gelata. "Lo sciopero? Io non posso farlo - dice Mohammed, nato vicino a Marrachech - perché sono in cassa integrazione. Qui a Stanghella non si sta né bene né male. In fabbrica non ci sono tanti problemi ma qui in paese non tutti ti guardano nel modo giusto. Entri al bar e gli italiani fanno commenti e parlano di te come se tu non capissi l'italiano". "Io vado a scuola, all'istituto tecnico - racconta Driss - e fra i compagni di classe ci sono quelli bravi e anche i razzisti. Se c'è una discussione, sai già cosa diranno alla fine: vai al tuo paese. Fra gli adulti è ancora peggio. Se facessi lo sciopero a scuola, qualcuno sarebbe felice. Ci sono genitori che se vedono il loro figlio assieme a me lo sgridano e gli dicono: ma vai con un marocchino?".

Stanghella, con 4.450 abitanti, è solo un pezzetto di quell'Italia che senza stranieri (qui regolari e clandestini sono il 6 - 7% della popolazione, come nella media nazionale) si incepperebbe. "Straniero" è infatti il 9,7% del nostro Pil, pari a 122 miliardi. Sono arrivati da oltre confine il 50% degli operai delle fonderie, il 10% degli infermieri, il 67% delle colf e badanti. Molti maestri e docenti sarebbero senza cattedra, senza i 650.000 alunni figli di immigrati. Le casse dello Stato sarebbero più magre, senza i 6 miliardi di tasse e contributi dei migranti. Persino il 5% dei preti non è nato in Italia. "Le prime facce straniere - dice don Silvano Silvestrin, il parroco - le ho viste dieci anni fa visitando gli ammalati. Ho trovato le prime badanti, che ormai sono indispensabili. All'inizio c'erano le polacche - molte sono tornate a casa perché la situazione economica del loro Paese è migliorata - e ora ci sono le moldave, le ucraine, le russe. Pagando meno che nelle case di riposo, i nostri vecchi restano nelle loro case".

Anche la Chiesa ha chiesto soccorso oltre i confini. "Io e il mio confratello Edison Genaro Cordovilla Guevara - dice don Victor Hugo - curiamo le parrocchie di Stanghella e Villa Estense. L'italiano non lo conosciamo ancora bene ma i nostri parrocchiani sono pazienti. Dopo la Messa e l'omelia, qualcuno mi dice: sei stato bravo. Altre volte invece mi sgridano: hai fatto troppi errori". Per sapere quali mestieri siano "in mano" agli stranieri, basta cercare quelli peggiori. Al primo posto la Berica, sulla strada verso Monselice. Un macello di polli che è diventato il pronto soccorso per chi è appena arrivato. Al secondo posto l'agricoltura, con la raccolta di cocomeri e meloni d'estate e con la preparazione di ortaggi e frutta nel freddo dei frigoriferi nel resto dell'anno. "Ma è nell'edilizia - dice Rossano Ranci, che fino a pochi giorni fa ha guidato la Fillea Cgil padovana - che gli stranieri hanno la maggioranza assoluta. Nel padovano arrivano infatti al 52 - 53%. Il loro sciopero bloccherebbe tutto. Con la crisi, molti romeni, polacchi e croati sono tornati a casa. Là oggi riescono a guadagnare 600 - 700 euro che, senza le spese che avrebbero qui, equivalgono a una busta paga italiana di 1300 - 1400 euro. Nei cantieri, soprattutto nei subappalti, oggi troviamo moldavi e ucraini".


Nel giorno X, sarebbe in crisi anche lo stadio del Rugby Stanghella. "Fra i ragazzini - dice il presidente Ruben Venturato - ci sono Salid, Amin ed Eia, marocchini e il nigeriano Amien. Anche noi abbiamo avuto il nostro "caso Balotelli". A Verona, un ragazzino ha detto al nostro Amien: "Vattene, negro". Ma nel rugby noi stiamo attenti a queste cose. L'arbitro ha subito sospeso la partita, ha radunato tutti i giocatori a centro campo e ha imposto le scuse. I due ragazzini si sono abbracciati davanti a tutti". Ruben Venturato è un imprenditore che lavora l'acciaio inossidabile. "In fabbrica ci sono lavoratori del Marocco. Si scherza sul colore della pelle. "Hai saldato troppo, sei diventato scuro". Ma sono solo battute, il clima è buono".

Nessun incidente razziale, nel paese padovano. Ma basta la presenza di facce diverse in piazza Pighin per creare malumore. E la paura dello straniero è stata la carta vincente del centro destra per conquistare, nel giugno scorso, il Comune. "Nel programma - dice l'ex sindaco del centro sinistra, Mauro Sturaro, insegnante di filosofia - non avevano scritto nulla, ma giravano i bar dicendo: "Se vinciamo noi, il giorno dopo i marocchini spariscono"". In via Cuoro 1 abita Abdelfatah Errajifi, presidente dell'associazione culturale La Fede. "Dicono che questa è una moschea, ma non è vero. Ho solo un grande garage dove ci riuniamo per la preghiera. I vicini di casa sono gentili e buoni, e noi con loro siamo buoni e gentili". "Ma via Cuoro - dice l'ex sindaco - votava a sinistra e con la paura di questa moschea ha votato per la lista Lega e Pdl. A una signora che protestava contro questi islamici in preghiera, ho detto: "Signora, se lei dice il rosario a casa sua, io come sindaco cosa posso dire?". Ma non c'è stato nulla da fare. Ha vinto la paura di un nemico che non c'è".


Sotto le tre querce, dopo il pranzo, arrivano anche le badanti. Una pausa di chiacchiere, durante il riposo degli anziani. Poi li porteranno al bar delle ragazze cinesi della famiglia Shi Shan. Donne con il velo, al pomeriggio, vanno a prendere i loro bambini all'asilo parrocchiale don Bosco. "Non posso nascondere - dice il vice sindaco, Sandro Moscardi - che sul problema sicurezza, in campagna elettorale, ci siamo spesi molto. Vogliamo che la nostra sia una comunità tranquilla e i cittadini ci hanno premiato". I "marocchini" - sono tutti marocchini, quelli che non sono nati a Stanghella e dintorni - continuano a trovarsi sotto le querce davanti al Comune. "L'estate scorsa - racconta il vice sindaco - un nostro consigliere, di An, ha avuto uno sprazzo di fantasia. I marocchini fumano molto e buttano le cicche per terra. Lui è arrivato con la macchina piena di scope e le ha distribuite a questi ragazzi. L'hanno presa bene, si sono messi a spazzare la piazza". Ci sono cicche anche davanti al bar Due Archi, ma lì vanno i nati in terra veneta. Non c'è nessuno da educare
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lunedì 11 gennaio 2010

Cittadinanza italiana per Charles Chukwubike, da anni impegnato a Cisterna per l'integrazione e la multicultura


In Aula consiliare, prima della cerimonia in omaggio alla vittoria in Coppa Italia della Vigor Cisterna, il Sindaco Antonello Merolla ha voluto celebrare il rito di conferimento della cittadinanza italiana ad una persona molto nota ed impegnata da anni sul tema dell’integrazione multietnica nel territorio di Cisterna, Charles Okey Chukbyke. (Chukwubike).



Di origine nigeriana, da circa 20 anni Charles è in Italia e da quasi 17 anni risiede con la sua famiglia a Cisterna. Nati in Italia i suoi due figli, ha iniziato a sostenersi in Italia con il commercio ambulante ma impegnandosi nell’integrazione frequentando corsi e master poi laureandosi in Scienze della Formazione come Educatore e Mediatore Culturale.
Ha svolto incarichi di traduttore nei campi di prima accoglienza per immigrati in Sicilia e presso il Tribunale di Latina. Come Mediatore culturale, nel 2000 inizia a collaborare con il Comune di Cisterna, Settore Servizi Sociali, con la casa di prima accoglienza “I Girasoli” e lo sportello per l’immigrazione “Maison du Monde”. Ha fondato ed è presidente dell’associazione “Welcome” per l’inserimento ed integrazione, formazione e segretariato sociale per gli immigrati e non solo. Ha collaborato in varie iniziative e progetti come la Festa dei Popoli, il Natale dei Popoli ed altro finalizzati alla conoscenza delle diverse culture presenti sul territorio comunale al fine di creare una pacifica convivenza tra le diverse etnie.

La scelta, di celebrare il conferimento della cittadinanza a Charlie pubblicamente ed in aula consigliare ha avuto un doppio significato. “Proprio nei giorni degli scontri e tensioni a Rosarno, ha detto il Sindaco, ho ritenuto opportuno una cerimonia pubblica per il riconoscimento della cittadinanza italiana a Charles Chukwubike  a testimonianza di come, con l’impegno comune, sia possibile una civile, pacifica e proficua convivenza tra culture diverse.Charles è un esempio dell’impegno verso la conoscenza del significato della multicultura e dell’integrazione. Come pure Cisterna si è dimostrata, per sua indole, città aperta ed ospitale con chi vuole vivere ed operare civilmente e nel rispetto delle regole”.


Dunque ancora una volta è una piccola amministrazione di provincia che risponde con decisione ad un altra. Se da un lato non si fa che parlare della rivolta dei ‘negri’ di Rosarno come una ingratitudine inaccettabile, dall’altro si dimostra che se c’è la volontà da ambo le parti, l’integrzione è possibile e nemmeno difficile. Uno smacco per il governo nazionale che dovrebbe da subito alimentare concretamente l’integrazione non la reperessione.

http://periodicoitaliano.info/2010/01/09/cisterna-di-latina-squilli-di-trombedaria/

mercoledì 16 dicembre 2009

Camera: progetto xenofobo contro i bimbi stranieri

I NUOVI ITALIANI  di Corrado Giustiniani

Camera: progetto xenofobo contro i bimbi stranieri


Per il 21 dicembre è stata messa in calendario in aula alla Camera una proposta di legge, già approvata dalla Commissione Affari costituzionali, che invece di agevolare l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei bimbi e dei giovani stranieri nati e/o cresciuti in Italia, la cosiddetta "generazione Balotelli", se possibile la rende ancora più ostica. Da non credere. Un progetto irresponsabile, che sembra sfidare le seconde generazioni di immigrati, anziché integrarle nella società italiana. Approvato all'improvviso proprio dopo che era stato presentato un disegno di legge bipartizan, con la firma congiunta di Fabio Granata del Pdl e di Andrea Sarubbi del Pd, che sembrava in grado di risolvere un problema enorme, per il nostro futuro.

Andiamo per ordine. Ecco cosa prevede l'attuale legge sulla cittadinanza, la n.91 del 1992, all'articolo 4, comma 2:  “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino italiano se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”.

Decodificando: non può diventare italiano un giovane che abbia dovuto seguire il padre anche per un solo anno in un altro paese: in questo caso, anzi, se torna in Italia e dopo i 18 anni non riesce a trovare lavoro, paradossalmente diventa passibile di espulsione. Fu clamoroso il caso di un ragazzo nato in Sicilia, che dovette seguire il padre in Tunisia e poi tornò in Italia, salvò nell'Adriatico due ragazzi che stavano annegando e ricevette il foglio di via. Solo l'intervento del governo, ministro dell'Interno Giuliano Amato, lo salvò dall'espulsione, facendolo diventare cittadino italiano ad honorem. Debbono dunque trascorrere 18 anni ininterrotti prima che tu possa dirti italiano: anche se sei nato qui, conosci soltanto l'Italia, tifi per la Nazionale e stai sull'attenti quando c'è l'Inno di Mameli.

La soluzione non sta certo, ne sono fermamente convinto, nel trasformare lo “jus sanguinis” in “jus soli” assoluto: proclamare cioé che è italiano chiunque nasca in terra italiana. Altrimenti moltissime donne verrebbero a partorire in Italia al solo scopo di avere un figlio italiano e procurarsi così un passepartout  per l'Europa. Un progetto di riforma vecchio del 2006, rilanciato da Granata e Sarubbi, prevede invece che il bimbo nato in Italia diventi italiano se la sua famiglia è già integrata nel nostro paese, perché vi risiede regolarmente da almeno 5 anni. Gianfranco Fini ha ulteriormente elaborato questa proposta, chiedendo che comunque il bambino debba aver compiuto un ciclo scolastico in Italia: con le elementari, diventerebbe italiano a 11 anni.

Cosa prevede invece il progetto xenofobo, proposto e fatto approvare in Commissione (ovviamente con il “no” dell'opposizione) dall'onorevole Isabella Bertolini? Non solo debbono passare 18 anni ininterrotti prima di chiedere la cittadinanza, ma questa può essere ottenuta solo a patto «di avere frequentato con profitto scuole riconosciute dallo Stato italiano almeno fino all'assolvimento del diritto-dovere all'istruzione e alla formazione».

Ora, nel 1991, quando quella brutta legge sulla cittadinanza venne approvata, non esistevano ancora le seconde generazioni di immigrati, un esercito di quasi 900 mila tra bambini e ragazzi stranieri che oggi vivono con noi. Rifiutarsi di prendere atto, diciannove anni dopo, che la realtà è completamente cambiata, è di per sè una prova di sciocca xenofobia. Aggiungere addirittura paletti, come il profitto a scuola, lo è ancora di più. Non è che togliamo la cittadinanza italiana, ai nostri ragazzi che non hanno frequentato con profitto.

C'è poi l'irrigidimento sui 10 anni di soggiorno regolare in Italia, per gli adulti, prima di poter ottenere la naturalizzazione. In Europa soltanto la Grecia ha uno sbarramento così lungo. Ma il problema più grave non è questo: è quello dei bambini e dei giovani che al contrario dobbiamo integrare velocemente. Qualcuno preferisce invece che restino un corpo separato, secondo la logica del tanto peggio, tanto meglio. 

domenica 6 dicembre 2009

Voglio i miei soldi": ucciso

                   Voglio i miei soldi": ucciso

La vittima Ibrahim M'Bodi e il luogo dove è stato trovato



Biella, senegalese litiga col datore
di lavoro. Colpito con 9 coltellate
PAOLA GUABELLO
BIELLA
Non voleva pagargli gli arretrati, gli aveva perfino detto d’iscriversi al registro degli artigiani per sbarazzarsi di lui come dipendente. Ma Ibrahim M’Bodi, senegalese con regolare permesso di soggiorno, fratello di Adam, segretario della Fiom-Cgil a Biella, non era d’accordo e soprattutto voleva i soldi che gli spettavano di diritto. Così è scoppiata la lite, poi uno dei due ha estratto un coltello: M’Bodi, 35 anni, è morto ammazzato da nove coltellate.

Ha confessato subito Michele D’Onofrio. Davanti ai carabinieri, dopo un breve interrogatorio, non ce l’ha fatta a reggere la pressione e ha parlato. Artigiano residente a Zumaglia, centro del Biellese di mille abitanti dove abitava anche la vittima, era esperto di arti marziali. «Lui ha tirato fuori il coltello e allora ho reagito, un momento di follia», ha detto agli inquirenti. Sul corpo del senegalese è stata eseguita l'autopsia, nei prossimi giorni si saprà l’esito. Dal referto del medico legale dovrebbe uscire l'ora in cui è avvenuta la morte, che dovrebbe risalire a un paio di giorni prima del ritrovamento del cadavere, e i punti in cui sono state inferte le nove coltellate: se solo davanti o anche sulla schiena, e se sono presenti lesioni da difesa. Dettagli fondamentali per i vcapi d’imputazione.

Ibrahim M’Bodi era stato trovato senza vita mercoledì mattina nel canale di scolo di una risaia a Ghislarengo, nel Vercellese, lungo la strada provinciale che collega il paese a Rovasenda. Una distesa di campi tagliata da stradine sterrate e fossati che col favore delle tenebre aveva inghiottito il corpo dell’africano fino a quando un acquaiolo che passava di lì, verso mezzogiorno, lo aveva notato dando l’allarme.

Il cadavere era stato ripulito dal sangue. L’assassino andava di fretta e soprattutto voleva agire indisturbato e senza destare sospetti: si è liberato così della sua vittima, imboccando una stradina che parte dalla provinciale e che si perde tra le risaie addentrandosi per un centinaio di metri. Un disperato tentativo di ritardare il ritrovamento oppure di depistare le indagini. Senza nome

Per diverse ore la salma è rimasta all’obitorio di Vercelli senza un nome: l’ucciso non aveva documenti, solo dalle impronte digitali i carabinieri sono riusciti a dargli un’identità. «Il mio cliente si è dimostrato collaborativo con gli inquirenti - spiega l'avvocato Alessio Ioppa di Borgosesia che ha assunto la difesa di D’Onofrio assieme al collega Massimo Mussato di Vercelli - e in effetti potremmo dire che ha per certi versi confessato. Di più non posso anticipare, in quanto le indagini sono ancora in corso».

In queste ore gli investigatori stanno cercando di ricostruire la vicenda. Sarà di estrema importanza, ai fini di comprendere il movente del delitto, ritrovare e analizzare il coltello, soprattutto per ciò che riguarda le impronte digitali. L'omicidio sarebbe avvenuto nel Biellese e l'ipotesi appare confermata anche dal fatto che, a breve, il fascicolo verrà trasmesso dalla procura di Vercelli ai colleghi di Biella. Intanto le organizzazioni sindacali hanno indetto un presidio mercoledì prossimo davanti alla prefettura di Biella, dalle 11 alle 12, perchè «l’omicidio di Ibrahim da parte del suo datore di lavoro non può passare sotto silenzio. Fatti di inaudita gravità come questo rientrano in un clima generale di imbarbarimento dei rapporti sociali, con la possibile aggravante dell'odio razziale».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200912articoli/50063girata.asp

sabato 21 novembre 2009

Il "natale bianco"che insulta tutti noi








di FRANCESCA COMENCINI
Caro direttore, leggo sui giornali dell'operazione "White Christmas", messa in atto dal sindaco di Coccaglio, che consiste nell'individuare, casa per casa, tutte le persone straniere non in regola e cacciarle, in vista del Natale. La notizia mi colpisce, non solo per l'idea di accoglienza, di cittadinanza e di cristianità che la sottende, ma anche perché Coccaglio è il luogo dove riposano i miei nonni, Cesare Comencini e Mimì Hefti Comencini. Per loro mi sento in obbligo di scrivere questa lettera.

Mia nonna, figlia di una famiglia svizzera tedesca, si innamorò di mio nonno Cesare e per sposarlo dovette combattere contro tutti i pregiudizi di cui gli italiani erano vittime nel suo paese. Gli svizzeri tedeschi non amavano gli italiani, li consideravano sporchi, primitivi, ne avevano paura, al massimo li impiegavano nelle loro fabbriche o per pulire le loro case. Ma mia nonna non cedette, si sposò con il suo Cesare e venne a vivere in Italia. Mio nonno era di origini modeste, ma con molti sacrifici era riuscito a laurearsi in ingegneria. Tuttavia in Italia non riusciva ad assicurare una vita sufficientemente degna a sua moglie, e ai loro due figli che nel frattempo erano nati, mio padre, Luigi, e suo fratello Gianni. Vivevano a Salò, dove gli affari andavano molto male. Un giorno mio nonno decise di emigrare in Francia, aveva sentito che lì si compravano terre a basso prezzo, perché i francesi abbandonavano la campagna, e per ogni due francesi c'era un italiano. Così partirono.

La loro vita in Francia non fu facile, i miei nonni, poco esperti dei lavori agricoli, dovettero imparare tutto. Nel suo libro, "Infanzia, vocazione e prime esperienze di un regista", mio padre racconta: "Ora riesce difficile immaginare com'era la nostra vita nelle campagne del Sud-ovest francese. Non avevamo né luce, né acqua corrente. Ma avevamo il pianoforte. Ogni sera, dopo cena, mio padre sedeva in poltrona, e, cullato dalla musica di mia madre, lentamente sprofondava nel sonno". A scuola, mio padre, che quando arrivò in Francia aveva sei anni, veniva sempre messo da solo all'ultimo banco, e regolarmente chiamato "Macaroni", come in Francia venivano chiamati gli immigrati italiani. Fu mio nonno Cesare a soffrire più di tutti per la lontananza dall'Italia. Mio padre ricorda che si era costruito una radio a galena, che tutte le sere si ostinava a cercare di far funzionare. Quando mio nonno si ammalò iniziò a dire "non voglio morire in Francia, non voglio morire in Francia". Così mia nonna lo riportò a casa, in Italia, da suo fratello, a Coccaglio.

Fu sepolto nel piccolo cimitero di Coccaglio, dove molti anni dopo lo raggiunse mia nonna, che dopo la sua morte era rimasta a vivere in Italia, a Milano. I miei nonni sapevano cos'è lasciare il proprio paese per poter lavorare, cos'è essere stranieri, sapevano cos'è la dignità da salvare, per sé e per i propri figli. Al funerale di mia nonna ricordo che mio padre lesse quel brano del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù dice "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mia nonna era credente a modo suo, di religione Valdese. Ricordo un giorno, un venerdì santo, era venuta a trovarci a Roma per Pasqua, e io la trovai in camera sua, che piangeva piano e quando le chiesi perché mi rispose, asciugandosi in fretta gli occhi con il fazzoletto che teneva sempre nella manica del suo golfino: "Penso a Gesù, a come doveva sentirsi solo e impaurito nel giardino di Getsemani". I miei nonni riposano nel cimitero di Coccaglio, che non è solo la casa di chi provvisoriamente ne amministra il comune in questi anni, ma è stata anche la loro, e quindi ora è un po' la mia e di tanti altri, che, come me, discendono da chi ha dovuto lasciare l'Italia per lavorare, con fatica, dolore, umiliazione. E sono sicura che i miei nonni, se potessero alzarsi e sorgere dalla memoria, condannerebbero chi ha osato inventare l'operazione "White Christmas". A nome loro, tramite
queste righe, lo faccio io.

Un Natale di razza

20 novembre 2009
A Coccaglio, in provincia di Brescia, si cacciano gli stranieri per festeggiare il ““White Christmas”.







Brescia. Operazione “White Christmas”, “bianco Natale”. Con questo gioco di parole è scattata l’operazione che scadrà proprio il giorno di Natale e volta a “ripulire” il territorio da stranieri irregolari, al fine di poter trascorrere un felice e cristiano Natale con la famiglia bianca, senza contaminazioni razziali. Non stiamo parlando dell’Alabama degli anni Cinquanta, del Sud Africa di De Klerk, quello dell’apartheid, né stiamo ricordando un bianco e ariano Natale della Germania nazista degli anni Trenta. L’operazione “White Christmas”, è scattata a Coccaglio, un paese di settemila anime in provincia di Brescia, amministrato da una coalizione PdL – Lega Nord, guidata da sindaco, Franco Claretti, il quale ha affermato che bisogna “fare piazza pulita” degli stranieri. L’assessore alla sicurezza Claudio Abiendi, dello stesso partito, ha dichiarato che “il Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana”. E le feste della “tradizione cristiana” non si possono vivere in compagnia di stranieri irregolari, quindi la polizia municipale sta girando casa per casa a controllare circa quattrocento famiglie di migranti per appurare che i documenti siano in regola, in caso contrario “la loro residenza viene revocata d’ufficio”, ha detto il sindaco.


Viene da chiedersi che fare se uno straniero è cristiano, magari cattolico. Si può trascorrere un bianco Natale con un asiatico o africano se questi è cattolico? O l’essere cristiano è secondario all’avere i documenti in regola? E se uno straniero con la pelle nera non è cristiano ma ha i documenti in regola, quindi è utile all’economia bresciana che lo sfrutta per bene nelle aziende industriali o agricole, può vivere a Coccaglio? Se la risposta è sì allora il Natale è meno bianco. Chissà se la giunta comunale ha tenuto conto delle varie casistiche possibili.


La caccia allo straniero irregolare, o all’uomo che era regolare ma al quale è scaduto il permesso di soggiorno, o che ha perso il posto di lavoro come sta capitando a molti in questo periodo di crisi è scattata il 25 ottobre scorso e ben centocinquanta ispezioni sono già state effettuate perchè questi dettagli alla polizia municipale non interessano. Ovviamente altri comuni bresciani amministrati dalla Lega Nord, come prevedibile, stanno seguendo l’esempio: Castelcovati e Castrezzato. La via libera alla caccia all’uomo è stata data dai vertici del Carroccio: lo scorso 24 ottobre si è tenuta a Milano la prima convention dei sindaci leghisti e la “White Christmas” ha avuto il via libera. Il Ministro Maroni “ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”, ha affermato il sindaco Claretti.


Debole la posizione dell’ex sindaco del centro-sinistra, Luigi Lotta, il quale ha affermato che si tratta di propaganda politica e che “ha lasciato il paese unito senza problemi di integrazione”. Viene da chiedersi se la comunità di Coccaglio è così unita visto che la Lega dei respingimenti ha vinto le elezioni. Inoltre, la propaganda politica non deve essere minimizzata perché non ha effetti indolore. Questo provvedimento razzista e persecutorio è possibile proprio perché la propaganda politica ha creato un problema inesistente: il pericolo dello straniero. Le politiche razziste creano consenso e una volta attuate sono condivise dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Poche persone in paese si sono indignate, non c’è stata una protesta da parte della Chiesa che, invece, dovrebbe sentirsi direttamente coinvolta visto che l’operazione è messa in atto in nome delle “radici cristiane” e il “bianco Natale” richiama, non vagamente, la più importante festività cristiana.


C’è chi banalizza e sottovaluta l’operazione, relegandola ad un semplice trovata folkloristica tipica degli esponenti del Carroccio. Ma così non è dal momento che, come detto, i controlli sono già partiti e dal momento che simili persecuzioni sono rese possibili dal decreto sicurezza che dà poteri ai sindaci in questo senso.


Gli stranieri a Coccaglio sono passati da 177 nel 1998 a 1562 nel 2008. Ma dov’è il problema? “Da noi non c’è criminalità - afferma il sindaco – vogliamo soltanto iniziare a fare piazza pulita”. Solitamente la Lega utilizza l’argomentazione della mancanza di sicurezza per attuare politiche razziste. Ora si è andati oltre: non si usa più il pretesto della sicurezza, si parla esplicitamente e tranquillamente di “pulizia”. Affermazioni agghiaccianti, che ricordano il Ku Klux Klan o la “pulizia etnica” delle guerre fratricide della ex Jugoslavia. Lo straniero “è sporco” e lo sporco si pulisce con l’espulsione.


Ovviamente il problema non è solo bresciano ma nazionale, Felice Mometti, dell’Associazione “Diritti per tutti” di Brescia lo spiega bene: “l'iniziativa dei comune di Coccaglio è l'ennesimo esempio di razzismo istituzionale. I provvedimenti del governo, come il cosiddetto pacchetto sicurezza, e le purtroppo tante delibere dei comuni contro i migranti hanno lo scopo di mantenerli in uno stato perenne di precarietà e clandestinità. La Lega nord, ormai vero partito del potere centrale, alimenta il razzismo affinché i migranti non abbiano diritti sui luoghi di lavoro e nella società”.
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sabato 7 novembre 2009

Licenziati e senza casa

«Costretti a chiedere aiuto alle nostre famiglie lontane»      andrea rossi  torino


L’ultima volta, pochi mesi fa, Desmond Usifoh ha istruito suo cugino che stava per tornare in Nigeria: «Vai da mia mamma e chiedile se può darmi qualcosa. Anche solo cento euro». Poche parole per mettere a nudo il fallimento di una vita. «Sono arrivato in Italia dieci anni fa perché la mia famiglia faticava a sopravvivere. Adesso sono un peso, costretto a chiedere aiuto. La verità è che da un pezzo sono io ad averne bisogno. Mia madre s’è venduta i pochi oggetti di valore che aveva». In un anno il mondo s’è rovesciato. Chi era speranza per la propria famiglia si è trasformato in zavorra. La povertà ha invertito la rotta, ed è la prima volta che accade. La crisi si è abbattuta sugli immigrati sgretolando un sistema sociale consolidato. Nel 2009 le rimesse - i soldi inviati nei Paesi d’origine - diminuiranno di oltre il dieci per cento: da 170 a 150 euro in media al mese. Non era mai successo. Ed è solo l’inizio.
Gli stranieri, in Italia e a Torino, non avevano mai conosciuto la brusca frenata dell’occupazione. Gli italiani non volevano più saperne di certi lavori? C’erano loro. Per anni avevano tenuto a galla il mercato immobiliare, comprando casa e accendendo mutui. Avevano sostenuto il mercato delle locazioni. Non nel 2009. «Di fronte alla crisi hanno pagato il prezzo più alto», sintetizza il preside della facoltà di Economia dell’Università Sergio Bortolani.

Nel 2008 a Torino le imprese stimavano quasi 7 mila assunzioni di stranieri, esclusi i lavoratori stagionali. Quest’anno non si arriverà a 4 mila, una frenata più pesante rispetto agli italiani. «Il calo non è clamoroso, si inserisce nella generale diminuzione di assunzioni di personale meno qualificato», spiega il presidente della Camera di Commercio Alessandro Barberis.

Tanti resteranno a casa. Alcuni hanno tentato di sfuggire alle spire della crisi mettendosi in proprio: non a caso l’imprenditoria straniera cresce del 6,5 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2008. Ma altri, forse la maggior parte, a casa ci sono finiti: «Chi trovava occupazione tramite le agenzie interinali quest’anno non ha lavorato», racconta Lamine Sow dell’ufficio Immigrazione della Cgil. «I dipendenti di piccole aziende, senza il paracadute della cassa integrazione, sono rimasti senza posto e a secco. E le colf sono state messe alla porta dalle famiglie che non erano più in grado di pagarle». Come gli italiani, dirà qualcuno. Vero, ma c’è un’aggravante: tante famiglie hanno patito l’umiliazione di tornare a chiedere aiuto ai genitori a 40 o 50 anni. Molti, oggi, sopravvivono grazie a loro. Gli stranieri no. «Le loro famiglie non sono qui. Anzi, si aspettano un aiuto dai parenti in Italia», dice Sow.

Il mondo alla rovescia, appunto. Il lavoro che non c’è più ha fatto crollare tutto il resto, a cominciare dalla casa. A Torino gli sfratti sono quasi raddoppiati in due anni, e - secondo il Sindacato degli inquilini - quasi il 90 per cento è causato da morosità. Gli appartamenti tornano ad affollarsi: otto famiglie su dieci condividono l’alloggio con un altro nucleo. Chi aveva una casa la perde e chi non l’aveva fatica a trovarla. «Nessuno si fida ad affittare agli stranieri - conferma il presidente di Scenari immobiliari Mario Breglia -. Hanno paura che gli inquilini non riescano a pagare il canone, o siano costretti a subaffittare».

Se gli affitti crollano figurarsi le compravendite: meno 16 per cento in un anno, quando per anni avevano trainato l’espansione del settore. «Non è finita: di questo passo l’anno prossimo sprofonderemo a meno 50 per cento», ipotizza Breglia. Sono lontani i tempi in cui ci si indebitava fino al 90 per cento del valore di un immobile. «Le banche, oggi, al massimo coprono il 60 per cento. Il resto bisogna averlo. Ma il guaio è che le procedure sono diventate così rigide che il mutuo ormai è un miragg

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mercoledì 21 ottobre 2009

Clandestina e prostituta: nemmeno l’amore la può salvare


Internidi GloriaDemo
pubblicato il 21 ottobre 2009 alle 10:30
Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al centro di identificazione ed espulsione di Bologna negli ultimi sei mesi prima di agosto. Abbiamo parlato Daniele Ciolli, ventenne piacentino noto alle cronache per l’odissea superata con successo nel suo eccezionale riuscire a varcare la soglia del “lager” di via Maffei


Tutto per vedere il suo ex amore, una ragazza nigeriana venuta in Italia ad inseguire la promessa di un posto di lavoro. Tutto nonostante la sua sedia a rotelle. “Raccontate quello che ho visto” ci ha chiesto. Non possiamo che fare così. Noi non siamo riusciti nemmeno in qualcosa di molto più semplice. Dovrei poterne essere certa, perché non ho motivo di dubitare che possano avermi mentito su una cosa “banale” come questa: all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di via Maffei a Bologna ci sono sia un campo da calcio che uno da pallacanestro. Mi era stato raccontato altrimenti e, per potermene assicurare, ho dovuto parlare con quattro persone diverse, tra quelle poche informate sui fatti più o meno autorizzare a comunicare con l’esterno.



CHI E’ ENTRATO QUA DENTRO? – Al centralino del Cie, alla mia insolita domanda, mi hanno risposto “Sono informazioni riservate”. Dopo qualche mia insistenza hanno comunque rilasciato la spettacolare rivelazione: “sì, c’è un campo da calcio, ma per farselo confermare chiami la prefettura“. Così ho fatto e: “Guardi, non le sto chiedendo se malmenate le persone…” ho tentato di rassicurare la quarta persona in ordine con cui ho parlato al telefono. Da buon responsabile mi dice: “sì, capisco, ma, sa, potrebbe chiamare un cittadino qualunque, mica possiamo rispondere a tutti. In ogni caso sì, c’è il campo da calcio ma anche uno da pallacanestro, niente palestra però. Insomma, c’è tutto quello di cui una persona ha bisogno per vivere….” Alla fine dunque risponde, ma lo sento a disagio mentre lo fa. Nel frattempo penso che io sono proprio un cittadino qualunque. Come del resto gli ho spiegato non sono una giornalista, anche se devo scrivere un pezzo. Per questo, ad un tratto, lo interrompo: “beh, credo che sia mio diritto essere informata, anche per valutare l’idea che viene diffusa quando quando ci si riferisce ai centri di identificazione ed espulsione. Sa, si scrivono tante cose al riguardo. Dovrei farlo anch’io, come le dicevo. Devo verificare qualcosa che mi è stato raccontato da una persona che ha visitato il posto”. Tuona, sorpreso: “Chi? Chi è che c’è stato?” Fin’ora è stato piuttosto gentile e disponibile, quasi mi dispiace non poter soddisfare la sua curiosità: “Eh, mica posso dirglielo così“ “Ma chi è che è entrato qui dentro?“, insiste lui.



UN LUOGO INACCESSIBILE – Il tono non sembra nemmeno più tanto stupito, anzi, mi sembra quasi di vederlo d’un tratto sorridere, come se non mi stia credendo affatto. Prima, lui come gli altri, mi ha spiegato che posso anche avere la possibilità di fare una gita panoramica nei corridoi tra le sbarre del centro, o tra le mura alte che limitano un corridoio all’aperto, a patto di farne richiesta formale in prefettura. Forse si è dimenticato però di avvisarmi che potrei non avere tante possibilità che la mia domanda venga accolta. Non posso nemmeno saperlo prima, perché, come mi è stato ripetuto più volte, finanche da un’operatrice della misericordia, ovvero una dipendente dell’ente che gestisce il funzionamento interno della struttura, sono informazioni riservate queste. Secondo Daniele Ciolli, il ragazzo con cui ho parlato, l’unico testimone italiano del Cei di Bologna con cui mi è capitato fin’ora di confrontarmi e l’unico italiano ad essere entrato a visitare il posto negli ultimi sei mesi prima di agosto (secondo quanto è stato gli è stato raccontato proprio da alcuni “mediatori della misericordia” che ci lavorano dentro) la concessione del “pass” per visitare da turista quello che lui descrive come un lager non è cosa affatto semplice.



LA STORIA DI DANIELE – Lui, ventunenne piacentino, iscritto ai giovani di rifondazione comunista – come ci tiene a precisare – è riuscito a varcare quella soglia tanto contestata, lì, in via Maffei, per ben cinque volte, due delle quali senza permesso alcuno. “Anche se ho pure litigato con qualcuno lì dentro, in certi momenti avevo quasi la sensazione che mi rispettassero. Forse non riuscivano nemmeno a capacitarsi che fossi un ragazzo sulla sedie a rotelle, anche un tipo mi aveva accusato di sfruttare la mia condizione di invalidità“. A portare Daniele dentro al Cie, prima che la sua sedia a rotelle, prima che i treni, gli autobus ed i taxi non tutti pensati per quelli nelle sue condizioni, è stato l’amore di allora per una ragazza, Jessica. Poco più che ventenne gli aveva rubato il cuore. È una bellissima nigeriana venuta in Italia con un biglietto pagato da quelli che poi si sono rivelati i suoi sfruttatori, con l’illusione che qualcuno le avrebbe offerto un lavoro come parrucchiera o babysitter. Invece poi si è trovata invece a battere le strade di Piacenza. “È lì che l’ho conosciuta“, ammette Daniele, “non mi nascondo. Cercavo una prestazione sessuale, poi è successo altro, ci siamo innamorati forse, anche se l’amore è una parola grossa. Ora non siamo più insieme comunque” E’ per lei che, nonostante un’odissea di vicissitudini varie, Daniele, a fine agosto 2009, riesce ad entrare la prima volta nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Gli ho fatto qualche domanda.


L’INTERVISTA - Cosa hai visto? Muri alti e spessi, uomini con bende alle braccia ed agli occhi dietro le sbarre. Alcuni ululavano, altri chiedevano aiuto. E tu? Hai fatto qualcosa? No, la polizia mi proibiva di comunicarci. Ho visto anche qualche poliziotto passare davanti alle sbarre sputandoci dentro.Ti sei chiesto cosa fosse successo a quei poveri disperati?Probabilmente avevano tentato una qualche rivolta e le forze dell’ordine avranno dovuto intervenire. è disgustoso ma è il loro lavoro, purtroppo. Succede così. Fanno parte del sistema, un sistema sbagliato
Ma che tu sappia, son deliquenti le persone stipate lì dentro?Guarda, a detta di un operatore della misericordia, almeno tre quarti sono semplicemente clandestini, magari venuti qui su di un barcone in cerca di salvezza.

E la tua ex ragazza? Come c’era finita dentro?Come ti dicevo faceva la una prostituta, ogni giorno facendo la spola tra Torino e Piacenza, come tante altre. Così mi raccontava. Poi magari invece di tornare a Torino si fermava un po’ prima, non so bene. Solo vent’anni, poveretta, costretta ad andare con sessantenni schifosi, immagina. Ora che è fuori corre nuovamente il rischio.
Come mai è fuori?Sono scaduti i termini, piuttosto in fretta. L’hanno fatta uscire dopo circa due mesi. Comunque costerebbe meno tenerla in galera per qualche tempo più lungo piuttosto che pagarle in biglietto per tornare a casa. Me l’ha detto un tipo della questura.Ma quando faceva la prostituta, chi la controllava a Piacenza?In realtà le nigeriane come lei sono abbastanza, almeno apparentemente, libere. Arrivate qui vengono riempite di botte e minacciate con riti wodoo. Bastano questi a trattenerle da qualunque tentativo di fuga. Se ti capita di incontrarne una osservala. Noterai dei segni sul viso, sulle braccia.Che sono?Sono i segni lasciati dai riti. Loro ci credono molto. Se lasciano la strada qualcosa di grave accadrà alla loro famiglia. Questo gli mettono in testa. Oltretutto, se smettono di battere, cosa possono fare per vivere? Io ho tentato di salvarla, ho fatto di tutto, sono stato anche minacciato dal racket all’inizio, volevo farla aderire al progetto “Oltre la strada”, dell’Emilia Romagna, ma non ci sono riuscito, anche se ho lasciato i suoi dati ovunque, così che possano rintracciarla se occorre.

Ma come c’è finita dentro al Cie?Io ero in Spagna. È successo allora: l’hanno arrestata. Dopo due giorni lei mi ha telefonato e mi ha detto di essere stata rilasciata, che l’avevano messa in una casa protetta, che entro quattro mesi le avrebbero dato i documenti.

Si riferiva al Cie?Sì, l’ho scoperto il 22 agosto scorso, quando si sono andato. Era dentro già da quasi dieci giorni.Non è stato semplice, ho un’invalidità del 100 per cento, mi muovo su una carrozzina elettrica.Arrivato a Bologna, in via Maffei, chiedo alla polizia di Stato se posso vederla. Mi viene risposto di no, perché è necessaria l’autorizzazione della prefettura. Allora ci vado. Qui mi viene spiegato che devo attendere il lunedì, perché gli uffici preposti di sabato sono chiusi. Mi consigliano però di provare a tornare in via Maffei, di insistere per entrare, di far lor capire che per un invalido come me è problematico tornare a Bologna di nuovo. Con me ho tutto:carta d’identità, tesserino sanitario, postepay, carta blu del treno, codice fiscale.Non avevano certo la scusa di non poterti identificare, dunque, ma come è andata poi?Il poliziotto capo mi dice che sono un rompicoglioni, che la prefettura non capisce un tubo. Mi saluta con un vaffanculo e mi raccomanda di andare a rompere le scatole al Resto del Carlino.Ma ti fa entrare?No.Vai al giornale?Sì, e mi intervistano. Domenica mattina pubblicano un articolo di dieci righe. Intanto io, la sera -siamo ancora a sabato- torno al Cie. Mi fanno entrare. Un operatore della misericordia, che è dell’associazione che gestisce la struttura, mi accompagna in bagno. Devo ammetterlo, è stato davvero gentile. Poi chiedo di vedere “Jessica” e, ancora, rispondono di no, di tornare il giorno dopo.Torni a casa?No, perché perdo il treno accessibile alle persone per carrozzella diretto a Piacenza. Resto in giro di notte, a Bologna, solo, senza assistenza . Chiamo la polizia urbana, arriva la pattuglia e chiedo se la caritas può ospitarmi. Lì però non hanno hanno posto.E che succede?Alla fine rimedio in pronto soccorso, dove mi reco verso le due di notte. Mi danno un lettino e dormo un paio d’ore, tenuto d’occhio dai gentili infermieri e dal medico. Alle sette esco e mi dirigo in Piazza maggiore. Prendo l’autobus e torno al Cie. Lì incontro il capogruppo regionale di rifondazione comunista Masella che chiede di farmi entrare ai poliziotti, che, nuovamente, rispondono di ripassare nel pomeriggio. Ritorno ed entro!La vedi?Sì, prima mi aiutano nuovamente per andare bagno e poi me la fanno vedere….Riesci a parlarle in intimità?No, è terribile, dentro ci sono militari, doppi cancelli blindati, telecamere … Io e lei siamo in una stanza video sorvegliata e i poliziotti piantonano l’ingresso . Perquisiscono per ben due volte i regali che le ho portato: dell’intimo, delle t-shirt, un bagnoschiuma, orecchini, lucidalabbra. Lei si sente a disagio ed io piango . Non riesce quasi a baciarmi tanto si sente a disagio. Poi è scaduto il tempo e sono dovuto andar via. Un taxi mi ha riportato in stazione. Il giorno successivo ho telefonato al Cie e mi hanno chiesto di inviar loro un fax con la fotocopia della mia carta d’identità, che loro avrebbero inoltrato in prefettura.Volevi tornarci?Sì, mi hanno detto che dovevo attendere quindici giorni. Invece ne sono passati venticinque. L’ho rivista solo il 17 settembre. Le ho portato una rosa, oltre ai regalini. Ho fatto tutto per lei. Lei mi ha detto di aver fatto richiesta per ottenere asilo politico, ed il 21 ottobre ha l’audizione in commissione territoriale.Pensi che si presenterà?Non lo so. Le avevo offerto anche la consulenza gratuita di un avvocato di rifondazione, ma ha rifiutato. Comunque ha un buon avvocato d’ufficio.Ma vi sentivate mentre lei era lì dentro?Sì, a volte, con il telefono pubblico. Ne hanno uno per tutti i detenuti lì dentro. Devono pagare per poter chiamare fuori, sempre, comunque, davanti a tutti. Ma la mia ragazza, come gli altri, a volte preferiva tenere quei pochi euro che venivano dati loro, 2. 50 ogni due giorni, per prendere qualcosa dalle macchinette, per mangiare. È un ricatto.Non hanno una mensa?Sì, gestita dalla Camst. Si mangia male.Ma no, la conosco.Si mangia maleMa tu potevi telefonarle?Sì, ma non sempre riuscivo a farmela passare. Per questo una volta le ho regalato un telefonino. Si è messa davanti alla telecamera e l’ha infilato nel reggiseno, sperando di non farselo trovare. Capitava che ne avessero anche le compagne di cella. Mi ha telefonato anche con il loro qualche volta. Poi un giorno tutti i detenuti sono stati perquisiti e i cellulari sequestrati.Mi è stato raccontato che li hanno lasciati nudi, i maschi.
Non so se è vero.

Mai sentito di episodi di violenza sulle donne lì dentro? Non so se hai letto di quella ragazza, Raya, pestata a maggio scorso lì dentro, o di quelle donne bolognesi che son andate davanti al Cie per protestare al motto diqui si stupra”No, ad esser sincero non credo, comunque sì, forse ho capito a cosa ti riferisci. In ogni caso mi è sembrato che le donne, molte delle quali sono musulmane vengano trattate meglio rispetto agli uomini.Quanto tempo restano dentro le persone?Dai tre ai sei mesi. In genere non troppo, i posti sono affollati. La mia ex ragazza, ti dicevo, è uscita in fretta, e non so nemmeno dove sia ora. L’ultima volta che ci siamo sentiti abbiamo litigato.Torniamo al Cie. Vivono ciascuno in una cella singola?No, insieme ad altri. La mia ex ragazza aveva sette o otto compagneE che fanno durante il giorno?
che fanno durante il giorno?Dormono e guardano la tv. Ce n’è una in ogni cella, appunto, per distrarle

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