mercoledì 21 ottobre 2009

Clandestina e prostituta: nemmeno l’amore la può salvare


Internidi GloriaDemo
pubblicato il 21 ottobre 2009 alle 10:30
Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al centro di identificazione ed espulsione di Bologna negli ultimi sei mesi prima di agosto. Abbiamo parlato Daniele Ciolli, ventenne piacentino noto alle cronache per l’odissea superata con successo nel suo eccezionale riuscire a varcare la soglia del “lager” di via Maffei


Tutto per vedere il suo ex amore, una ragazza nigeriana venuta in Italia ad inseguire la promessa di un posto di lavoro. Tutto nonostante la sua sedia a rotelle. “Raccontate quello che ho visto” ci ha chiesto. Non possiamo che fare così. Noi non siamo riusciti nemmeno in qualcosa di molto più semplice. Dovrei poterne essere certa, perché non ho motivo di dubitare che possano avermi mentito su una cosa “banale” come questa: all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di via Maffei a Bologna ci sono sia un campo da calcio che uno da pallacanestro. Mi era stato raccontato altrimenti e, per potermene assicurare, ho dovuto parlare con quattro persone diverse, tra quelle poche informate sui fatti più o meno autorizzare a comunicare con l’esterno.



CHI E’ ENTRATO QUA DENTRO? – Al centralino del Cie, alla mia insolita domanda, mi hanno risposto “Sono informazioni riservate”. Dopo qualche mia insistenza hanno comunque rilasciato la spettacolare rivelazione: “sì, c’è un campo da calcio, ma per farselo confermare chiami la prefettura“. Così ho fatto e: “Guardi, non le sto chiedendo se malmenate le persone…” ho tentato di rassicurare la quarta persona in ordine con cui ho parlato al telefono. Da buon responsabile mi dice: “sì, capisco, ma, sa, potrebbe chiamare un cittadino qualunque, mica possiamo rispondere a tutti. In ogni caso sì, c’è il campo da calcio ma anche uno da pallacanestro, niente palestra però. Insomma, c’è tutto quello di cui una persona ha bisogno per vivere….” Alla fine dunque risponde, ma lo sento a disagio mentre lo fa. Nel frattempo penso che io sono proprio un cittadino qualunque. Come del resto gli ho spiegato non sono una giornalista, anche se devo scrivere un pezzo. Per questo, ad un tratto, lo interrompo: “beh, credo che sia mio diritto essere informata, anche per valutare l’idea che viene diffusa quando quando ci si riferisce ai centri di identificazione ed espulsione. Sa, si scrivono tante cose al riguardo. Dovrei farlo anch’io, come le dicevo. Devo verificare qualcosa che mi è stato raccontato da una persona che ha visitato il posto”. Tuona, sorpreso: “Chi? Chi è che c’è stato?” Fin’ora è stato piuttosto gentile e disponibile, quasi mi dispiace non poter soddisfare la sua curiosità: “Eh, mica posso dirglielo così“ “Ma chi è che è entrato qui dentro?“, insiste lui.



UN LUOGO INACCESSIBILE – Il tono non sembra nemmeno più tanto stupito, anzi, mi sembra quasi di vederlo d’un tratto sorridere, come se non mi stia credendo affatto. Prima, lui come gli altri, mi ha spiegato che posso anche avere la possibilità di fare una gita panoramica nei corridoi tra le sbarre del centro, o tra le mura alte che limitano un corridoio all’aperto, a patto di farne richiesta formale in prefettura. Forse si è dimenticato però di avvisarmi che potrei non avere tante possibilità che la mia domanda venga accolta. Non posso nemmeno saperlo prima, perché, come mi è stato ripetuto più volte, finanche da un’operatrice della misericordia, ovvero una dipendente dell’ente che gestisce il funzionamento interno della struttura, sono informazioni riservate queste. Secondo Daniele Ciolli, il ragazzo con cui ho parlato, l’unico testimone italiano del Cei di Bologna con cui mi è capitato fin’ora di confrontarmi e l’unico italiano ad essere entrato a visitare il posto negli ultimi sei mesi prima di agosto (secondo quanto è stato gli è stato raccontato proprio da alcuni “mediatori della misericordia” che ci lavorano dentro) la concessione del “pass” per visitare da turista quello che lui descrive come un lager non è cosa affatto semplice.



LA STORIA DI DANIELE – Lui, ventunenne piacentino, iscritto ai giovani di rifondazione comunista – come ci tiene a precisare – è riuscito a varcare quella soglia tanto contestata, lì, in via Maffei, per ben cinque volte, due delle quali senza permesso alcuno. “Anche se ho pure litigato con qualcuno lì dentro, in certi momenti avevo quasi la sensazione che mi rispettassero. Forse non riuscivano nemmeno a capacitarsi che fossi un ragazzo sulla sedie a rotelle, anche un tipo mi aveva accusato di sfruttare la mia condizione di invalidità“. A portare Daniele dentro al Cie, prima che la sua sedia a rotelle, prima che i treni, gli autobus ed i taxi non tutti pensati per quelli nelle sue condizioni, è stato l’amore di allora per una ragazza, Jessica. Poco più che ventenne gli aveva rubato il cuore. È una bellissima nigeriana venuta in Italia con un biglietto pagato da quelli che poi si sono rivelati i suoi sfruttatori, con l’illusione che qualcuno le avrebbe offerto un lavoro come parrucchiera o babysitter. Invece poi si è trovata invece a battere le strade di Piacenza. “È lì che l’ho conosciuta“, ammette Daniele, “non mi nascondo. Cercavo una prestazione sessuale, poi è successo altro, ci siamo innamorati forse, anche se l’amore è una parola grossa. Ora non siamo più insieme comunque” E’ per lei che, nonostante un’odissea di vicissitudini varie, Daniele, a fine agosto 2009, riesce ad entrare la prima volta nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Gli ho fatto qualche domanda.


L’INTERVISTA - Cosa hai visto? Muri alti e spessi, uomini con bende alle braccia ed agli occhi dietro le sbarre. Alcuni ululavano, altri chiedevano aiuto. E tu? Hai fatto qualcosa? No, la polizia mi proibiva di comunicarci. Ho visto anche qualche poliziotto passare davanti alle sbarre sputandoci dentro.Ti sei chiesto cosa fosse successo a quei poveri disperati?Probabilmente avevano tentato una qualche rivolta e le forze dell’ordine avranno dovuto intervenire. è disgustoso ma è il loro lavoro, purtroppo. Succede così. Fanno parte del sistema, un sistema sbagliato
Ma che tu sappia, son deliquenti le persone stipate lì dentro?Guarda, a detta di un operatore della misericordia, almeno tre quarti sono semplicemente clandestini, magari venuti qui su di un barcone in cerca di salvezza.

E la tua ex ragazza? Come c’era finita dentro?Come ti dicevo faceva la una prostituta, ogni giorno facendo la spola tra Torino e Piacenza, come tante altre. Così mi raccontava. Poi magari invece di tornare a Torino si fermava un po’ prima, non so bene. Solo vent’anni, poveretta, costretta ad andare con sessantenni schifosi, immagina. Ora che è fuori corre nuovamente il rischio.
Come mai è fuori?Sono scaduti i termini, piuttosto in fretta. L’hanno fatta uscire dopo circa due mesi. Comunque costerebbe meno tenerla in galera per qualche tempo più lungo piuttosto che pagarle in biglietto per tornare a casa. Me l’ha detto un tipo della questura.Ma quando faceva la prostituta, chi la controllava a Piacenza?In realtà le nigeriane come lei sono abbastanza, almeno apparentemente, libere. Arrivate qui vengono riempite di botte e minacciate con riti wodoo. Bastano questi a trattenerle da qualunque tentativo di fuga. Se ti capita di incontrarne una osservala. Noterai dei segni sul viso, sulle braccia.Che sono?Sono i segni lasciati dai riti. Loro ci credono molto. Se lasciano la strada qualcosa di grave accadrà alla loro famiglia. Questo gli mettono in testa. Oltretutto, se smettono di battere, cosa possono fare per vivere? Io ho tentato di salvarla, ho fatto di tutto, sono stato anche minacciato dal racket all’inizio, volevo farla aderire al progetto “Oltre la strada”, dell’Emilia Romagna, ma non ci sono riuscito, anche se ho lasciato i suoi dati ovunque, così che possano rintracciarla se occorre.

Ma come c’è finita dentro al Cie?Io ero in Spagna. È successo allora: l’hanno arrestata. Dopo due giorni lei mi ha telefonato e mi ha detto di essere stata rilasciata, che l’avevano messa in una casa protetta, che entro quattro mesi le avrebbero dato i documenti.

Si riferiva al Cie?Sì, l’ho scoperto il 22 agosto scorso, quando si sono andato. Era dentro già da quasi dieci giorni.Non è stato semplice, ho un’invalidità del 100 per cento, mi muovo su una carrozzina elettrica.Arrivato a Bologna, in via Maffei, chiedo alla polizia di Stato se posso vederla. Mi viene risposto di no, perché è necessaria l’autorizzazione della prefettura. Allora ci vado. Qui mi viene spiegato che devo attendere il lunedì, perché gli uffici preposti di sabato sono chiusi. Mi consigliano però di provare a tornare in via Maffei, di insistere per entrare, di far lor capire che per un invalido come me è problematico tornare a Bologna di nuovo. Con me ho tutto:carta d’identità, tesserino sanitario, postepay, carta blu del treno, codice fiscale.Non avevano certo la scusa di non poterti identificare, dunque, ma come è andata poi?Il poliziotto capo mi dice che sono un rompicoglioni, che la prefettura non capisce un tubo. Mi saluta con un vaffanculo e mi raccomanda di andare a rompere le scatole al Resto del Carlino.Ma ti fa entrare?No.Vai al giornale?Sì, e mi intervistano. Domenica mattina pubblicano un articolo di dieci righe. Intanto io, la sera -siamo ancora a sabato- torno al Cie. Mi fanno entrare. Un operatore della misericordia, che è dell’associazione che gestisce la struttura, mi accompagna in bagno. Devo ammetterlo, è stato davvero gentile. Poi chiedo di vedere “Jessica” e, ancora, rispondono di no, di tornare il giorno dopo.Torni a casa?No, perché perdo il treno accessibile alle persone per carrozzella diretto a Piacenza. Resto in giro di notte, a Bologna, solo, senza assistenza . Chiamo la polizia urbana, arriva la pattuglia e chiedo se la caritas può ospitarmi. Lì però non hanno hanno posto.E che succede?Alla fine rimedio in pronto soccorso, dove mi reco verso le due di notte. Mi danno un lettino e dormo un paio d’ore, tenuto d’occhio dai gentili infermieri e dal medico. Alle sette esco e mi dirigo in Piazza maggiore. Prendo l’autobus e torno al Cie. Lì incontro il capogruppo regionale di rifondazione comunista Masella che chiede di farmi entrare ai poliziotti, che, nuovamente, rispondono di ripassare nel pomeriggio. Ritorno ed entro!La vedi?Sì, prima mi aiutano nuovamente per andare bagno e poi me la fanno vedere….Riesci a parlarle in intimità?No, è terribile, dentro ci sono militari, doppi cancelli blindati, telecamere … Io e lei siamo in una stanza video sorvegliata e i poliziotti piantonano l’ingresso . Perquisiscono per ben due volte i regali che le ho portato: dell’intimo, delle t-shirt, un bagnoschiuma, orecchini, lucidalabbra. Lei si sente a disagio ed io piango . Non riesce quasi a baciarmi tanto si sente a disagio. Poi è scaduto il tempo e sono dovuto andar via. Un taxi mi ha riportato in stazione. Il giorno successivo ho telefonato al Cie e mi hanno chiesto di inviar loro un fax con la fotocopia della mia carta d’identità, che loro avrebbero inoltrato in prefettura.Volevi tornarci?Sì, mi hanno detto che dovevo attendere quindici giorni. Invece ne sono passati venticinque. L’ho rivista solo il 17 settembre. Le ho portato una rosa, oltre ai regalini. Ho fatto tutto per lei. Lei mi ha detto di aver fatto richiesta per ottenere asilo politico, ed il 21 ottobre ha l’audizione in commissione territoriale.Pensi che si presenterà?Non lo so. Le avevo offerto anche la consulenza gratuita di un avvocato di rifondazione, ma ha rifiutato. Comunque ha un buon avvocato d’ufficio.Ma vi sentivate mentre lei era lì dentro?Sì, a volte, con il telefono pubblico. Ne hanno uno per tutti i detenuti lì dentro. Devono pagare per poter chiamare fuori, sempre, comunque, davanti a tutti. Ma la mia ragazza, come gli altri, a volte preferiva tenere quei pochi euro che venivano dati loro, 2. 50 ogni due giorni, per prendere qualcosa dalle macchinette, per mangiare. È un ricatto.Non hanno una mensa?Sì, gestita dalla Camst. Si mangia male.Ma no, la conosco.Si mangia maleMa tu potevi telefonarle?Sì, ma non sempre riuscivo a farmela passare. Per questo una volta le ho regalato un telefonino. Si è messa davanti alla telecamera e l’ha infilato nel reggiseno, sperando di non farselo trovare. Capitava che ne avessero anche le compagne di cella. Mi ha telefonato anche con il loro qualche volta. Poi un giorno tutti i detenuti sono stati perquisiti e i cellulari sequestrati.Mi è stato raccontato che li hanno lasciati nudi, i maschi.
Non so se è vero.

Mai sentito di episodi di violenza sulle donne lì dentro? Non so se hai letto di quella ragazza, Raya, pestata a maggio scorso lì dentro, o di quelle donne bolognesi che son andate davanti al Cie per protestare al motto diqui si stupra”No, ad esser sincero non credo, comunque sì, forse ho capito a cosa ti riferisci. In ogni caso mi è sembrato che le donne, molte delle quali sono musulmane vengano trattate meglio rispetto agli uomini.Quanto tempo restano dentro le persone?Dai tre ai sei mesi. In genere non troppo, i posti sono affollati. La mia ex ragazza, ti dicevo, è uscita in fretta, e non so nemmeno dove sia ora. L’ultima volta che ci siamo sentiti abbiamo litigato.Torniamo al Cie. Vivono ciascuno in una cella singola?No, insieme ad altri. La mia ex ragazza aveva sette o otto compagneE che fanno durante il giorno?
che fanno durante il giorno?Dormono e guardano la tv. Ce n’è una in ogni cella, appunto, per distrarle

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sabato 10 ottobre 2009

Financial Times contro Silvio: “Italia starebbe meglio senza”

Come volevasi dimostrare. Il Financial Times torna alla carica. E ovviamente il bersaglio è sempre lui, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, visto come fumo negli occhi. Tanto fastidioso da indurre nuovamente il quotidiano economico-finanziario del Regno Unito a parlare (e male, sia ben chiaro) degli italici affari. “L'Italia starebbe sicuramente meglio senza di lui” è la conclusione a cui arriva il Financial Times, in un editoriale intitolato ‘La crisi di Berlusconi’, con un sottotitolo che è un invito ai suoi alleati a “iniziare a considerare l'idea di scaricarlo”. Certo, se lo dice l’autorevole giornale d’Oltremanica…

Delle “tragedie e trionfi” che hanno contrassegnato i suoi 15 anni di vita politica .- si legge nell’aricolo - “il colpo ricevuto dalla Corte Costituzionale è la più seria battuta d'arresto con cui si sia scontrato”. Berlusconi è “chiaramente indebolito”, anche se “questo è ben lontano dall'essere un colpo mortale”, perché “il sistema giudiziario italiano è debole e avrà bisogno di tempo prima di arrivare a un verdetto definitivo nei processi che lo coinvolgono”. Ma il premier, prosegue il quotidiano londinese, “è politicamente forte: ha la maggioranza in Parlamento mentre il centrosinistra è in crisi e i suoi partner si rifiutano di sfidarlo. Berlusconi, guardando sconsolato lo stato deprimente della politica italiana, è sceso in campo per dare a se stesso un piattaforma per difendersi dalle accuse di corruzione. Ed è stato tragico per l'Italia e per l'Europa che l'abbia fatto”. Il capo del governo italiano, si legge ancora, può “rivendicare di avere avuto il mandato degli italiani che conoscevano da tempo le accuse contro di lui, ma l'Italia - secondo l’analisi del Regno Unito - non è maturata politicamente a causa del suo dominio della scena e si è impantanata nelle dispute tra giudici e politici sul destino di Berlusconi, senza riuscire a stabilire una chiara distinzione tra potere politico e potere dei media”.

E il nuovo strale d’Oltremanica si è abbattuto sul Cavaliere. Al quale solo tre giorni fa il Financial Times aveva dedicato l’apertura del giornale. Titolo: "Berlusconi sfida le accuse di corruzione". L'articolo ricostruisce la vicenda del Lodo Mondadori e le reazioni del premier, mentre a pagina 2 un altro articolo, "Gli alleati di Berlusconi lottano per togliere l'assedio", propone un'analisi politica. Berlusconi, già «politicamente indebolito dagli scandali sulla sua vita privata, ha ribadito ieri sera che porterà a termine il suo mandato». Tuttavia le accuse di corruzione “possono anche non avere immediate conseguenze legali per Berlusconi - spiega il quotidiano -, ma riportano sotto i riflettori i suoi affari e la sua influenza sui media italiani”. E danno “la sensazione di un primo ministro sotto assedio, protetto solo dalla sua influenza sui media, dalla sua ricchezza personale e dall'immunità giudiziaria che gli viene garantita dall'ampia maggioranza in parlamento”. Per il Financial Times, «il sostegno al governo di centrodestra sta declinando. Nessun importante uomo d'affari si è dichiarato pubblicamente contro Berlusconi o chiesto le sue dimissioni, ma in privato alcuni hanno espresso preoccupazione per quello che vedono come una paralisi del governo distratto dai suoi problemi legali”, scrive ancora il giornale, sottolineando però anche “la mancanza di un'alternativa dal centrosinistra lacerato da lotte interne, e l'assenza di un chiaro successore nei suoi stessi ranghi”.fonte

mercoledì 7 ottobre 2009

Rastrellamento al Pigneto, gli abitanti non ci stanno

Rastrellamento al Pigneto, gli abitanti non ci stanno
Dopo la gravissima operazione della guardia di finanza contro gli africani del quartiere romano, oggi hanno preso parola i residenti del quartiere, che lamentano il clima di paura e denunciano le manovre speculative dietro la pulizia etnica di via Campobasso. Con la scusa della «sicurezza».

Decine di finanzieri con manganello al contrario irrompono nelle case dei migranti senegalesi e nigeriani con la scusa di «controlli antiabusivismo commerciale», e portano via una cinquantina di persone, lasciandosi dietro porte sfondate, case distrutte e qualche ferito.
La scena è avvenuta ieri pomeriggio al Pigneto, quartiere all’inizio della via Prenestina al centro di «riqualificazione»: le guide dei locali romani scrivono che questa zona è un po’ «come Tribeca a New York»: case basse, artisti e locali. Dentro questo scenario vive una composizione sociale a tante facce: giovani in carriera, anziani nati e cresciuti tra la circonvallazione Casilina e porta Maggiore, studenti fuorisede e migranti, soprattutto bengalesi e africani. Se ti capita di fare molto tardi, al Pigneto, fai a tempo a vedere le birrerie che chiudono e le bancarelle del mercato che aprono, seguendo un ideale passaggio di testimone che rappresenta bene l’equilibrio delicato della zona. È un equilibrio, quello tra i giovani che hanno rianimato le piazze, i migranti che qui lavorano e gli abitanti storici, che le istituzioni e le forze dell’ordine dovrebbero contribuire a mantenere e non lavorare per demolire. Invece, i finanzieri ieri sono arrivati a muso duro per perquisire la case. Sono stati respinti fermamente dai migranti, che chiedevano se avessero un mandato di perquisizione, e sono tornati poco dopo in tanti e in assetto antisommossa, decisi a fargliela pagare a questi africani che conoscono persino i loro diritti.
Ma questa è anche una storia di resistenza, oltre che il resoconto di un normale abuso nella libera Italia di Bossi-Fini e Berlusconi e nella Roma di Alemanno e Storace. Per questo, quando la via piena di passanti assiste al rastrellamento, si mobilita. Qualcuno chiama gli avvocati, i rappresentanti della comunità senegalese, accorrono anche i ragazzi dell’Onda che poco lontano hanno occupato una palazzina per farne una casa dello studente autogestita, «Point break».
A decine si ritrovano all’ufficio immigrazione della Questura di Roma, dove si scopre che 18 migranti verranno trattenuti «per accertamenti», mentre di altri sette non si hanno notizie. È di questo pomeriggio la conferenza stampa del comitato di quartiere e degli abitanti multicolore del Pigneto, che mostrano di avere le idee chiare. «Con la scusa della sicurezza, la nostra città sta respirando in questi mesi un clima di violenta repressione: blitz contro immigrati, sgomberi di centri sociali e di spazi occupati in risposta all’emergenza abitativa – hanno spiegato quelli del comitato – Operazioni eclatanti, che colpiscono proprio i più deboli con l’obiettivo di aprire nuovi spazi agli interessi economici che governano la città». Anche gli abitanti parlano di «rastrellamento in piena regola». «Come accaduto al Pigneto, un quartiere che si vorrebbe ‘ripulire’, per renderlo una ricca vetrina dedita al commercio – proseguono gli abitanti – Forse, dietro lo sgombero, si nascondono gli interessi legati al mercato degli immobili in una zona che vive una gravissima emergenza sfratti e dove il prezzo delle case e’ in costante ascesa. Noi cittadini del quartiere siamo preoccupati di questa grave spirale di violenza dello Stato. Vogliamo che il Pigneto sia un quartiere dell’accoglienza, non della repressione e della speculazione».
Se si scende dall’isola pedonale verso il ponte che oltrepassa la linea ferroviaria, sulla destra c’è via Campobasso, la via degli africani. Fino a qualche anno fa, quando al Pigneto c’era solo un’osteria, questa stradina era meta dei cinefili perché è qui che si trova l’oratorio di don Pietro, il parroco che 54 anni fa aiutava i partigiani interpretato da Aldo Fabrizi in «Roma città aperta». Altri tempi, altri rastrellamenti.

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martedì 29 settembre 2009

«Basta, vado via dall’Italia»

Il caso - Il fatto razzista a Galliera Veneta, nel Padovano. Sul finestrino anche una svastica e una croce celtica. Il parroco: «Qui certe cose non succedono»

Scritta sul parabrezza: negra
«Basta, vado via dall’Italia»


Gloria, studentessa, è figlia di un nigeriano e un’italiana «Se qualcuno fa questo... c’è un clima che glielo consente»

PADOVA – Una croce celti­ca e una svastica sui finestri­ni dell’auto. Una scritta razzi­sta, «negra», sul parabrezza. E’ successo a Gloria Okoro­cha, studentessa 24enne, fi­glia del dottor Okorocha, ni­geriano, laureatosi a Padova e scomparso dodici anni fa, e di Sandra Tardivo, docente di lettere all’istituto Meucci di Cittadella. Il fatto è accadu­to mercoledì scorso a Gallie­ra Veneta, nel Padovano. Glo­ria è rientrata venerdì, per il weekend, da Bologna, dove sta preparando la tesi in lette­ratura comparata. «Se qual­cuno fa quello che ha fatto ­dice la ragazza - significa che c’è un clima che glielo permette: non lo fa sentire solo, isolato. Qui molte cose non funzionano, oltre al raz­zismo. Adesso, ancor di più, voglio andarmene dall’Ita­lia».

La giovane vittima dell'insulto, Gloria Okorocha

Usando l’acquaragia, la madre aveva cancellato le scritte dall’auto prima che la figlia rientrasse. Voleva evi­tarle di venire a conoscenza di questo raccappricciante consumato vigliaccamente ai suoi danni. Ma ci sono le foto a testimoniare: la scritta «negra», la svastica e la cro­ce celtica. Insulti spregevoli, scritti con lo spray nero sulla Renault 5 della studentessa. Uno stigma. «Di sicuro - ri­prende Gloria - è stato qual­cuno che mi ha visto scende­re dall’auto. Io a Galliera non voglio più tornare e nemme­no usare quella macchina di nuovo». Si sente osservata Gloria. Ieri ha ripreso il treno ed è tornata a Bologna, la città in cui vive da quando studia al­l’università. «Ero arrivata a Galliera venerdì e mi sembra­va che tutti mi guardassero in modo diverso – racconta –. Mia madre ha cancellato le scritte per non farmele ve­dere prima che io arrivassi a casa». Preferisce stare a Bolo­gna. «E’ quello che sta succe­dendo qui a volermi fare an­dare via. Io sono italiana, so­no nata qui, non so cosa pos­sa capitare a uno straniero che viene in Italia».

Gloria vuole «che la gente si indigni» per fermare que­sta ondata d’odio. Gratuito, immotivato. Ignorante. E porta con sé un sogno che è comune a molti studenti ita­liani, proprio come lei: «An­dare a lavorare all’estero». Gloria ha ricevuto per prima la solidarietà di un vicino di casa, che ha fotografato le scritte e presentato lui stes­so una denuncia per l’acca­duto. Don Ferruccio, parro­co di Galliera, porta le mani alla bocca. «Qui? Mai succes­se cose del genere...». Anche il mondo della politica ha stigmatizzato la barbarie ver­gata sull’auto di Gloria. E’ ar­rivata la condanna del gesto dall’onorevole Antonio De Poli (Udc): «Voglio far perve­nire tutto il mio sostegno a Gloria. Sono fatti che non fanno onore ad una società civile – dice De Poli - e devo­no essere isolati. Troppo spesso negli ultimi tempi stiamo assistendo a puri atti vandalici da parte di indivi­dui ignoranti che si diverto­no a spaventare la brava gen­te. Auspico che i responsabi­li vengano scoperti e magari messi a fare del lavoro socia­le proprio con gli extracomu­nitari per far apprendere lo­ro la differenza tra delin­quenti e immigrati onesti e integrati». E dalla presidente della Provincia di Padova Barbara Degani (Pdl), che si fa inter­prete dello spirito di acco­glienza e invita Gloria a resta­re: «La Provincia la invita a restare. Questi sono atti di demenza che non devono esistere. Invitiamo Gloria a restare, che rimanga, mi met­terò in contato con lei per farle sentire il calore di tutti padovani». Gloria intanto re­sta a Bologna.


Martino Galliolo

29 settembre 2009
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/29-settembre-2009/scritta-parabrezza-negra-basta-vado-via-dall-italia-1601820392769.shtml

sabato 19 settembre 2009

Tragedia a marzo: erano due le navi affondate dei migranti

di A. Leograndetutti gli articoli dell'autore
Avvenne una notte di poco più di cinque mesi - tra il 28 e il 29 marzo - nelle acque libiche. La notizia fu battuta dalle agenzie di stampa e apparve sui giornali: un naufragio catastrofico, 253 morti. Era una notizia vera. Ma solo per metà: un’inchiesta della magistratura italiana ha accertato che i boat people affondati furono due, stracolmi di donne, uomini e bambini. E che i morti furono circa 600. La più grave tra le tante tragedie dell’immigrazione nel Mediterraneo. Ma partiamo da quanto si sapeva fino a ora. Si sapeva che quella notte era salpata da Said Bilal Janzur un’imbarcazione con a bordo 253 persone e che, a poche decine di miglia dalla costa, era naufragata. Si sapeva di 21 cadaveri recuperati, di 23 naufraghi che si erano salvati tenendosi aggrappati a un frammento del relitto.

E si sapeva pure di un’altra imbarcazione - la terza, dunque, nel nuovo scenario della tragedia - con a bordo 350 uomini e donne che era stata intercettata e ricondotta nel porto di Tripoli da un rimorchiatore italiano, l’Asso 22. La notizia era stata subito confermata dalle autorità libiche e dall’Oim (l’Organizzazione mondiale per le migrazioni). Fin da allora erano sorti dei dubbi sulla reale entità della catastrofe. Insomma, c’era qualcosa di poco chiaro nei numeri del naufragio. Alcune fonti non verificate sostenevano che le barche partite quella notte erano state tre, e non due. E che un’altra si era inabissata scomparendo nel nulla.Le reali dimensioni della tragedia sono state scoperte quasi per caso, grazie alle intercettazioni telefoniche, durante un’indagine sulla prostituzione nigeriana della Direzione distrettuale antimafia di Bari.

Una telefonata agghiacciante. Gli interlocutori sono un trafficante residente in italia e un uomo che parla della Libia. Si autodefinisce «connection-man» e si affanna a rispondere alle insistenti domande del primo. Il trafficante è nervoso. Lo accusa di avergli fatto perdere un «carico» prezioso: trenta ragazze già acquistate per essere messe sui marciapiedi del Balpaese sono «andate perse» in un naufragio: «La barca si è spezzata in due», si giustifica «connection-man». Parlano proprio del naufragio avvenuto la notte tra il 28 e il 29 marzo. In un dialogo che diventa via via più allucinante, «connection-man» prova a parare i colpi: «Tutti danno la colpa a me, ma che colpa ne ho io se c’era cattivo tempo. Le barche si sono spezzate perché il legno con cui erano fatte non era buono». «Le barche», non «la barca»...Nel corso delle conversazioni tra i due (alla prima, ne fanno seguito altre più brevi), «connection-man» dice chiaramente che le barche affondato quella notte erano due, non una. Sulla prima vi erano a bordo 253 persone («E una ventina sono state recuperate», precisa riferendosi alla barca di cui già si sapeva). Sull’altra, sulla nave fantasma, erano molte di più.

Oltre 350. Ed ecco il totale: quasi 600 morti. In una sola notte, dunque, è stato superato il numero delle vittime dell’emigrazione nel Mediterraneo - 418, secondo le stime più accreditate - dall’inizio del 2009. Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, lo stesso magistrato che conduce la più famosa inchiesta sullo scandalo barese. L’organizzatore dei viaggi è stato iscritto nel registro degli indagati per strage colposa, ed è stata presentata alla magistratura libica una rogatoria internazionale in cui si chiede di indagare su «connection-man» (di cui si conosce il nome e, ovviamente, un numero di telefono) fornendo alcuni riscontri investigati. Finora, però, la richiesta non ha ottenuto alcuna risposta; la Libia pare sorda a ogni possibile accertamento. Perché? Alla difficoltà di ottenere una collaborazione nelle indagini da parte delle autorità libiche, si aggiunge il fatto che è quasi impossibile ottenere un confronto con i superstiti. Pare che a bordo delle tre imbarcazioni, quella notte, ci fossero uomini e donne provenienti da mezza Africa. Non solo nigeriani, ivoriani, senegalesi, camerunensi. Ma anche molti egiziani, tunisini, algerini...Dei 350 «salvati» dal rimorchiatore Asso 22 e riconsegnati alla polizia libica, non c’è più traccia.

Forse sono finiti in qualche centro di internamento per migranti. Quanto ai 21 recuperati vivi da una delle due navi affondate, i nordafricani (quasi la metà) sarebbero stati rimpatriati nei rispettivi paesi, mentre - secondo Fortress Europe - coloro che provenivano dall’Africa sub-sahariana sono finiti nelle centro di detenzione di Tuaisha, in condizioni degradanti. Quella notte maledetta, quindi, quasi mille persone hanno provato a raggiungere le coste italiane. Quelle che non sono morte, giacciono in qualche carcere della Libia.

Tragedia nella tragedia, accanto ad altri migranti che avevano pagato per il viaggio, hanno perso la vita anche trenta ragazze destinate alla più orrenda delle schiavitù, quella sessuale. Il dramma è che, se non fosse stato per i loro aguzzini, della vera entità del naufragio non si sarebbe mai saputo niente. Di certo questa ecatombe pesa come un macigno sugli accordi stipulati tra Italia e Libia. A tanta celerità nei respingimenti e nelle incarcerazioni dei migranti, fa da contraltare un’inspiegabile lentezza nell’accertare le responsabilità di pochi trafficanti.
FONTE
17 settembre 2009

Strage di Castel Volturno, l'inchiesta Il boss: "Uccidete anche le donne"

E in una lettera Setola intimò ai magistrati: "Scarcerate mia moglie"

Giuseppe SetolaIl terrore mafioso aveva quell´unico movente, «sottomettere la comunità dei neri, ormai dovevano capire». E un chiaro piano esecutivo. «L´ordine di Giuseppe Setola era: "Uccidete tutti quelli che trovate là. Se ci sono le donne, anche le donne"», ha raccontato l´assassino pentito Oreste Spagnuolo. «Difatti per noi era indifferente colpire uno o l´altro. E ci eravamo attrezzati per ucciderne molti di più. Dovevamo fingerci carabinieri, indossare le pettorine, fare una perquisizione in quel locale, attendere che si calmassero le acque e poi ucciderli tutti. La disposizione era che tutti quanti noi dovevamo sparare. E non doveva rimanere nessun testimone».Andò così. Per caso non c´erano anche le donne.


Un anno dopo, ecco le istruzioni complete degli stragisti di Castel Volturno. Legge dei casalesi, la mafia che non distingue gli africani. Un lavoratore vale quanto un bandito, muoiano uno sull´altro, mentre i sicari colpiscono alla cieca e abbattono un sarto, due clienti operai, due manovali, un loro amico che passava. L´obiettivo viene centrato oltre ogni delirio criminale, in quel 18 settembre 2008. Al chilometro 43 della Statale Domitiana, dentro e fuori la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion", cadono infatti sei uomini.


Tutti innocenti, si può confermare oggi sulla scorta degli approfondimenti giudiziari e a dispetto di quanti - persino ministri in carica - li bollarono come «spacciatori».Sono i sei cittadini ghanesi uccisi dalle sventagliate di kalashnikov, mitragliette e pistole, centrotrenta colpi. È un anno, domani. Un tempo che la giustizia non ha fatto passare invano: il mandante e cinque esecutori della clamorosa azione di sangue sono già alla sbarra, dopo la complessa istruttoria firmata dai pm Alessandro Milita e Cesare Sirignano, con il coordinamento del procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho. Oltre al boss Setola, i killer Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Davide Granato, Antonio Alluce. Tra due mesi comincia il processo. E dalle mille pagine dell´inchiesta emergono per la prima volta anche velate minacce contenute in alcune lettere del padrino Setola, messaggi inviati a pubblici ministeri e giudici.

martedì 15 settembre 2009

ONU, NO AI RESPINGIMENTI"MIGRANTI COME RIFIUTI"


Attacco dell'Onu alla strategia dei respingimenti di migranti. L'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay, denuncia le politiche nei confronti degli immigrati, «abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale». Mentre la maggioranza respinge le accuse e l'opposizione critica, la Farnesina sottolinea che il richiamo non è rivolto all'Italia. Intanto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, invita a non aver paura dell'immigrazione.


ONU, MIGRANTI TRATTATI COME RIFIUTI PERICOLOSI -

L'Alto commissario cita il caso del gommone di eritrei rimasto senza soccorsi tra la Libia, Malta e Italia, ad agosto. E spiega che «in molti casi, le autorità respingono questi migranti e li lasciano affrontare stenti e pericoli, se non la morte, come se stessero respingendo barche cariche di rifiuti pericolosi». Oggi, aggiunge, «partendo dal presupposto che le imbarcazioni in difficoltà trasportano migranti, le navi le oltrepassano ignorando le suppliche d'aiuto, in violazione del diritto internazionale».


FARNESINA, RICHIAMO ONU NON RIVOLTO A ITALIA - Le parole della rappresentante delle Nazioni Unite infiammano la polemica tra maggioranza ed opposizione e la Farnesina interviene per precisare. «Il richiamo alle violazioni del diritto internazionale - si legge in una nota - non è evidentemente rivolto all'Italia». Infatti, sottolinea il ministero degli Esteri, «le regole del diritto internazionale costituiscono il caposaldo dell'azione del Governo italiano, che promuove ed auspica un impegno comune affinchè vengano da tutti rispettate e tutti facciano la loro parte». Si ricorda quindi che «l'Italia è il Paese che ha salvato il maggior numero di vite umane nel Mediterraneo». E anche l'ambasciatore italiano presso le organizzazioni internazionali di Ginevra, Laura Mirachian.


MARONI, ITALIA IN REGOLA - Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sceglie di non replicare, ma nei giorni scorsi aveva definito la linea del Governo di contrasto all'immigrazione clandestina «conforme a tutti i trattati internazionali, a tutte le regole europee e dell'Onu», auspicando un maggiore aiuto da parte di Europa e Onu. E dal Viminale è arrivata sul tavolo del commissario europeo per la Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, una lettera di risposta alla richiesta di informazioni partita da Bruxelles sui casi delle imbarcazioni soccorse nel Mediterraneo tra il 6 maggio ed il 30 agosto scorsi. Nel documento vengono ricostruiti gli episodi di respingimenti di migranti, avvenuti - si spiega - nel rispetto delle norme. Il 21 settembre il ministro incontrerà l'Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres: si punta ad aiutare la Libia a gestire i richiedenti asilo sul suo territorio.


OPPOSIZIONE ATTACCA, MAGGIORANZA REPLICA - L'intervento di Navi Pillay scatena le critiche dell'opposizione al Governo, «L'immagine e il prestigio dell'Italia - afferma Rosy Bindi (Pd) - sono irrimediabilmente sfigurati. Contro il governo parlano i fatti che non si possono nascondere o manipolare con la propaganda. O qualcuno pensa di tappare la bocca anche all'Onu con ricatti morali, come si è fatto con la Chiesa e si vorrebbe fare con il presidente della Camera?». Secondo il candidato segretario Pd, Pierluigi Bersani, il Governo rischia «figuracce internazionali». Ma per il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, «l'Italia sta attuando una politica di controllo dell'immigrazione clandestina che rispetta pienamente tutti i principi e le norme del diritto internazionale. L'Italia, anzi, è un paese che ha salvato il maggior numero di vite umane nel Mediterraneo anche quest'anno». Margherita Boniver (Pdl), presidente del Comitato Schengen, definisce «gravissime» le affermazioni dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani, mentre per il portavoce del Pdl Daniele Capezzone «le ormai troppo frequenti esternazioni di rappresentanti dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani contro l'Italia sono politicamente irricevibili».


FINI, NON AVER PAURA DI IMMIGRAZIONE - Fini, intanto, continua nelle sue aperture ai migranti. «Pensare alla storia di Nancy Pelosi (l'italo-americana speaker della Camera dei rappresentanti Usa) - spiega il presidente della Camera - dimostra che non solo si può essere orgogliosi delle radici italiane, ma anche che non occorre avere paura dell'immigrazione, né dubitare sulla possibilità di una vera integrazione» degli immigrati.

lunedì 14 settembre 2009

Alemanno: "Cittadinanza veloce agli immigrati che si arruolano"

Lo propone il sindaco di Roma

ROMA, 14 settembre 2009 - ''Potremmo pensare di fare delle deroghe premio, come accorciare il periodo di attesa per ottenere la cittadinanza, ad esempio per quegli immigrati che decidano di arruolarsi nell'esercito''. E' la proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenuto insieme al sindaco di Padova, Flavio Zanonato (Pd), al dibattito 'I nuovi italiani.

La patria come scelta e l'integrazione possibile', ad Atreju a Roma. Lo spunto e' stato fornito dalla partecipazione al dibattito di due militari, nati da un matrimonio misto: un'alpina e un paracadutista che si sono detti ''orgogliosi'' della loro patria ''l'Italia'', ricevendo gli applausi del pubblico di Atreju. Entrambi hanno voluto sottolineare tuttavia di aver dovuto aspettare di compiere 18 anni per avere la cittadinanza italiana. Alemanno ha ricordato che ''oggi è in corso una sanatoria che coinvolge 600mila persone e questo dimostra che la politica di centrodestra non è unilaterale'' e che ''il reato di clandestinità ci permette di distinguere chi sta in Italia per lavorare nelal legalità e chi no''.
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