giovedì 5 novembre 2009
mercoledì 21 ottobre 2009
Clandestina e prostituta: nemmeno l’amore la può salvare

Internidi GloriaDemo
pubblicato il 21 ottobre 2009 alle 10:30
Potrebbe davvero essere stato l’unico italiano ad aver avuto accesso al centro di identificazione ed espulsione di Bologna negli ultimi sei mesi prima di agosto. Abbiamo parlato Daniele Ciolli, ventenne piacentino noto alle cronache per l’odissea superata con successo nel suo eccezionale riuscire a varcare la soglia del “lager” di via Maffei

CHI E’ ENTRATO QUA DENTRO? – Al centralino del Cie, alla mia insolita domanda, mi hanno risposto “Sono informazioni riservate”. Dopo qualche mia insistenza hanno comunque rilasciato la spettacolare rivelazione: “sì, c’è un campo da calcio, ma per farselo confermare chiami la prefettura“. Così ho fatto e: “Guardi, non le sto chiedendo se malmenate le persone…” ho tentato di rassicurare la quarta persona in ordine con cui ho parlato al telefono. Da buon responsabile mi dice: “sì, capisco, ma, sa, potrebbe chiamare un cittadino qualunque, mica possiamo rispondere a tutti. In ogni caso sì, c’è il campo da calcio ma anche uno da pallacanestro, niente palestra però. Insomma, c’è tutto quello di cui una persona ha bisogno per vivere….” Alla fine dunque risponde, ma lo sento a disagio mentre lo fa. Nel frattempo penso che io sono proprio un cittadino qualunque. Come del resto gli ho spiegato non sono una giornalista, anche se devo scrivere un pezzo. Per questo, ad un tratto, lo interrompo: “beh, credo che sia mio diritto essere informata, anche per valutare l’idea che viene diffusa quando quando ci si riferisce ai centri di identificazione ed espulsione. Sa, si scrivono tante cose al riguardo. Dovrei farlo anch’io, come le dicevo. Devo verificare qualcosa che mi è stato raccontato da una persona che ha visitato il posto”. Tuona, sorpreso: “Chi? Chi è che c’è stato?” Fin’ora è stato piuttosto gentile e disponibile, quasi mi dispiace non poter soddisfare la sua curiosità: “Eh, mica posso dirglielo così“ “Ma chi è che è entrato qui dentro?“, insiste lui.
UN LUOGO INACCESSIBILE – Il tono non sembra nemmeno più tanto stupito, anzi, mi sembra quasi di vederlo d’un tratto sorridere, come se non mi stia credendo affatto. Prima, lui come gli altri, mi ha spiegato che posso anche avere la possibilità di fare una gita panoramica nei corridoi tra le sbarre del centro, o tra le mura alte che limitano un corridoio all’aperto, a patto di farne richiesta formale in prefettura. Forse si è dimenticato però di avvisarmi che potrei non avere tante possibilità che la mia domanda venga accolta. Non posso nemmeno saperlo prima, perché, come mi è stato ripetuto più volte, finanche da un’operatrice della misericordia, ovvero una dipendente dell’ente che gestisce il funzionamento interno della struttura, sono informazioni riservate queste. Secondo Daniele Ciolli, il ragazzo con cui ho parlato, l’unico testimone italiano del Cei di Bologna con cui mi è capitato fin’ora di confrontarmi e l’unico italiano ad essere entrato a visitare il posto negli ultimi sei mesi prima di agosto (secondo quanto è stato gli è stato raccontato proprio da alcuni “mediatori della misericordia” che ci lavorano dentro) la concessione del “pass” per visitare da turista quello che lui descrive come un lager non è cosa affatto semplice.
LA STORIA DI DANIELE – Lui, ventunenne piacentino, iscritto ai giovani di rifondazione comunista – come ci tiene a precisare – è riuscito a varcare quella soglia tanto contestata, lì, in via Maffei, per ben cinque volte, due delle quali senza permesso alcuno. “Anche se ho pure litigato con qualcuno lì dentro, in certi momenti avevo quasi la sensazione che mi rispettassero. Forse non riuscivano nemmeno a capacitarsi che fossi un ragazzo sulla sedie a rotelle, anche un tipo mi aveva accusato di sfruttare la mia condizione di invalidità“. A portare Daniele dentro al Cie, prima che la sua sedia a rotelle, prima che i treni, gli autobus ed i taxi non tutti pensati per quelli nelle sue condizioni, è stato l’amore di allora per una ragazza, Jessica. Poco più che ventenne gli aveva rubato il cuore. È una bellissima nigeriana venuta in Italia con un biglietto pagato da quelli che poi si sono rivelati i suoi sfruttatori, con l’illusione che qualcuno le avrebbe offerto un lavoro come parrucchiera o babysitter. Invece poi si è trovata invece a battere le strade di Piacenza. “È lì che l’ho conosciuta“, ammette Daniele, “non mi nascondo. Cercavo una prestazione sessuale, poi è successo altro, ci siamo innamorati forse, anche se l’amore è una parola grossa. Ora non siamo più insieme comunque” E’ per lei che, nonostante un’odissea di vicissitudini varie, Daniele, a fine agosto 2009, riesce ad entrare la prima volta nel centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Gli ho fatto qualche domanda.

Non so se è vero.

sabato 10 ottobre 2009
Financial Times contro Silvio: “Italia starebbe meglio senza”
Come volevasi dimostrare. Il Financial Times torna alla carica. E ovviamente il bersaglio è sempre lui, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, visto come fumo negli occhi. Tanto fastidioso da indurre nuovamente il quotidiano economico-finanziario del Regno Unito a parlare (e male, sia ben chiaro) degli italici affari. “L'Italia starebbe sicuramente meglio senza di lui” è la conclusione a cui arriva il Financial Times, in un editoriale intitolato ‘La crisi di Berlusconi’, con un sottotitolo che è un invito ai suoi alleati a “iniziare a considerare l'idea di scaricarlo”. Certo, se lo dice l’autorevole giornale d’Oltremanica…
Delle “tragedie e trionfi” che hanno contrassegnato i suoi 15 anni di vita politica .- si legge nell’aricolo - “il colpo ricevuto dalla Corte Costituzionale è la più seria battuta d'arresto con cui si sia scontrato”. Berlusconi è “chiaramente indebolito”, anche se “questo è ben lontano dall'essere un colpo mortale”, perché “il sistema giudiziario italiano è debole e avrà bisogno di tempo prima di arrivare a un verdetto definitivo nei processi che lo coinvolgono”. Ma il premier, prosegue il quotidiano londinese, “è politicamente forte: ha la maggioranza in Parlamento mentre il centrosinistra è in crisi e i suoi partner si rifiutano di sfidarlo. Berlusconi, guardando sconsolato lo stato deprimente della politica italiana, è sceso in campo per dare a se stesso un piattaforma per difendersi dalle accuse di corruzione. Ed è stato tragico per l'Italia e per l'Europa che l'abbia fatto”. Il capo del governo italiano, si legge ancora, può “rivendicare di avere avuto il mandato degli italiani che conoscevano da tempo le accuse contro di lui, ma l'Italia - secondo l’analisi del Regno Unito - non è maturata politicamente a causa del suo dominio della scena e si è impantanata nelle dispute tra giudici e politici sul destino di Berlusconi, senza riuscire a stabilire una chiara distinzione tra potere politico e potere dei media”.
E il nuovo strale d’Oltremanica si è abbattuto sul Cavaliere. Al quale solo tre giorni fa il Financial Times aveva dedicato l’apertura del giornale. Titolo: "Berlusconi sfida le accuse di corruzione". L'articolo ricostruisce la vicenda del Lodo Mondadori e le reazioni del premier, mentre a pagina 2 un altro articolo, "Gli alleati di Berlusconi lottano per togliere l'assedio", propone un'analisi politica. Berlusconi, già «politicamente indebolito dagli scandali sulla sua vita privata, ha ribadito ieri sera che porterà a termine il suo mandato». Tuttavia le accuse di corruzione “possono anche non avere immediate conseguenze legali per Berlusconi - spiega il quotidiano -, ma riportano sotto i riflettori i suoi affari e la sua influenza sui media italiani”. E danno “la sensazione di un primo ministro sotto assedio, protetto solo dalla sua influenza sui media, dalla sua ricchezza personale e dall'immunità giudiziaria che gli viene garantita dall'ampia maggioranza in parlamento”. Per il Financial Times, «il sostegno al governo di centrodestra sta declinando. Nessun importante uomo d'affari si è dichiarato pubblicamente contro Berlusconi o chiesto le sue dimissioni, ma in privato alcuni hanno espresso preoccupazione per quello che vedono come una paralisi del governo distratto dai suoi problemi legali”, scrive ancora il giornale, sottolineando però anche “la mancanza di un'alternativa dal centrosinistra lacerato da lotte interne, e l'assenza di un chiaro successore nei suoi stessi ranghi”.fonte
giovedì 8 ottobre 2009
Non leggere questo Blog!: E' finita. E' Incostituzionale.E' un bel giorno per essere Democratici.#c1336438814464527482
E' Incostituzionale.VIOLAVA GLI ARTICOLI 3 e 138.9 giudici NO. 6 giudici SI.(c'erano pure quei 2 della Cena)
mercoledì 7 ottobre 2009
Rastrellamento al Pigneto, gli abitanti non ci stanno
La scena è avvenuta ieri pomeriggio al Pigneto, quartiere all’inizio della via Prenestina al centro di «riqualificazione»: le guide dei locali romani scrivono che questa zona è un po’ «come Tribeca a New York»: case basse, artisti e locali. Dentro questo scenario vive una composizione sociale a tante facce: giovani in carriera, anziani nati e cresciuti tra la circonvallazione Casilina e porta Maggiore, studenti fuorisede e migranti, soprattutto bengalesi e africani. Se ti capita di fare molto tardi, al Pigneto, fai a tempo a vedere le birrerie che chiudono e le bancarelle del mercato che aprono, seguendo un ideale passaggio di testimone che rappresenta bene l’equilibrio delicato della zona. È un equilibrio, quello tra i giovani che hanno rianimato le piazze, i migranti che qui lavorano e gli abitanti storici, che le istituzioni e le forze dell’ordine dovrebbero contribuire a mantenere e non lavorare per demolire. Invece, i finanzieri ieri sono arrivati a muso duro per perquisire la case. Sono stati respinti fermamente dai migranti, che chiedevano se avessero un mandato di perquisizione, e sono tornati poco dopo in tanti e in assetto antisommossa, decisi a fargliela pagare a questi africani che conoscono persino i loro diritti.
Ma questa è anche una storia di resistenza, oltre che il resoconto di un normale abuso nella libera Italia di Bossi-Fini e Berlusconi e nella Roma di Alemanno e Storace. Per questo, quando la via piena di passanti assiste al rastrellamento, si mobilita. Qualcuno chiama gli avvocati, i rappresentanti della comunità senegalese, accorrono anche i ragazzi dell’Onda che poco lontano hanno occupato una palazzina per farne una casa dello studente autogestita, «Point break».
A decine si ritrovano all’ufficio immigrazione della Questura di Roma, dove si scopre che 18 migranti verranno trattenuti «per accertamenti», mentre di altri sette non si hanno notizie. È di questo pomeriggio la conferenza stampa del comitato di quartiere e degli abitanti multicolore del Pigneto, che mostrano di avere le idee chiare. «Con la scusa della sicurezza, la nostra città sta respirando in questi mesi un clima di violenta repressione: blitz contro immigrati, sgomberi di centri sociali e di spazi occupati in risposta all’emergenza abitativa – hanno spiegato quelli del comitato – Operazioni eclatanti, che colpiscono proprio i più deboli con l’obiettivo di aprire nuovi spazi agli interessi economici che governano la città». Anche gli abitanti parlano di «rastrellamento in piena regola». «Come accaduto al Pigneto, un quartiere che si vorrebbe ‘ripulire’, per renderlo una ricca vetrina dedita al commercio – proseguono gli abitanti – Forse, dietro lo sgombero, si nascondono gli interessi legati al mercato degli immobili in una zona che vive una gravissima emergenza sfratti e dove il prezzo delle case e’ in costante ascesa. Noi cittadini del quartiere siamo preoccupati di questa grave spirale di violenza dello Stato. Vogliamo che il Pigneto sia un quartiere dell’accoglienza, non della repressione e della speculazione».
Se si scende dall’isola pedonale verso il ponte che oltrepassa la linea ferroviaria, sulla destra c’è via Campobasso, la via degli africani. Fino a qualche anno fa, quando al Pigneto c’era solo un’osteria, questa stradina era meta dei cinefili perché è qui che si trova l’oratorio di don Pietro, il parroco che 54 anni fa aiutava i partigiani interpretato da Aldo Fabrizi in «Roma città aperta». Altri tempi, altri rastrellamenti.
fonte
martedì 29 settembre 2009
«Basta, vado via dall’Italia»
Scritta sul parabrezza: negra
«Basta, vado via dall’Italia»
Gloria, studentessa, è figlia di un nigeriano e un’italiana «Se qualcuno fa questo... c’è un clima che glielo consente»
Usando l’acquaragia, la madre aveva cancellato le scritte dall’auto prima che la figlia rientrasse. Voleva evitarle di venire a conoscenza di questo raccappricciante consumato vigliaccamente ai suoi danni. Ma ci sono le foto a testimoniare: la scritta «negra», la svastica e la croce celtica. Insulti spregevoli, scritti con lo spray nero sulla Renault 5 della studentessa. Uno stigma. «Di sicuro - riprende Gloria - è stato qualcuno che mi ha visto scendere dall’auto. Io a Galliera non voglio più tornare e nemmeno usare quella macchina di nuovo». Si sente osservata Gloria. Ieri ha ripreso il treno ed è tornata a Bologna, la città in cui vive da quando studia all’università. «Ero arrivata a Galliera venerdì e mi sembrava che tutti mi guardassero in modo diverso – racconta –. Mia madre ha cancellato le scritte per non farmele vedere prima che io arrivassi a casa». Preferisce stare a Bologna. «E’ quello che sta succedendo qui a volermi fare andare via. Io sono italiana, sono nata qui, non so cosa possa capitare a uno straniero che viene in Italia». Gloria vuole «che la gente si indigni» per fermare questa ondata d’odio. Gratuito, immotivato. Ignorante. E porta con sé un sogno che è comune a molti studenti italiani, proprio come lei: «Andare a lavorare all’estero». Gloria ha ricevuto per prima la solidarietà di un vicino di casa, che ha fotografato le scritte e presentato lui stesso una denuncia per l’accaduto. Don Ferruccio, parroco di Galliera, porta le mani alla bocca. «Qui? Mai successe cose del genere...». Anche il mondo della politica ha stigmatizzato la barbarie vergata sull’auto di Gloria. E’ arrivata la condanna del gesto dall’onorevole Antonio De Poli (Udc): «Voglio far pervenire tutto il mio sostegno a Gloria. Sono fatti che non fanno onore ad una società civile – dice De Poli - e devono essere isolati. Troppo spesso negli ultimi tempi stiamo assistendo a puri atti vandalici da parte di individui ignoranti che si divertono a spaventare la brava gente. Auspico che i responsabili vengano scoperti e magari messi a fare del lavoro sociale proprio con gli extracomunitari per far apprendere loro la differenza tra delinquenti e immigrati onesti e integrati». E dalla presidente della Provincia di Padova Barbara Degani (Pdl), che si fa interprete dello spirito di accoglienza e invita Gloria a restare: «La Provincia la invita a restare. Questi sono atti di demenza che non devono esistere. Invitiamo Gloria a restare, che rimanga, mi metterò in contato con lei per farle sentire il calore di tutti padovani». Gloria intanto resta a Bologna.
Martino Galliolo
29 settembre 2009
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/29-settembre-2009/scritta-parabrezza-negra-basta-vado-via-dall-italia-1601820392769.shtml
sabato 19 settembre 2009
Tragedia a marzo: erano due le navi affondate dei migranti
di A. Leograndetutti gli articoli dell'autoreAvvenne una notte di poco più di cinque mesi - tra il 28 e il 29 marzo - nelle acque libiche. La notizia fu battuta dalle agenzie di stampa e apparve sui giornali: un naufragio catastrofico, 253 morti. Era una notizia vera. Ma solo per metà: un’inchiesta della magistratura italiana ha accertato che i boat people affondati furono due, stracolmi di donne, uomini e bambini. E che i morti furono circa 600. La più grave tra le tante tragedie dell’immigrazione nel Mediterraneo. Ma partiamo da quanto si sapeva fino a ora. Si sapeva che quella notte era salpata da Said Bilal Janzur un’imbarcazione con a bordo 253 persone e che, a poche decine di miglia dalla costa, era naufragata. Si sapeva di 21 cadaveri recuperati, di 23 naufraghi che si erano salvati tenendosi aggrappati a un frammento del relitto.
E si sapeva pure di un’altra imbarcazione - la terza, dunque, nel nuovo scenario della tragedia - con a bordo 350 uomini e donne che era stata intercettata e ricondotta nel porto di Tripoli da un rimorchiatore italiano, l’Asso 22. La notizia era stata subito confermata dalle autorità libiche e dall’Oim (l’Organizzazione mondiale per le migrazioni). Fin da allora erano sorti dei dubbi sulla reale entità della catastrofe. Insomma, c’era qualcosa di poco chiaro nei numeri del naufragio. Alcune fonti non verificate sostenevano che le barche partite quella notte erano state tre, e non due. E che un’altra si era inabissata scomparendo nel nulla.Le reali dimensioni della tragedia sono state scoperte quasi per caso, grazie alle intercettazioni telefoniche, durante un’indagine sulla prostituzione nigeriana della Direzione distrettuale antimafia di Bari.
Una telefonata agghiacciante. Gli interlocutori sono un trafficante residente in italia e un uomo che parla della Libia. Si autodefinisce «connection-man» e si affanna a rispondere alle insistenti domande del primo. Il trafficante è nervoso. Lo accusa di avergli fatto perdere un «carico» prezioso: trenta ragazze già acquistate per essere messe sui marciapiedi del Balpaese sono «andate perse» in un naufragio: «La barca si è spezzata in due», si giustifica «connection-man». Parlano proprio del naufragio avvenuto la notte tra il 28 e il 29 marzo. In un dialogo che diventa via via più allucinante, «connection-man» prova a parare i colpi: «Tutti danno la colpa a me, ma che colpa ne ho io se c’era cattivo tempo. Le barche si sono spezzate perché il legno con cui erano fatte non era buono». «Le barche», non «la barca»...Nel corso delle conversazioni tra i due (alla prima, ne fanno seguito altre più brevi), «connection-man» dice chiaramente che le barche affondato quella notte erano due, non una. Sulla prima vi erano a bordo 253 persone («E una ventina sono state recuperate», precisa riferendosi alla barca di cui già si sapeva). Sull’altra, sulla nave fantasma, erano molte di più.
Oltre 350. Ed ecco il totale: quasi 600 morti. In una sola notte, dunque, è stato superato il numero delle vittime dell’emigrazione nel Mediterraneo - 418, secondo le stime più accreditate - dall’inizio del 2009. Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, lo stesso magistrato che conduce la più famosa inchiesta sullo scandalo barese. L’organizzatore dei viaggi è stato iscritto nel registro degli indagati per strage colposa, ed è stata presentata alla magistratura libica una rogatoria internazionale in cui si chiede di indagare su «connection-man» (di cui si conosce il nome e, ovviamente, un numero di telefono) fornendo alcuni riscontri investigati. Finora, però, la richiesta non ha ottenuto alcuna risposta; la Libia pare sorda a ogni possibile accertamento. Perché? Alla difficoltà di ottenere una collaborazione nelle indagini da parte delle autorità libiche, si aggiunge il fatto che è quasi impossibile ottenere un confronto con i superstiti. Pare che a bordo delle tre imbarcazioni, quella notte, ci fossero uomini e donne provenienti da mezza Africa. Non solo nigeriani, ivoriani, senegalesi, camerunensi. Ma anche molti egiziani, tunisini, algerini...Dei 350 «salvati» dal rimorchiatore Asso 22 e riconsegnati alla polizia libica, non c’è più traccia.
Forse sono finiti in qualche centro di internamento per migranti. Quanto ai 21 recuperati vivi da una delle due navi affondate, i nordafricani (quasi la metà) sarebbero stati rimpatriati nei rispettivi paesi, mentre - secondo Fortress Europe - coloro che provenivano dall’Africa sub-sahariana sono finiti nelle centro di detenzione di Tuaisha, in condizioni degradanti. Quella notte maledetta, quindi, quasi mille persone hanno provato a raggiungere le coste italiane. Quelle che non sono morte, giacciono in qualche carcere della Libia.
Tragedia nella tragedia, accanto ad altri migranti che avevano pagato per il viaggio, hanno perso la vita anche trenta ragazze destinate alla più orrenda delle schiavitù, quella sessuale. Il dramma è che, se non fosse stato per i loro aguzzini, della vera entità del naufragio non si sarebbe mai saputo niente. Di certo questa ecatombe pesa come un macigno sugli accordi stipulati tra Italia e Libia. A tanta celerità nei respingimenti e nelle incarcerazioni dei migranti, fa da contraltare un’inspiegabile lentezza nell’accertare le responsabilità di pochi trafficanti.
FONTE
17 settembre 2009
Strage di Castel Volturno, l'inchiesta Il boss: "Uccidete anche le donne"
Giuseppe SetolaIl terrore mafioso aveva quell´unico movente, «sottomettere la comunità dei neri, ormai dovevano capire». E un chiaro piano esecutivo. «L´ordine di Giuseppe Setola era: "Uccidete tutti quelli che trovate là. Se ci sono le donne, anche le donne"», ha raccontato l´assassino pentito Oreste Spagnuolo. «Difatti per noi era indifferente colpire uno o l´altro. E ci eravamo attrezzati per ucciderne molti di più. Dovevamo fingerci carabinieri, indossare le pettorine, fare una perquisizione in quel locale, attendere che si calmassero le acque e poi ucciderli tutti. La disposizione era che tutti quanti noi dovevamo sparare. E non doveva rimanere nessun testimone».Andò così. Per caso non c´erano anche le donne.

martedì 15 settembre 2009
ONU, NO AI RESPINGIMENTI"MIGRANTI COME RIFIUTI"

lunedì 14 settembre 2009
Alemanno: "Cittadinanza veloce agli immigrati che si arruolano"
ROMA, 14 settembre 2009 - ''Potremmo pensare di fare delle deroghe premio, come accorciare il periodo di attesa per ottenere la cittadinanza, ad esempio per quegli immigrati che decidano di arruolarsi nell'esercito''. E' la proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenuto insieme al sindaco di Padova, Flavio Zanonato (Pd), al dibattito 'I nuovi italiani.
La patria come scelta e l'integrazione possibile', ad Atreju a Roma. Lo spunto e' stato fornito dalla partecipazione al dibattito di due militari, nati da un matrimonio misto: un'alpina e un paracadutista che si sono detti ''orgogliosi'' della loro patria ''l'Italia'', ricevendo gli applausi del pubblico di Atreju. Entrambi hanno voluto sottolineare tuttavia di aver dovuto aspettare di compiere 18 anni per avere la cittadinanza italiana. Alemanno ha ricordato che ''oggi è in corso una sanatoria che coinvolge 600mila persone e questo dimostra che la politica di centrodestra non è unilaterale'' e che ''il reato di clandestinità ci permette di distinguere chi sta in Italia per lavorare nelal legalità e chi no''.
fonte

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