venerdì 20 marzo 2009

Morte naturale?

Algerino muore nel Cie di Ponte GaleriaTestimone a radio: picchiato da polizia
La Croce Rossa: morto per cause naturali. Disposta autopsiaIl Viminale ha ordinato un'inchesta per chiarire i fatti


Approfondimenti
Garante detenuti: Cie di Ponte Galeria in emergenza permanenteROMA (19 marzo) - Un immigrato algerino di 40 anni è morto ieri sera in una camerata del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma a causa «di un arresto cardiocircolatorio». L'immigrato era arrivato ieri da Modena. Polemiche. Il direttore del Centro, Fabio Ciciliano, ha confermato a PeaceReporter la morte dell'uomo «smentendo che sia avvenuta a causa delle percosse». L'uomo, ha aggiunto Ciciliano, era un tossicodipendente. A Radio Popolare un immigrato aveva raccontato che l'uomo «è uscito per essere medicato, ma i poliziotti lo hanno picchiato e lo hanno rimandato in cella».Croce Rossa: morte naturale. Ad accorgersi che lo straniero era morto sono stati questa mattina gli altri immigrati che hanno avvertito la polizia. A constatare la morte dell'algerino la Croce Rossa secondo la quale si è trattato di morte per cause naturali dovute a un arresto cardiocircolatorio. Inutili i tentativi di rianimarlo.La testimonianza a Radio Popolare. «Noi - ha detto l'immigrato - dicevamo a loro che era morto ma i poliziotti dicevano che faceva finta di essere morto per uscire e scappare. È successo stanotte intorno alle 11. Non hanno fatto niente, lo hanno fatto sdraiare, lui ha cominciato a pregare perché aveva capito che stava per morire, ma loro continuavano a pensare che lui volesse uscire fuori per scappare». E ancora: «Quell'uomo ieri sera si è sentito male, aveva male allo stomaco, hanno chiamato la Croce Rossa per vedere cosa c'era, ma la polizia ha fatto dei problemi». Il testimone dice che «la polizia lo ha picchiato, non lo so con cosa, poi lui è tornato in stanza. Oggi lo hanno trovato morto. Aveva la faccia gonfia, i piedi e le mani blu», ha detto il testimone.Disposta l'autopsia. Il direttore del Centro di Ponte Galeria ha avvertito l'autorità giudiziaria che ha disposto l'autopsia per accertare le cause della morte.Chiedono un'indagine sulla morte dell'immigrato Massimiliano Smeriglio, assessore provinciale alle Politiche del Lavoro e Formazione, il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Guido Milana e l'assessore al Bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri.Inchiesta del Viminale. Il ministero dell'Interno, in relazione alla morte del ragazzo algerino nel centro di identificazione ed espulsione Ponte Galeria a Roma, ha disposto un'indagine amministrativa per chiarire le circostanze e i fatti avvenuti anche in relazione al rispetto delle regole cui è tenuto il gestore del centro. «Si tratta - spiega il Viminale - di una prassi doverosa già attuata in altre tragiche circostanze, nel rispetto dell'autonoma valutazione dell'autorità giudiziaria».
Dal Messaggero on line

venerdì 13 marzo 2009

Dove vanno a finire i televisori da rottamare?

Cliccate sul titolo e saprete...

Un caso emblematico che rischia di ripetersi

Il caso. Bari, per i sanitari la donna era malata da mesi: una semplice visita poteva salvarla
Il primario: la tubercolosi va curata subito, basta un colpo di tosse per contrarla
Teme la denuncia e non va in ospedaleprostituta muore di Tbc, rischio contagio
di MARA CHIARELLI


Il Policlinico di Bari
BARI - Era clandestina da alcuni mesi, per vivere faceva la prostituta e per paura non è andata in ospedale: è morta per tubercolosi polmonare avanzata, e dunque altamente contagiosa. E ora scatta l'allarme sanitario: Joy Johnson, la giovane nigeriana di 24 anni, trovata agonizzante da un cliente venerdì sera nelle campagne alle porte di Bari, potrebbe aver contagiato decine di persone che avevano avuto rapporti con lei, gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d'accoglienza dove per un mese aveva vissuto. Per precauzione ieri è stato chiuso l'istituto di medicina legale del Policlinico. E medici e poliziotti invitano chi avesse avuto rapporti con la nigeriana a contattare il più vicino ospedale. Quella di Joy era una tragedia annunciata. All'arrivo dei sanitari del 118, Joy Johnson, da novembre in città, perdeva sangue dalla bocca. La ragazza era malata da diversi mesi, ma se si fosse sottoposta a un esame del sangue o a una radiografia, oggi sarebbe ancora viva. L'allarme, ora, e l'invito a farsi controllare è rivolto ai clienti e a tutti coloro che dal 14 novembre (data di arrivo al Cara di Bari) hanno avuto contatti ravvicinati con lei. Tra questi, quell'uomo che, usando il telefono cellulare di Joy Johnson, ha chiesto aiuto alla polizia. "La tubercolosi va curata subito - dichiara il primario di Pneumologia del Policlinico di Bari, Anna Maria Moretti - perché anche le forme inizialmente non contagiose, senza terapia adeguata, lo possono diventare". Basta un colpo di tosse per contrarla, visto che si diffonde per via aerea. "È consigliabile sottoporsi a un test, l'intradermo reazione alla turbercolina, da fare in ospedale - spiega la specialista - Si tratta dell'inoculazione sotto cute di una sostanza che produce una reazione, da monitorare a casa per tre giorni. Se fosse positiva, va fatta la radiografia al torace, ma questo lo deve decidere il medico".

Si associa all'invito, ridimensionando l'allarme, il questore di Bari, Giorgio Manari: "E' idoneo e opportuno - dichiara - rispettare ciò che un medico e le autorità sanitarie dicono in questo senso". Subito dopo aver ricevuto il referto dell'autopsia, effettuata dal medico legale Francesco Introna, il pm incaricato delle indagini, Francesco Bretone ne ha dato comunicazione alle Asl, come prevede la legge. Immediati è scattata la profilassi nel Cara e nei confronti di chiunque abbia avuto contatti con la giovane donna, anche dopo il decesso. In caso di contagio accertato, la terapia, di tipo farmacologico, è lunga (dai sei ai nove mesi) ma dà il controllo totale della malattia. Bisogna però, sostengono i medici, tenere più alta l'attenzione su una patologia che, considerata scomparsa, si sta nuovamente manifestando in Italia a causa di due fattori: scarsa prevenzione e l'arrivo di extracomunitari che si portano dietro malattie endemiche nei loro Paesi, come la tubercolosi e l'Aids.
Da Repubblica on line

giovedì 12 marzo 2009

Noi non segnalamo day

17 marzo 2009:
“NOI NON SEGNALIAMO DAY”

La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) attraverso i Gruppi Immigrazione e Salute (GrIS), in collaborazione con Medici Senza Frontiere, Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI), Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), organizza una giornata di protesta e mobilitazione contro il disegno di legge sulla sicurezza in discussione alla Camera dei Deputati che prevede la cancellazione del divieto di segnalazione per gli immigrati senza permesso di soggiorno che si rivolgono alle strutture sanitarie per curarsi.
Con i contenuti dell'appello già presentato in occasione della discussione dell'emendamento in Senato "Divieto di segnalazione: siamo operatori della salute, non siamo spie", si vuole spiegare ancora una volta l'assoluta insensatezza di tale provvedimento in termini di sanità pubblica, di economia sanitaria, di sicurezza e di valori etici e deontologici.


IL GIORNO 17 MARZO 2009,
PARTECIPATE

DALLE 9.00 ALLE 11.00
AL PRESIDIO DI OPERATORI DELLA SALUTE
IN PIAZZA SAN MARCO (ANGOLO PIAZZA VENEZIA)

E ALLE ORE 12.00
ALLA CONFERENZA STAMPA, PRESSO L’OSPEDALE SAN CAMILLO, ORGANIZZATA DA

Ø REGIONE LAZIO
Ø SIMM – GrIS LAZIO
Ø AZIENDA OSPEDALIERA SAN CAMILLO FORLANINI

CON L’ADESIONE DI MSF, OISG, ASGI, INMP, AMSI, ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO

ALTRI ORDINI E COLLEGI PROFESSIONALI STANNO ADERENDO
Salvatore Geraci Presidente SIMM
Filippo Gnolfo Portavoce GrIS Lazio


Partecipate e diffondete l’invito

lunedì 9 marzo 2009

Gira che ti rigira alla fine non è mai razzismo

Napoli: etiope aggredito, per polizia e' 'bullismo'
09 mar 22:37
NAPOLI - Nonostante sia stato assalito al grido di 'sporco negro' da due giovani teste rasate e nonostate l'aggressioone sia avvenuta vicino ai centri sociali di piazza del Gesu', le indagini della Digos di Napoli sul pestaggio dello studente italo-etiope Marco Beyene, avvenuto giovedi' notte nel centro storico, sarebbero orientate verso un episodio legato al bullismo anziche' al razzismo: lo si apprende da fonti della Questura partenopea. La vittima e' stata per ore oggi in Questura, senza riconoscere nessuno nelle fotosegnaletiche di naziskin che gli agenti gli hanno mostrato. (Agr)
Dal Corriere della Sera on Line

domenica 8 marzo 2009

Aggressione razzista a Napoli

È figlio di un noto docente dell'università orientale
Napoli, studente italo-etiope denuncia aggressione. «Nessuno è intervenuto»
Marco Beyenne, 22 anni, è stato aggredito e picchiatoda due uomini con la testa rasata in una piazza affollata


Marco Beyenne (Ansa)NAPOLI - Aggressione a sfondo razzista a Napoli. L'ha denunciata Marco Beyenne, uno studente italo-etiope di 22 anni di Capaccio (Salerno), iscritto alla facoltà di Scienze Politiche dell'università Orientale di Napoli. È figlio di un noto docente universitario in pensione, Yakob Beyenne, tuttora legato all'ateneo da un contratto di collaborazione per la cattedra di filologia etiopica.
«NESSUNO È INTERVENUTO» - «Le ferite al volto fanno molto meno male di quelle che ho dentro» ha detto il ragazzo, aggredito nella notte tra giovedì e venerdì nel centro di Napoli da due giovani che, al grido di «negro di m...», lo hanno ripetutamente colpito al volto con una cintura. L'aggressione è avvenuta davanti a una trentina di persone che, secondo lo studente, si sono limitati ad assistere alla scena. «Ero in compagnia di un amico, anche lui studente - spiega Marco Bayenne -. Stavamo facendo una passeggiata in piazza del Gesù e volevamo andare a bere qualcosa in un locale molto frequentato dagli studenti, specie il giovedì notte. All'uscita dal locale, due persone si sono avvicinate e mi hanno chiesto cosa volessi. Non ho avuto neppure il tempo di rispondere, che uno dei due, con il capo rasato, ha tirato fuori una cintura e ha cominciato a colpirmi al volto con una ferocia inaudita, mentre gridava frasi del tipo 'negro di m...»'. Molti i giovani presenti nella piazza che hanno assistito alla scena. «Non uno dei presenti ha alzato un dito - prosegue Marco -. Nessuno ha avuto il coraggio di intervenire, nonostante l'aggressione sia durata un paio di minuti. Solo il mio amico ha tentato di difendermi, prendendosi la sua dose di calci e pugni». Alla fine Beyenne è riuscito a divincolarsi, rifugiandosi in una rosticceria. «Sanguinavo dal viso, così il titolare del locale mi ha dato dei fazzolettini di carta per ripulirmi». Poi l'arrivo in ospedale, dove lo studente è stato medicato e dimesso. «Quando siamo andati al commissariato di polizia di via San Biagio, gli agenti stentavano a crederci - racconta la vittima -, uno di loro mi ha detto che a Napoli non si era mai verificata un'aggressione a sfondo razziale. Erano tutti molto dispiaciuti».
«CLIMA DI INTOLLERANZA» - «Sono di nuovo a Capaccio - aggiunge il giovane italo-etiope -, sono tornato a casa per ritrovare la serenità smarrita. Ma da lunedì sarò ancora una volta tra i banchi dell'università, come sempre. Spero che sia il primo e l'ultimo episodio di razzismo in una città tanto bella e tollerante come Napoli, anche se da qualche mese respiro un'aria che non mi piace, un'aria di insofferenza che può essere molto pericolosa». «Mio marito è in Italia dall'inizio degli anni Sessanta - dice Paola Raeli, moglie di Yaqob Beyenne -. È un uomo stimato e amato da tutti e in tutto questo tempo non è mai accaduto niente né a lui né a mio figlio, ma ora ho paura. Quello che è accaduto giovedì notte è il sintomo che qualcosa nel nostro paese sta cambiando. C'è un clima di intolleranza».
Da Repubblica on line

sabato 7 marzo 2009

meditate

Aggressioni razziste sul bus

Ostia, Roma, linea 05/ treno 5 vettura 6024 diretto a Via Ebridi proveniente da Via Mar Rosso alla prima fermata dopo che Via dei Velieri incrocia Viale Vasco de Gama sono costretto ad arrestare la corsa del mezzo, aprire le porte e per la seconda volta in meno di 12 mesi a frappormi tra una donna italiana e una ragazza straniera (stavolta era dell'est europeo anziché nera) per evitare che si arrivi alle mani e finisca per pagarne il conto un bambino.La vettura era piuttosto piena, la giornata bella e tutto procedeva tranquillamente quando una signora italiana di piccola statura con i capelli biondi ha iniziato a inveire contro una giovane ragazza per il passeggino con il bambino dentro che a suo dire le intralciava il passaggio, ne è nato un alterco tra le due donne con i toni usati dalla signora italiana che in un crescendo rossiniano divenivano sempre meno inerenti al passeggino e sempre più a sfondo razziale.La giovane mamma ha avuto inizialmente un reazione di indifferenza e silenzio per poi cercare di rispondere educatamente quando alla fine, ripetutamente insultata (si è partiti da "siete tutti assassini" fino a "rimonta sur gommone") in preda alle lacrime si è lanciata addosso alla sua controparte, inevitabile l'arresto della vettura, l'apertura delle porte e il dover intervenire frapponendomi tra le due contendenti, per fortuna questa volta non ho riscontrato la totale indifferenza della volta precedente e un ragazzo è corso in mio aiuto per sedare la lite ma purtroppo la tensione si è diffusa e alla fine l'intera vettura si è divisa tra chi esigeva da me che facessi scendere la giovane ragazza e il suo passeggino e chi altresì incitava invece a far scendere la signora italiana.Una situazione assurda in cui ho dovuto urlare a squarciagola per sedare gli animi e affermare in tono imperativo che non avevo la facoltà di far scendere nessuno e che non potevo assolutamente toccare nessuno; in tutto questo tra le sostenitrici (perché la cosa triste è che a quell'ora verso le 11.39 i passeggeri sono per lo più anziane e donne) della defenestrazione della ragazza e del passeggino spuntava una signora bionda che mi accusava di essere la causa del problema anzi di averne in toto la colpa e la responsabilità perché avrei dovuto sin dall'inizio impedire alla ragazza e al suo passeggino di salire a bordo del mezzo!A mio vantaggio per sedare gli animi e contenere la situazione ha giocato il tipo di vettura (Mercedes Citaro) caratterizzato da pochi posti in piedi, corridoio di camminamento strettissimo (permette il passaggio di una sola persona), due solo porte (di cui una singola posta sulla parte anteriore) con il quale ho cerchiobottistamente convinto le parti in causa che sebbene la norma preveda che i passeggini siano chiusi e i bambini presi in braccio era pur vero e incontrovertibile che il modello di bus era privo di spazi nei quali seppure chiuso fosse possibile tenere il passeggino (il corridoio ne risulterebbe comunque ostruito e lo spazio tra sedili è insufficiente, sfido chiunque con un passeggino e un metro a sostenere il contrario e dimostrarlo) , alla fine ho convinto la signora italiana ad accomodarsi vicino a me al posto guida (scoperto) e l'ho portata a distanza di sicurezza dalla ragazza dell'est.Ciò che mi ha molto colpito è la vicinanza di due casi simili in uno spazio di tempo non molto ampio con un iter identico e un casus belli futile, indubbiamente le caratteristiche tecniche della vettura hanno influito ma la volta precedente si trattava ma questo non spiega il sentirsi coinvolto con il dovere di schierarsi di tutti gli altri passeggeri, si è calpestato tutto dalla sacralità della maternità (e a farlo erano delle donne!!!) all'innocenza di un bambino fino alla dignità umana!La cosa sconvolgente è che erano presenti tra le passeggere donne anziane che hanno visto la guerra, le deportazioni, il fascismo e che pure inveivano genericamente contro la ragazza pretendendo che la buttassi fuori e la lasciassi a piedi per il passeggino ma sottolineando che se lo teneva aperto era per la sua provenienza geografica come se questa determinasse aprioristicamente il suo comportamento!Se anche chi rappresenta la memoria vivente del passato ha dimenticato quanto orribile sia discriminare una persona, un essere umano per via del suo luogo di nascita mi chiedo se non si sia passato il confine che ci divide da una società non più degna di questo nome.La cosa bella (si fa per dire) è che tutte le donne munite di passeggino non lo chiudono mai! Di qualunque colore, razza o religione! E che solitamente invitarle a farlo scateni una reazioni che vede l'autista letteralmente ricoperto di insulti da tutti i passeggeri che immantinentemente solidarizzano con la mamma in barba alle regole! L'altra cosa che evidenzia quanto sia soggetto a variazioni notevoli il comportamento umano è che se invece di una giovane ragazza sola ci fossero stati 4 o 5 bulletti (made in italy o d'importazione non conta) con i piedi sui sedili e la musica a tutto volume nessuno avrebbe fiatato!Ci sono cose che non capirò mai.
Da IL Messaggero on line

giovedì 26 febbraio 2009

IMPRENDITORI IMMIGRATI IN ITALIA


Lavoro

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Immigrati Imprenditori in Italia
Nel Lazio 17.321 imprese hanno a capo un immigrato, 3249 sono 'rumene'

di Sabina Cuccaro - 25/02/2009

Weldu del ristorante Massawa. Foto di Federico Ridolfi

Roma: quando l'immigrazione produceL'imprenditoria è una vocazione che non ha nazionalità: è quanto emerso dal dossier "Immigrati Imprenditori in Italia" presentato il 24 febbraio a Roma.
Nel Lazio sono 17.321 le imprese con a capo un immigrato, di più sono solo in Lombardia. E la capitale si configura come l'epicentro dell'imprenditoria straniera: ben il 90% delle imprese laziali è concentrato qui, e una parte, seppur piccola, è in mano alle donne.

Non tutti gli immigrati, però, hanno la vocazione imprenditoriale. Le imprese in mano a stranieri, infatti, sono riconducibili a cittadini provenienti da un ristretto numero di Paesi, che detengono più della metà del totale. Il popolo più "produttivo" è quello della Romania con 3.249 imprese, segue il Bangladesh con 2.204 e la Cina (1.635).
Un po' cicala e un po' formica sono gli africani: Marocco, Egitto e Nigeria danno un modesto contributo all'economia capitolina.

Ognuno, poi, ha un settore prediletto: più dediti al commercio (sia al dettaglio che all'ingrosso) sono i marocchini, i cinesi e i bangladesi. Puntano, invece, sulle costruzioni gli europei dell'est: romeni, polacchi, moldavi e albanesi prediligono le lavorazioni edili sia per il modesto know how tecnologico richiesto, sia per la possibilità di acquisire lavori in subappalto dalle grandi ditte.

Più creativi (o meno furbi?) sono gli immigrati originari del Senegal, Serbia e Montenegro, legati ad attività manifatturiere, decisamente meno redditizie.

Il popolo più empatico sembra essere quello egiziano, impegnato in prima persona in attività di sensibilizzazione.

Ovviamente è il centro storico ad attirare la maggior parte delle aziende di immigrati (oltre gli ambulanti): in pratica su sette imprese straniere registrate nella capitale almeno una opera nel I municipio. Appetibile risulta anche l'VIII municipio, per due motivi: è a ridosso del Grande Raccordo Anulare e permette l'affitto di capannoni a prezzi modici. Un quinto degli imprenditori romeni è insediato qui. Il XIII municipio, infine, vede soprattutto iniziative egiziane per la produzione di beni.

Da Libero del 25 febbraio

martedì 24 febbraio 2009

IMMIGRATI = 10% PIL ITALIANO

Il rapporto della Fondazione Ethnoland, realizzato con Caritas, Abi e Unioncamere Le imprese costituite dagli stranieri impiegano il 10% dei lavoratori dipendenti

Dal lavoro degli immigrati un decimo del Pil italiano

Si tratta di oltre 165.000 società, il triplo rispetto al 2003. Trentamila solo in Lombardia I romeni preligono l'edilizia, i marocchini il commercio, i cinesi il settore manifatturiero di ROSARIA AMATO




ROMA
- Pressy, immigrata filippina da vent'anni
in Italia, lavora a ore come colf di mattina poi, insieme al marito, gestisce un call center per immigrati il pomeriggio e, di sera, una pizzeria nel quartiere più animato di vita notturna a Roma, Trastevere. Un esempio di rara industriosità? Non proprio. Le imprese costituite da immigrati in Italia nel giugno del 2008 erano già 165.144. Una ogni 33 registrate nel nostro Paese. Garantiscono occupazione a un decimo dei lavoratori dipendenti, italiani e stranieri, e contribuiscono alla formazione di circa un decimo del prodotto interno lordo. Lo attesta un'indagine della Fondazione Ethnoland, realizzata in collaborazione con la Caritas e con diverse organizzazioni economiche, dall'Abi a Confartigianato e Unioncamere. Uno studio di Unioncamere e dell'Istituto Tagliacarne, infatti, utilizzando dati relativi al 2006, ha accertato che è dovuto agli immigrati il 9,2% del valore aggiunto, corrispondente a una quota di 122 miliardi del Pil. Solo nel 2006 le imprese appartenenti a immigrati hanno assicurato un gettito fiscale pari a 4 miliardi di euro. Nel 2007 era già arrivato a 5,5 miliardi. Senza contare che anche i lavoratori dipendenti stranieri hanno un peso ormai rilevante nella nostra economia: l'Inps ha accertato che gli immigrati assicurano, annualmente, un a

mmontare di 5 miliardi di euro come contributi previdenziali e, al contrario, percepiscono ancora un numero molto limitato di pensioni, essendo per lo più lavoratori giovani. Sono numeri strabilianti per un Paese che solo recentemente ha preso atto di quella che da molti è ancora considerata una realtà economica nascente, però marginale, forse tutto sommato anche un po' folkloristica: quella dell'immigrato imprenditore, accanto al molto più comune vu cumprà e all'esercito di badanti e di clandestini che delinquono.


Invece, nel giro di pochissimi anni, i numeri dell'imprenditoria straniera si sono triplicati: nel 2003 risultavano registrate appena 56.421 imprese guidate da immigrati.

Si va dalle 30.000 aziende in Lombardia alle circa 1000 esistenti nelle regioni più piccole. Ma ci sono regioni, soprattutto meridionali, come la Sardegna, la Sicilia e la Calabria, nelle quali gli immigrati hanno eguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani, mentre in diverse Regioni del Nord e del Centro, tra le quali Piemonte, Emilia Romagna e Toscana, il "pareggio" appare molto vicino. Non bisogna pensare che si tratti solo di negozi di frutta e verdura o di abbigliamento cinese low cost. Il settore più privilegiato dagli imprenditori immigrati è quello dell'industria con 83.578 aziende, circa la metà (50,6%). Prevalgono le aziende edili, 64.549, pari a 4 su 10 di quelle gestite da immigrati, per lo più provenienti dall'Est Europa. Seguono quelle del comparto tessile, abbigliamento e calzature (10.470 aziende) e qui, com'è noto, prevalgono i cinesi. Segue il settore dei servizi, con 77.515 aziende, a prevalenza commerciali. La vocazione imprenditoriale, osservano i curatori del Rapporto, non è distribuita in modo uniforme tra tutte le nazionalità. Appare molto spiccata negli immigrati dal Marocco (sono i titolari del 67,5% delle imprese dedite al commercio) e dalla Romania (più dell'80% dei titolari di aziende edili) mentre la Cina si ripartisce l'industria manufatturiera (46%) e il commercio (44,6%).


Il fenomeno dell'impren

ditoria straniera sfugge ancora al cittadino comune e, circostanza più grave, allo Stato. "Chi si dichiara disponibile all'accoglienza di un'mmigrazione di qualità - osserva Otto Bitijoka, presidente della Fondazione Ethnoland - deve essere aiutato a capire che tale immigrazione si trova già sul posto. Bisogna adoperarsi, perciò, perché gli immigrati contino più come lavoratori, come imprenditori e come cittadini". Oggi, uno straniero che intenda aprire un'impresa è ostacolato da una burocrazia ancora più pesante che per gli italiani, e da costi non indifferenti: per aprire un'attività autonoma, ricorda il Rapporto, sono necessarie un paio di settimane durante le quali bisogna rivolgersi ad almeno nove uffici diversi, con una spesa di 3.587 euro. In Italia, ad aver capito forse prima di altri che gli imprenditori stranieri sono una risorsa sono state le banche: in media 7 imprenditori immigrati su 10 sono clienti degli istituti di credito italiani. Clienti ambiziosi: a spingere un immigrato ad avviare un'impresa è il maggior guadagno, visto che da dipendenti la loro paga è appena il 60% di quella di un italiano. E poi, rileva il rapporto, gli immigrati vogliono "scrollarsi di dosso i pregiudizi dando di sé un'immagine più veritiera".
(24 febbraio 2009)
N
FONTE

lunedì 23 febbraio 2009

Gli immigrati insegnano l’inglese agli italiani

Lunedì 23 Febbraio 2009




di CLAUDIA PAOLETTI
www.ilmessaggero.it

Gli immigrati insegnano l’inglese agli italiani. S’invertono a Cisterna le offerte per favorire l’integrazione sociale. L’associazione di volontariato “Welcome” di Cisterna, fondata nel 2000 da alcuni immigrati di diverse nazionalità e professioni, ha aperto le iscrizioni ad un corso di lingua inglese gratuito rivolto a giovani e meno che cercano una maggiore integrazione con le comunità immigrate, per navigare meglio su internet e sentirsi un po’ più cittadini d’Europa e del mondo. Il corso, organizzato con il patrocinio e contributo del Comune di Cisterna, è rivolto naturalmente anche agli immigrati da poco in Italia, per migliorare le condizione di vita e l'inserimento sociale nel paese ospitante. Le lezioni inizieranno il 27 febbraio e si svolgeranno nella sede dell’associazione Welcome in via Damiano Chiesa, dalle ore 17 alle 19 fino a giugno.
«Cisterna è un territorio di forte immigrazione ma anche di grande accoglienza e apertura nei confronti delle culture diverse – dice il delegato all’associazionismo, Antonio Lucarelli - mentre i più giovani, attraverso la scuola, hanno ormai acquisito gli strumenti per comunicare con esponenti delle diverse etnie che si sono insediati presso di noi, forte è stata la richiesta di nostri cittadini adulti o magari di età piuttosto avanzata, che hanno manifestato questa esigenza. Per lo più si avverte il bisogno di conoscere delle nozioni di lingua inglese che permettano di comunicare su esigenze di vita quotidiana e concreta; ad esempio poter dialogare con il vicino di casa proveniente da un paese straniero, oppure una maggiore autonomia nell’uso consapevole di internet». Per informazioni chiamare il 335.5907383 oppure scrivere a associazione.welcome@gmail.com
FONTE





sabato 21 febbraio 2009

NIGERIAN POLICE IN ITALY FROM NEXT WEEK

Sicurezza, Manganelli a Modena: 'la ricetta è quella partecipata'
Inserito il 20-02-2009 ~ 17:00 da Redazione

Modena - ''La sicurezza partecipata è l'unica ricetta possibile oggi, io la chiamo sicurezza civica''. A dirlo è stato il capo della Polizia, Antonio Manganelli, durante un convegno a Modena sui sistemi di videosorveglianza. ''L'obiettivo della tranquillità sociale - ha spiegato - si può realizzare attraverso la partecipazione del cittadino allo svolgersi della vita sociale. Dobbiamo cercare di fare squadra''.


Manganelli ha sottolineato la necessità di fare squadra tra le varie forze dell'ordine ''nel rispetto ciascuna dei propri ruoli'', mentre non ha mai citato la parola 'ronde' la cui introduzione è prevista nel decreto legge anti-stupri in discussione al Consiglio dei ministri, parlando al contrario di collaborazione con ''associazioni di categoria, di volontariato".
"Pensiamo - ha aggiunto - al campo dell'antiracket'', che da tempo ''viene affrontato in modo forte e deciso dalle associazioni per la lotta contro il racket''.
Infine, sempre riferendosi alla lotta al 'pizzo': ''Il commerciante da solo ha paura, ma quello che si associa, in virtù della collaborazione con il parternariato tra forze di Polizia e associazioni, è più forte''.

Dalla prossima settimana accanto ai poliziotti italiani ci sarà una rappresentanza di colleghi nigeriani, oltre a quelli tunisini, già arrivati in Italia, per svolgere compiti legati all'identificazione dei clandestini. In più, da metà marzo dovrebbe cominciare il pattugliamento delle coste libiche. Ha annunciato Manganelli, nella sua relazione alla Fondazione Marco Biagi.
''L'altro ieri sono stato in Nigeria a completare un accordo importante - ha spiegato - Dalla prossima settimana ci saranno poliziotti nigeriani in Italia che favoriranno l'identificazione, la regolarizzazione o il trasferimento in patria degli irregolari''. Altri dalla Tunisia, ha aggiunto, sono già arrivati per effetto di un accordo simile completato due settimane fa. Inoltre, ha continuato Manganelli, ''speriamo dalla metà di marzo di far partire un pattugliamento misto sottocosta, con la Libia''.

FONTE
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