venerdì 3 ottobre 2008

SI ASPETTAVA QUESTA 'DIFESA.....'

PROSTITUTA MALTRATTATA: DA UNA DENUNCIA LA VERITA'

Clamoroso colpo di scena nella vicenda della foto, scattata al comando della polizia municipale di Parma, che ritraeva una prostituta nigeriana seminuda e abbandonata a terra all'interno di una cella di sicurezza. La testimonianza di un'altra prostituta sudamericana smonta il caso: la donna, che si e' rivolta alla Questura, ha infatti dichiarato che la prostituta, la cui foto fece il giro del mondo, non e' stata in nessun modo maltrattata dai vigili urbani della citta' emiliana, attualmente nella bufera del caso del presunto pestaggio di un ragazzo di colore. La testimonianza verra' pubblicata in esclusiva domani dalla Gazzetta di Parma ed e' stata anticipata da alcuni minuti dal sito dello stesso quotidiano. Nella sua denuncia, la prostituta - che racconta come sia stata cercata insistentemente da alcuni giornalisti che volevano convincerla a denunciare i vigili - ha spiegato di non aver subito alcun maltrattamento da parte degli agenti della polizia municipale e che la prostituta ritratta in foto avesse aggredito i vigili tirando calci nel tentativo di liberarsi. "Per quanto potuto constatare - ha spiegato la donna alla questura - nessuno la toccava con un dito. Anzi, era i vigili che avevano la divisa scomposta per i comportamenti della donna che alternava la violenza al finto svenimento".

http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/PROSTITUTA-MALTRATTATA-DA-UNA-DENUNCIA-LA-VERITA/news-dettaglio/3339488




mercoledì 1 ottobre 2008

ITALIA CHE CAMBIA 2



XENOFOBIA ......ITALIA?
"Caduto è fatto male da solo...." durante un interrogatorio nella caserma del Vigili urbani di Parma
Posted by Picasa

French Muslims Find Haven in Catholic Schools

French Muslims Find Haven in Catholic Schools

Franco Zecchin for the International Herald Tribune

Nadia Oualane, right, and Amina Zaidi may wear head scarves at St. Mauront, a Roman Catholic school in Marseille. The scarves are forbidden in state schools.

Published: September 29, 2008
MARSEILLE, France — The bright cafeteria of St. Mauront Catholic School is conspicuously quiet: It is Ramadan, and 80 percent of the students are Muslim. When the lunch bell rings, girls and boys stream out past the crucifixes and the large wooden cross in the corridor, heading for Muslim midday prayer.
Franco Zecchin for The International Herald Tribune

Amina at the blackboard. In a French magazine's recent ranking of high schools, 15 of the top 20 were Catholic schools.

"There is respect for our religion here," said Nadia Oualane, 14, a student of Algerian descent who wears her hair hidden under a black head scarf. "In the public school," she added, gesturing at nearby buildings, "I would not be allowed to wear a veil."
In France, which has only four Muslim schools, some of the country's 8,847 Roman Catholic schools have become refuges for Muslims seeking what an overburdened, secularist public sector often lacks: spirituality, an environment in which good manners count alongside mathematics, and higher academic standards.
No national statistics are kept, but Muslim and Catholic educators estimate that Muslim students now make up more than 10 percent of the two million students in Catholic schools. In ethnically mixed neighborhoods in Marseille and the industrial north, the proportion can be more than half.
The quiet migration of Muslims to private Catholic schools highlights how hard it has become for state schools, long France's tool for integration, to keep their promise of equal opportunity.
Traditionally, the republican school, born of the French Revolution, was the breeding ground for citizens. The shift from these schools is another indication of the challenge facing the strict form of secularism known as "laïcité."
Following centuries of religious wars and a long period of conflict between the nascent Republic and an assertive clergy, a 1905 law granted religious freedom in predominantly Roman Catholic France and withdrew financial support and formal recognition from all faiths. Religious education and symbols were banned from public schools.
France is now home to around five million Muslims, Western Europe's largest such community, and new fault lines have emerged. In 2004, a ban on the head scarf in state schools prompted outcry and debate about loosening the interpretation of the 1905 law.
"Laïcité has become the state's religion, and the republican school is its temple," said Imam Soheib Bencheikh, a former grand mufti in Marseille and founder of its Higher Institute of Islamic Studies. Imam Bencheikh's oldest daughter attends Catholic school.
"It's ironic," he said, "but today the Catholic Church is more tolerant of — and knowledgeable about — Islam than the French state."
For some, economics argue for Catholic schools, which tend to be smaller than public ones and much less expensive than private schools in other countries. In return for the schools' teaching the national curriculum and being open to students of all faiths, the government pays teachers' salaries and a per-student subsidy. Annual costs for parents average 1,400 euros (less than $2,050) for junior high school and 1,800 euros (about $2,630) for high school, according to the Roman Catholic educational authority.
In France's highly centralized education system, the national curriculum proscribes religious instruction beyond general examination of religious tenets and faiths as it occurs in history lessons. Religious instruction, like Catholic catechism, is voluntary.
And Catholic schools take steps to accommodate different faiths. One school in Dijon allows Muslim students to use the chapel for Ramadan prayers.
Catholic schools are also free to allow girls to wear head scarves. Many honor the state ban, but several, like St. Mauront, tolerate a discreet covering.
The school, tucked under an overpass in the city's northern housing projects, embodies tectonic shifts in French society over the past century.
Founded in 1905 in a former soap factory, the school initially served mainly Catholic students whose parents were French, said the headmaster, Jean Chamoux. Before World War II, Italian and some Portuguese immigrants arrived; since the 1960s, Africans from former French colonies. Today there is barely a white face among the 117 students.

martedì 30 settembre 2008

Ancora razzismo o, forse, non era razzismo?

Uno studente ghanese ha presentato denuncia: scambiato per un pusher, sarebbe stato picchiato e offeso dai vigili urbani
La storia del "negro" Emmanuela Parma è di nuovo scandalo
La Procura apre un'inchiesta, il comandante difende i suoi: "Si è ferito da solo, una caduta fortuita"dalla nostra REDAZIONE

OAS_RICH('Left');
Emmanuel Bonsu
PARMA - Il volto tumefatto dello studente ghanese e la sua denuncia ("sono stato insultato e picchiato dai vigili") incendiano il dibattito politico nella città della sicurezza. Un ritorno di fiamma che investe le istituzioni di Parma a poche settimane dalla foto di una prostituta accasciata a terra sul pavimento di una cella della polizia municipale. La procura ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Roberta Licci. Chiede ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia del giovane di non diffondere informazioni. Hanno disposto una visita medica per il ragazzo. Nel frattempo, anche il Comune cerca di far luce sull'episodio. L'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi ha convocato una riunione con i dirigenti della polizia municipale. Del caso si sta interessando anche l'Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. La Cgil parla di "episodio sconcertante e di una gravità inaudita". Il caso diventa nazionale con interrogazioni e prese di posizione dell'intera opposizione, dalla Sereni a Ferrero. IL VIDEO-TESTIMONIANZA - IMMAGINI - Emmanuel Bonsu si è presentato ai carabinieri insieme alla sua famiglia, con in mano una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e un verbale del pronto soccorso. Spaventato più che arrabbiato, ha mostrato una busta del Comune di Parma con la scritta "Emmanuel negro" (LA FOTO). Dice che gliel'hanno data i vigili quando, dopo cinque ore passate nella cella del comando, lo hanno rilasciato. Il comandante della polizia municipale Emma Monguidi ipotizza che sia stato lui stesso a fare quella scritta e spiega che l'occhio nero è il frutto di una caduta a terra, rovinosa e fortuita: voleva sottrarsi ai controlli.
Cercavano uno spacciatore, ma in manette c'è finito uno studente che, ironia della sorte, sta per iniziare a lavorare come volontario in una comunità di recupero per tossicodipendenti. In attesa dell'esito degli accertamenti, è la politica a occupare la scena. Da giorni s'interroga sulle sette ordinanze anti-degrado firmate dal sindaco Pietro Vignali sulla scia del decreto Maroni. Ordinanze che colpiscono prostitute, clienti, accattoni, gente che schiamazza e che butta i mozziconi di sigaretta per terra. La scorsa settimana è stato annunciato l'arrivo di un elicottero, unità cinofile, diciotto nuovi agenti e manganelli per i vigili urbani. Ma ci si interroga sull'opportunità di affidare a questi ultimi compiti di polizia, per i quali non sono adeguatamente preparati.
(30 settembre 2008)

Da "Repubblica on line"

sabato 27 settembre 2008

Arriva il Patto Ue sull’immigrazione



Stop alle regolarizzazioni di massa: arriva il Patto Ue sull'immigrazione



Immigrati fermati dalla polizia italiana


Sarkozy tira un sospiro di sollievo: dopo le tensioni emerse nel luglio scorso a Nizza, i ministri dell'Interno e della Giustizia dei 27 Stati membri dell'Ue hanno approvato giovedì 25 settembre all'unanimità ilPatto europeo sull'immigrazione e l'asilo proposto dalla presidenza di turno francese. Il sì definitivo ci sarà solo al Summit dei capi di Stato Ue il prossimo 15 e 16 ottobre 2008, ma - assicurano a Panorama.itfonti europee di Bruxelles - "il voto sarà una pure e semplice formalità": gli ostacoli politici, in sostanza, sono stati superati. Esiste da oggi una politica migratoria comune.
In cima all'agenda politica della presidenza di turno francese, il Patto - che cerca di coniugare rigore contro l'immigrazione clandestina e necessità di integrare i regolari - si pone cinque obiettivi principali: "Organizzare l'immigrazione legale tenendo conto delle priorità, dei bisogni e delle capacità di accoglienza di ogni Stato membro e favorire l'integrazione; lottare contro l'immigrazione clandestina, favorendo il ritorno degli stranieri in situazione irregolare nel loro paese di origine oppure verso un paese di transito; potenziare i controlli alle frontiere; attuare una procedura unica per la richiesta di Asilo (entro il 2012,ndr); creare un partenariato globale con i paesi di origine e di transito per favorire le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo".
Stop alle regolarizzazioni di massa. Sul fronte della lotta contro l'immigrazione clandestina, spicca la decisione di porre fine alle regolarizzazioni di massa. Sarà anche reso obbligatorio da qui al 2012 il visto biometrico e saranno regolamentati i ricongiugimenti familiari in base alla disponibilità di alloggi o la conoscenza della lingua del paese di accoglienza.
Altra novità: la "blue card". Ispirandosi al sistema della "green card" americana, l'Ue intende privilegiare l'accesso sul suo territorio di una manodopera straniera altamente qualificata attraverso l'attribuzione di un permesso di soggiorno ad hoc. Per il presidente della Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo, Gérard Duprez, il Patto consente "per la prima volta all'Ue di organizzare i flussi migratori in funzione dei suoi bisogni". Ma non tutti sono d'accordo. Contattato da Panorama.it, un portavoce dell'African Diaspora Policy Centre, un think tank influente di Amsterdam, sostiene che l'Europa "non può pensare di accappararsi le menti più brillanti del nostro continente. I governi africani spendono tempo e denaro a formare medici o informatici per poi vederseli scappare nel Nord del mondo". Secondo l'Organizzazione mondiale delle Migrazioni (OIM), ogni anno circa 20.000 africani altamente qualificati lasciano il continente per i paesi ricchi. Un danno pari a quattro miliardi di euro annui che colpisce i settori sanitari e educativi, entrambi cruciali per lo sviluppo dell'Africa.



LEGGI ANCHE: Il Vaticano polemico col governo: segnali di intolleranza





VATICANO CONTRO IL GOVERNO


Sull'Osservatore romano duro articolo di don Vittorio Nozza, responsabile
della Caritas italiana. Dubbi anche sul Piano Ue che sarà discusso a ottobre

Il Vaticano critica il governo
"Sugli immigrati c'è intolleranza"

Il Pd: "L'esecutivo ascolti, e su temi così delicati mosstri meno spocchia"


Il Vaticano critica il governo "Sugli immigrati c'è intolleranza"
CITTA' DEL VATICANO - L'Osservatore Romano critica oggi - con parole severe - il "giro di vite" adottato dal governo italiano sui ricongiungimenti degli immigrati e i richiedenti asilo, e allo stesso tempo attacca le politiche europee che prevedono "restrizioni, ostacoli e barriere" all'immigrazione. Lo si legge in un articolo di prima pagina firmato dal responsabile della Caritas italiana don Vittorio Nozza, che scrive: "Intristisce quando, dal mondo politico, arrivano segnali contrari che alimentano un clima di paura e intolleranza". Immediata la reazione del Pd: "L'esecutivo ascolti, e mostri meno spocchia".

Nell'articolo dell'Osservatore, si fa riferimento è al Patto per l'immigrazione e il diritto d'asilo che dovrebbe essere adottato dal vertice europeo dei capi di Stato e di Governo del prossimo 15 ottobre. Parlando sia di questo complesso di norme, sia delle restrizioni italiane sul diritto d'asilo, il numero uno della Caritas sostiene che i principi di accoglienza, tolleranza e convivenza fra i popoli non sono più condivisi, di fronte alla svolta culturale xenofoba in atto.

"Ci si deve interrogare - spiega don Nozza- circa i cambiamenti culturali in atto. E' evidente che il solo appello -pur necessario- ai valori presenti nella cultura istituzionale e nel diritto internazionale (si prenda il caso dell'asilo) non sono più considerati valori comuni.
Esistono più voci, nell'informazione, nella cultura, nelle forze politiche, che spingono a forme più o meno raffinate, di diffidenza, intolleranza, contrasto, violenza". "E' urgente pertanto - prosegue il testo - una rinnovata tensione e azione pedagogica. In quest'ottica deve essere chiaro che quando la Chiesa predica i valori di rispetto della dignità, solidarietà, condivisione tra i popoli, di incontro tra le culture e le religioni non fa battaglie politiche ma precisa solo i presupposti sui quali la politica deve costruire".

Per questo - conclude l'articolo - "intristisce quando, dal mondo politico, arrivano segnali contrari che - per mitigare le frustrazioni di chi vede riflesse nell'altro, nel diverso le proprie insicurezze- alimentano un clima di paura e di intolleranza. Tanto che nella dimensione locale del vivere si accentuano tendenze di chiusura autarchica e di arroccamento sociale".

E poco dopo arriva la reazione del Pd, secondo cui l'esecutivo il governo non può continuare a ignorare gli appelli alla tolleranza arrivati prima dal Vaticano e, oggi, dall'Osservatore romano, A parlare è il ministro ombra dell'Interno, Marco Minniti: "Mi auguro fermamente che questa volta il governo dimostri sensibilità e capacità di ascolto. A tutto ciò non si può continuare a rispondere, come si è fatto finora, con una semplice alzata di spalle. Su temi così delicati e complessi un po' meno di spocchia non guasterebbe".

http://www.repubblica.it/interstitial/interstitial1319862.html

mercoledì 24 settembre 2008

Il governo tradisce i diritti umani

Migranti, il Vaticano attacca il governo
"Tradisce i diritti umani e gioca al ribasso"

ROMA - Con gli ultimi provvedimenti presi in materia di immigrazione, restrittivi sui ricongiungimenti familiari e sui richiedenti asilo, il governo "si allontana sempre di più, e non solo nel tempo, dallo spirito della lettera di quei diritti umani che trovarono possibilità di essere espressi perché si proveniva forse dagli orrori di una guerra mondiale. Eppure l'uomo e la donna sono gli stessi, hanno bisogno di protezione, specialmente nei casi in questione". La dura presa di posizione arriva da monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti che già a più riprese aveva criticato la politica verso gli immigrati dell'attuale governo e dell'Unione europea.

In sostanza, afferma il prelato in un'intervista a Radio Vaticana, l'esecutivo italiano gioca "al ribasso" sui diritti umani degli immigrati.

Sui temi e le problematiche relative all'immigrazione erano intervenuti di recente anche il Papa e il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco.

(24 settembre 2008) Tutti gli articoli di politica

China and Africa

CHINA'S QUEST FOR RESOURCES
A ravenous dragon
Mar 13th 2008 From The Economist print edition

China's hunger for natural resources has set off a global commodity boom. Developed countries worry about being left high and dry, but the biggest effects will be felt in China itself, says Edward McBride (interviewed here)
Newspix
BESIDE the railroad track, between two hillocks of rust-red soil in the midst of Congo's mining belt, three Chinese labourers appear as if from nowhere. There are lots of Chinese around these days, explains one of their compatriots, Harvey Lee, who is driving through the scrub to the nearby copper plant he runs for a Canadian metals firm. On his way, he points out several rudimentary smelters. “That one”, he says, waving at a clump of corrugated-iron sheds and belching chimneys, “is owned by a man from Shanghai.” Moments later, when another ramshackle compound comes into view, he adds, “and that one belongs to two ladies from Hong Kong.” In all, he reckons, Chinese entrepreneurs have set up half of Lubumbashi's 50-odd processing plants.
All around Lubumbashi, the capital of Congo's copper-rich province of Katanga, there are signs of a sudden Chinese invasion. Chinese middlemen have begun buying ore from the area's many wildcat miners and selling it on to processing plants like Mr Lee's. Locals point out several villas in the city's leafy colonial cantonment that are occupied by mysterious Chinese businessmen. Katanga Fried Chicken, hitherto Lubumbashi's most popular restaurant, now has three busy Chinese competitors.


If all goes according to plan, these fledgling businesses will soon be overshadowed by Chinese investment on a much grander scale. In late 2007 the Congolese government announced that Chinese state-owned firms would build or refurbish various railways, roads and mines around the country at a cost of $12 billion, in exchange for the right to mine copper ore of an equivalent value. That sum is more than three times Congo's annual national budget and roughly ten times the aid that the “consultative group” of Western donors has promised the country each year until 2010. The Chinese authorities, it seems, are so anxious to obtain enough minerals to sustain their country's remarkable economic growth that they are willing to invest billions in a dirt-poor and war-torn place like Congo—billions more, in fact, than Western governments and investors combined are putting in.
And Congo is not the only beneficiary of China's hunger for natural resources. From Canada to Indonesia to Kazakhstan, Chinese firms are gobbling up oil, gas, coal and metals, or paying for the right to explore for them, or buying up firms that produce them. Ships are queuing off Australia's biggest coal port, Newcastle, to load cargoes destined for China (pictured above); at one point last June the line was 79 ships long. African and Latin American economies are growing at their fastest pace in decades, thanks in large part to heavy Chinese demand for their resources.
China's burgeoning consumption has helped push the price of all manner of fuels, metals and grains to new peaks over the past year. Even the price of shipping raw materials recently reached a record. Analysts see little prospect of an end to the boom; the prices of a few commodities have fallen on the back of America's worsening economic outlook, but others, including oil, wheat and iron ore, continue to set new records. China, with about a fifth of the world's population, now consumes half of its cement, a third of its steel and over a quarter of its aluminium. Its imports of many natural resources are growing even faster than its bounding economy. Shipments of iron ore, for example, have risen by an average of 27% a year for the past four years. Western mining firms are enjoying a sustained boom.
Unwelcome advances
But China's sudden global reach is generating as much anxiety as prosperity. In 2005 America's congressmen, citing nebulous national-security concerns, scuppered the proposed takeover of Unocal, an American oil firm, by CNOOC, a state-owned Chinese one. The opposition candidate in Zambia's presidential election in 2006 made a point of attacking the growing Chinese presence in the country. Residents of Russia's far east fear that China is planning to plunder their oil and timber and perhaps even to colonise their empty spaces.
Some non-governmental organisations worry that Chinese firms will ignore basic legal, environmental and labour standards in their rush to secure resources, leaving a trail of corruption, pollution and exploitation in their wake. Western companies fret that the Chinese state-owned firms with which they suddenly find themselves competing have an agenda beyond commercial gain. The Chinese government, they say, is willing to pay over the odds for mining or drilling rights to secure access to physical resources. It also intervenes unfairly on its companies' behalf, they claim, by offering big aid packages to countries that welcome Chinese investment. All this, it is feared, will dent the profits of big oil and mining firms, stoke inflation and imperil the West's access to resources that it needs just as much as China does.
Diplomats and pundits, for their part, fear that the West is “losing” Africa and other resource-rich regions. China's sudden prominence, according to this view, will reduce the clout of America, Europe and other rich democracies in the developing world. China will befriend ostracised regimes and encourage them to defy international norms. Corruption, economic mismanagement, repression and instability will proliferate. If this baleful influence spreads too widely, say the critics, the “Washington consensus” of economic liberalism and democracy will find itself in competition with a “Beijing consensus” of state-led development and despotism.
Such fears are not entirely groundless if the recent conduct of some of Congo's neighbours is anything to go by. Angola, to the south, has been receiving so much aid and investment from China that in 2006 it decided it had no need of the International Monetary Fund's billions and all the tiresome requirements for transparency and sound economic management that come with them. Sudan, to the north, has shrugged off Western threats and sanctions over the continuing atrocities in Darfur, thanks in large part to China's readiness to invest in Sudanese oilfields and buy their output. Farther afield, China's eagerness to do business in Myanmar, and its consequent reluctance to chide the tyrannical generals that run the place, helped to prevent a forceful international response to the violent repression of peaceful demonstrations there last year.
Nonetheless, this special report will argue that concerns about the dire consequences of China's quest for natural resources are overblown. China does indeed treat some dictators with kid gloves, but it is hardly alone in that. Its companies do not always uphold the highest standards, but again, many Western firms are no angels either. Fifty years of European and American aid have not succeeded in bringing much prosperity to Africa and other poor but resource-rich places. A different approach from China might yield better results. At the very least it will spur other donors to seek more effective methods.
For all the hue and cry, China is still just one of many countries looking for raw materials around the world. It has won most influence in countries where Western governments were conspicuous by their absence, and where few important strategic interests are at stake. Moreover, as China is becoming more involved in places such as Congo, its policies are beginning to change. It has promised to co-operate with the World Bank in its development efforts in Africa. It no longer seems prepared to back its most objectionable allies in the face of international opprobrium. Its diplomats, for example, did eventually stop parroting their line about unwarranted interference in the internal affairs of a sovereign state and allow United Nations peacekeepers to be deployed in Sudan.
The saga over Sudan shows how sensitive the Chinese authorities have become to criticism, despite their impassive reputation. When Steven Spielberg resigned as an adviser to the Beijing Olympics in protest at China's failure to do more about Darfur, a shrill chorus of criticism arose from China's official media—suggesting that such gestures do indeed have an impact.
Chinese companies will inevitably find themselves in fierce competition with Western ones for natural resources, as they must if global markets are to work efficiently. For the most part, however, they do not operate very differently from their peers. To the extent that the Chinese government does subsidise oil production, it helps to bring down the price for everyone else (its subsidies for oil consumption are another matter). As the world's biggest consumer of many commodities, China naturally wants to ensure a steady supply of them to keep its economy going. But markets for commodities are global, and the risk of any one consumer cornering supplies, or securing them at a lower price, is negligible.
Own goal
The worst fallout from China's quest for natural resources will be seen not in the countries they come from, nor in the countries that are competing for supplies, but in China itself. Over the past few years the volume of raw materials it consumes per unit of output has risen sharply. In particular, China has gone from miser to glutton in its use of energy, and is now struggling to diet. That has involved bigger imports of oil, gas and coal, and so more foreign entanglements. But it has also led to the rapid depletion of resources that China cannot import, such as clean air and water.
China is building a huge stock of grimy heavy industry, just as its coastal provinces are getting rich enough to care about the consequences. Protests about environmental issues are on the increase. There is not enough water in the Yellow River basin, which covers a huge swathe of northern China, to supply both farmers and factories. Acid rain from coal-fired power plants is reducing agricultural yields, raising the spectre of increased rural unrest. As it is, the authorities are struggling to ensure that the air will be fit for athletes to breathe at the Olympics in Beijing this summer. All the while, the number of noxious steel mills, cement kilns and power plants relentlessly increases. Global warming, which is fed by their fumes, will make all these problems even worse.
Environmental concerns are unlikely to bring down the Communist regime, or even to stir as much resentment as the arbitrary confiscation of land currently does among China's poorest. But those concerns are certainly prompting the government to reflect on what sort of economic path it wants to pursue. So far, its efforts to temper economic growth, encourage energy efficiency and wean the country off heavy industry have had little effect. But continued failure would eventually make China a less prosperous and more unstable place.

Dove vanno il latte ed i cibi adulterati?

23/09/2008
Il latte ai poveri
Scritto da: Fabio Cavalera alle 16:28
Lo scandalo del latte "arricchito" con la melamina è l'ultimo di una lunga serie. Forse il più odioso. E per almeno quattro ragioni:
1) i protagonisti - imprenditori e dirigenti sia della pubblica aministrazione sia del partito - erano perfettamente a conoscenza dell'avvelenamento, sapevano che stavano vendendo un prodotto tossico o ne stavano autorizzando la vendita. Non si è dunque trattato di un errore ma di quello che in altre parole si potrebbe definire un volontario tentativo di strage;
2) i numeri (22 aziende coinvolte, 13 mila bambini ricoverati, 53 mila sotto osservazione medica) chiamano in causa non un singolo o pochi individui senza scrupoli ma l'intero sistema, giacchè la questione del cibo adulterato resta irrisolta da anni, dando l'impressione (e alla fine la certezza) che nessuno abbia la voglia di invertire la rotta considerando la salute pubblica più importante del profitto;
3) i consumatori sono stati scientificamente raggirati, poi per settimane tenuti all'oscuro sulla gravità delle analisi effettuate, in nome di un obiettivo più alto (la perfetta riuscita delle Olimpiadi) smentendo con ciò chi sperava che la Cina avesse scelto la stada di una maggiore trasparenza comunicativa;
4) il latte tossico oltre che a bambini era destinato soprattutto ai Paesi poveri del Terzo Mondo, in Asia e in Africa (questo è un particolare sfuggito a molti).
Si dirà che anche nel mondo industriale avanzato si sono verificati casi simili. E' vero: chi dimentica il vino al metanolo in Italia? Ma, a parte che quello era un episodio isolato (nessuna giustificazione, per carità) e che i responsabili hanno pagato con alcuni anni di carcere (come era sacrosanto), viene da chiedersi per quale motivo in Cina la contraffazione del cibo sia una pratica tanto diffusa e le più elementari regole di tutela della saluta pubblica siano poco più di una fastidiosa litania. E' solo colpa della sfrenata corsa ai profitti che ha generato egoismo? O è perchè la classe dirigente cinese offre un esempio di eticità politica assai discutibile? O, ancora, è perchè il senso della legalità non ha messo radici profonde? Possibile che la Cina non faccia tesoro degli errori altrui e in particolare delle negatività proposte dal modello occidentale?
La Cina rivendica giustamente la sua via e la percorre. Non si occidentalizza ma si modernizza però emula il nostro peggio. E addirittura lo amplifica come se la Storia non fosse lì da leggere. Questo è il grave. E non vi è una giustificazione. La circostanza che il prodotto tossico fosse destinato ai poveri dell'Asia e dell'Africa può dare ragione al settimanale inglese Economist quando qualche mese addietro titolò in prima pagina "I nuovi colonialisti". Provocatorio. Ma lo scandalo del latte rafforza il sospetto che un certo tarlo si sia insinuato nella cultura politica ed economica della Cina. Sarà capace Pechino di cancellare i dubbi?
dal Corriere della Sera on line

e...la strage continua

Il barcone avvistato nei giorni scorsi ma il maltempo ha reso impossibili le ricerche
La tragedia avvenuta probabilmente fra venerdì e sabato. Proseguono le ricerche
Immigrazione, naufragio a Malta
Recuperati decine di cadaveri

LA VALLETTA - Strage di immigrati al largo di Malta. Recuperati decine di cadaveri a circa 30 miglia dalla costa. Secondo il quotidiano locale L-Orizont, gli annegati sarebbero almeno 35. Il barcone, stracarico di clandestini, era stato avvistato da un elicottero tedesco nei giorni scorsi. Nonostante il mare grosso e venti forti, un aereo militare ed una motovedetta della marina maltese avevano perlustrato lo specchio di mare indicato dal pilota dell'elicottero, ma il barcone non fu trovato. Le ricerche sono proseguite sabato scorso per tutta la giornata senza successo. Solo ieri sera, l'incrociatore francese Arago ha avvistato i corpi. Le autorità ritengono quindi che il naufragio sia avvenuto fra venerdì e sabato. Ma il mare si è di nuovo ingrossato e le ricerche sono state sospese. Appena un mese fa, sempre al largo dell'isola di Malta, 70 clandestini caddero in mare da un barcone carico di clandestini: furono recuperati solo 8 cadaveri. L'ultima tragedia di un'infinita catena di disgrazie del mare accadute sulle rotte della speranza. La maggior parte dei migrati che raggiungono Malta o che sono aiutati a largo delle coste dell'isola partono dai porti libici. Medici senza frontiere Italia ha recentemente fatto riferimento ad un bilancio di 380 clandestini morti nel canale di Sicilia - il braccio di mare situato nel Mare Mediterraneo tra la Sicilia e la Tunisia - durante i primi sei mesi di quest'anno, dopo i 500 nel 2007. Secondo il bilancio dell'associazione Fortress Europa, rassegna stampa che fa memoria delle vittime della frontiera, dal 1988 il bilancio sarebbe di 12.566 morti e di 4.646 dispersi nel canale di Sicilia.
(24 settembre 2008)

martedì 23 settembre 2008

NOI, I NUOVI BARBARI

INCHIESTA
L'ITALIA STA CAMBIANDO PELLE: SEMPRE PIÙ VIOLENTA E INTOLLERANTE


NOI, I NUOVI BARBARI

Italiani brava gente, si diceva una volta. Ma a dar conto degli ultimi incredibili episodi di violenza, sembrerebbe che non è più così. Viaggio nel Paese dove sempre più spesso trionfano rancore, insicurezza e paura.


Domenica 14 settembre Abdoul Guiebre, un ragazzo di diciannove anni originario del Burkina Faso, ruba in un bar di via Zuretti, a Milano, due confezioni di biscotti. I proprietari, padre e figlio, lo inseguono e lo ammazzano a sprangate gridando: «Negro di...». I magistrati dicono che il razzismo non c'entra, ma c'entra tutto il resto: la futilità del furto, la reazione furiosa e spropositata, la banalità del male, insomma. Italiani brava gente, si diceva una volta. Oggi, a leggere certi recenti episodi di cronaca, sembra di essere diventati il Paese dell'intolleranza. Un'intolleranza che non è di matrice razzista, ma che può diventarlo, prima o poi, perché il razzismo cova nell'intolleranza.

Un atteggiamento che nasce dalla paura, dal bisogno di sicurezza, dall'inquietudine per il "diverso". «Di fronte a un gesto minimo, padre e figlio hanno risposto con un gesto massimo. Sono saltate le forme di convivenza e i conflitti vengono risolti con la violenza», ha spiegato il sociologo Aldo Bonomi. «La morte di Abdoul lancia un segnale netto. La città è fragile e lo è da un pezzo». Chi ha preso una spranga e gridato quelle frasi, non l'ha certo fatto per legittima difesa, ha commesso un delitto a sfondo razzista, hanno scritto in un documento centinaia tra docenti universitari, liberi professionisti, insegnanti, sacerdoti come don Gino Rigoldi, pensionati e studenti, alla vigilia del suo funerale. La banalità del male non ha età. Può riguardare anche un gruppo di tredicenni, come quelli che nel Cremonese hanno infierito con sadismo nei confronti di un bambino di undici anni. O far dimenticare in un commissariato di Polizia, come quello di Monza, che viviamo nel Paese di Cesare Beccaria, così da ammanettare un povero cristo a una colonna per ore perché mancano le celle (ma a denunciare il fatto è stato lo stesso sindacato di Polizia, a testimonianza che la società civile ancora funziona).

A volte può bastare uno sguardo di troppo tra due giovani, come è avvenuto a Torino, dove un operaio incensurato di 25 anni ha cosparso di benzina l'auto in cui era seduto l'uomo con cui aveva avuto pochi minuti prima un banale diverbio, dandogli fuoco. Altre volte sono le parole a essere usate come pietre. Come quelle dell'ex parlamentare di Rifondazione Francesco Caruso («i comunisti non sono democratici e possono pure gambizzare»), uno che si è dichiarato "sovversivo a tempo pieno".

L'Italia ha i nervi scoperti. Sempre di più si litiga per un niente. La guerriglia urbana ormai è diventata un fatto quasi ordinario. L'abbiamo vista a Pianura, nei giorni dell'emergenza della monnezza. L'abbiamo rivista a Ponticelli, sempre a Napoli, con lo sgombero di un campo nomadi, preso a pietrate e a molotov da scugnizzi, gente comune, malavitosi ed esponenti della camorra. Si è materializzata con la devastazione degli ultrà napoletani nella prima giornata di campionato. Ed è ritornata dopo la mattanza di nigeriani a Castelvolturno.

«Senza accorgersene, sta scomparendo quella coscienza del sociale e solidale che ha fatto l'Italia di ieri», ha scritto don Antonio Mazzi su questo giornale. Italiani brutta gente, insomma. Siamo diventati i veri barbari in casa nostra. Invasori del nostro Paese.

Francesco Anfossi

PALERMO, DAGLI AL LAVAVETRI!

Palermo, fine agosto: nella zona del Palazzo dei Normanni un giovane automobilista aggredisce brutalmente un inerme lavavetri romeno, ma l'immigrato è salvato da un noto giornalista e poi soccorso da molti palermitani che gli esprimono concretamente la loro solidarietà. Una volta medicato, il lavavetri si è allontanato per il timore di essere identificato, in quanto privo del permesso di soggiorno. E l'aggressione razzista è rimasta impunita. A salvare il lavavetri è stato il giornalista Franco Nicastro, decano dei cronisti giudiziari e presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia.

«Quando mi sono avvicinato», racconta Nicastro, «l'aggressore è fuggito immediatamente, altrimenti le conseguenze del pestaggio sarebbero state molto più drammatiche. Con grande soddisfazione, ho notato che molti cittadini palermitani si sono fermati ad aiutare il romeno (semi-svenuto e sanguinante) e hanno condannato duramente l'odiosa aggressione. La mia città si è confermata accogliente e tollerante. Tuttavia, con mio sommo stupore, il giorno successivo, le Forze dell'ordine, invece di cercare l'aggressore, hanno identificato tutti i lavavetri della zona!».

Pietro Scaglione

PIÙ CHE IL CRIMINE REGNA LA PAURA

È inutile fare giri di parole: in Italia non c'è nessuna "emergenza sicurezza". Mentre invece è assai reale la paura degli italiani, sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti. I media hanno registrato il calo dei furti d'auto: 20 mila "colpi" in meno tra 2006 e 2007. Ma questa è la punta dell'iceberg. Lo dimostra il rapporto The Burden of Crime in the Eu ("Il peso del crimine nella Ue") curato da prestigiosi centri di ricerca (Gallup, Istituto Max Planck, Unicri, Geox), finanziato dalla Commissione europea e presentato alla fine del 2005.

Il rapporto raccoglie i dati di 15 Paesi storici dell'Unione più Polonia, Ungheria ed Estonia. La conclusione è che «i crimini più comuni, come furti con scasso, furti, rapine e aggressioni, sono calati in tutti i Paesi Ue, e in modo significativo, negli ultimi dieci anni, con le uniche eccezioni di Belgio e Irlanda». Ma parliamo dell'Italia. Primo dato: considerato l'insieme dei dieci reati più comuni, si scopre che l'Italia è dodicesima su diciotto Paesi, con una riduzione di circa il 40 per cento rispetto al 1988. La criminalità comune affligge gli italiani assai meno che i cittadini dei Paesi del Nord, per non parlare di irlandesi (primi) e inglesi (secondi).

Andiamo più nello specifico. Furti con scasso: l'Italia è quinta, dopo Gran Bretagna, Danimarca, Estonia e Irlanda. Furti e borseggi: l'Italia è quattordicesima. Rapine: l'Italia è diciottesima su diciotto. Violenze sessuali: l'Italia è tredicesima su diciotto. Il Paese più virtuoso d'Europa, sotto questo aspetto, è l'Ungheria. Aggressioni e minacce: l'Italia è diciottesima su diciotto. Crimini legati a questioni di razza, fede e orientamento sessuale: l'Italia è diciottesima su diciotto, non siamo per nulla inclini a discriminare. È la Francia il Paese più rischioso per i "diversi". L'Italia è anche "bassa" (quindicesima su diciotto) per i reati compiuti contro gli immigrati, cosa che ci fa onore se pensiamo che in Europa il 15 per cento degli immigrati denuncia di aver subìto un reato.

Truffe e frodi: Italia diciassettesima su diciotto, meglio di noi solo la Finlandia, il peggio in Estonia. Corruzione: andiamo un po' peggio ma nulla di drammatico. L'Italia è dodicesima su diciotto, meglio persino del Lussemburgo. I più corrotti: i greci. I più corretti? I finlandesi.

Insomma, ci piaccia o no, nel mondo reale l'Italia è un Paese piuttosto sicuro. Però tanta è la paura. Siamo quinti in Europa per furti con scasso ma secondi (dopo la Grecia) nella convinzione che entro un anno verranno a rubarci in casa. Ancor più clamoroso: gli italiani sono terzi (dopo Grecia e Lussemburgo) nel considerare pericolose le strade al calar della notte, con lo stesso timore dei primi anni Novanta. Il che porta a una conclusione: il problema vero, in Italia, non è il crimine. È la paura.

Fulvio Scaglione


torna all'indice



http://www.stpauls.it/fc/0839fc/0839fc30.htm



EXTRA.COM

EXTRA OSPITI

FeedBurner FeedCount

Live Traffic Feed

NeoEarth