CAMORRA Una strage di lavoratori Enrico Pugliese L'assassinio per mano della camorra di sei immigrati a Castelvolturno e le successive manifestazioni hanno dato la stura a tutti i luoghi comuni sulla situazione degli immigrati, sul loro ruolo e la loro condizione in quell'area ricca devastata del litorale di Napoli e Caserta, teatro della strage. Comincerei da qualche punto fermo. Non si è trattato - sembra ormai assodato - di un regolamento di conti. Questo è invece quel che si è detto subito, quello che in tutti gli ambienti di destra (e in larghi ambienti di sinistra) si è pensato e si continua irresponsabilmente a scrivere. Come ha ben mostrato ieri su La Repubblica Giuseppe D'Avanzo che pure non esclude che per uno o due ci possa essere stato un qualche coinvolgimento in minori attività di spaccio - l'indifferenza per le orribili condizioni di sfruttamento, la mancanza di rispetto della vita umana, condita dal disprezzo di stampo razzista per questa gente, hanno reso possibile quella situazione talché non dovrebbe destare meraviglia il fatto che una banda di camorristi possa «pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno». Alla domanda retorica su quanto valga un nero la risposta di D'Avanzo è «niente». E perciò davvero non c'è da scandalizzarsi «se duecento di questi niente hanno gridato per il pomeriggio la loro rabbia». Basterebbe la lettura dell'editoriale di D'Avanzo, oltre che la buona inchiesta a caldo del manifesto , e chiudere il discorso qui, se non ci fosse una invasione di luoghi comuni anti-immigrati negli organi di informazione anche quelli più seri. E allora è necessario ancora qualche ulteriore chiarimento. Così, ad esempio, la tesi del regolamento dei conti è fatta propria dal vescovo di Capua in una ineffabile intervista su La Stampa . Il prelato ci informa del fatto che trattasi di un regolamento di conti anche se «è difficile dire di che natura esso sia». Ma su altre cose il prelato non ha dubbi. Si tratta di nigeriani che rappresentano il nucleo più consistente, a suo avviso, «del litorale domizio da Ischitella a Pescopagano». E in molti hanno parlato di nigeriani, per poi scoprire che tra le vittime della strage non ce ne erano. Ma qualche responsabilità - ci informa il prelato (e non è il solo) - i nigeriani ce l'hanno, eccome: «I nigeriani sono gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione». L'affermazione è grossa e l'intervistatore cerca di dare una possibilità di chiarimento al vescovo. Ma non c'è nulla da fare: «Sono solo loro a darsi alla droga e alla prostituzione». Amen. Dopo queste gravi affermazioni e tanto allarmismo il vescovo ci spiega che gli immigrati - esclusi i cattivi di cui sopra - «partono alle cinque del mattino dai casolari dell'entroterra dove abitano in quattro in una stanza e vanno a cercare lavoro nelle piazze dei paesi». E Guido Ruotolo nella pagina accanto ci illustra il come si tratta di lavoratori e fornisce informazioni sulle loro condizioni di vita e di lavoro. Insomma i messaggi - su La Stampa come su altri giornali - appaiono largamente contraddittori. Comunque, l'impressione che resta al lettore o al telespettatore alla fine di tutto è quella di una situazione orribile, dove però orribili sono anche gli immigrati, come dimostrano le violenze alle quali essi si sono dati. E le violenze sarebbero state appunto un indicatore del fatto - che innocenti o no - si trattava di gentaglia. I nemici degli immigrati - quelli che predicano contro l'immigrazione clandestina (come se in Italia ce ne fosse mai stata altra) - comunicano che, se non c'è controllo, questi poveri disperati finiscono per ingrossare le fila della criminalità organizzata. In questo caso si è visto però che le vittime ingrossavano solo le fila del lavoro nero. E il lavoro nero c'è nelle aziende dei padroni, dei camorristi orrendamente sfruttatori e dei padroni non camorristi parimenti sfruttatori. Ma perché quegli immigrati stanno lì per quei lavori e in quelle condizioni? Ce lo spiega un po' proprio il prelato di cui sopra. «Il territorio è stato devastato, le paludi bonificate durante il fascismo sono diventate discariche abusive» e così via di seguito. Io ci andrei un po' più piano. La bonifica (comprensoriale e aziendale) - prima, durante e dopo il fascismo - ha cambiato il volto agricolo di quelle che una volta erano le terre dei Mazzoni. La nuova agricoltura intensiva ortofrutticola in terre una volta poco abitate richiede mano d'opera che deve venire per forza dall'esterno (prima i caporali la portavano da altre zone della Campania). La mano d'opera straniera migrante (con i suoi disperati bisogni) è quella più adeguata perché più flessibile e meno costosa. Proprio come nella ricca agricoltura della California che ha braccianti più poveri dei nostri. Perciò a Castelvolturno o a Villa Literno o a Casal di Principe troviamo i ganesi, gli ivoriani, oltre a qualche nord africano, i nigeriani e tutti gli altri lavoratori a giornata. Poi c'è anche la camorra, le discariche abusive e quant'altro. Ma quella è un'altra storia. La povera gente che è stata uccisa - gli immigrati del Ghana, del Togo etc. - era da noi per lavorare punto e basta. E se - fatto grave e disperante - se la prende generalmente con i bianchi. La cosa deve fare ulteriormente pensare: si sta creando un solco gravissimo che si può colmare solo con la solidarietà e che invece si allarga con i pregiudizi. |
martedì 23 settembre 2008
Una strage di lavoratori... Enrico Pugliese
BUCO NERO
Nel buco nero di Castelvolturno dove la vita vale 25 euro al giorno
Eduardo Di Blasi
Oggi, uscita da quel convento, è tornata a Castel Volturno e ha lasciato le figlie a Roma. Ha fame, in tasca non ha nemmeno i soldi per le sigarette, gira per strada con uno scialle leggero mentre inizia a fare veramente freddo. Eppure è tornata qui. Perché? Perché solo qui Nunzia può sopravvivere, può arrangiarsi, può grattare qualcosa per se, può nascondersi assieme agli altri suoi connazionali nell'enorme buco nero che da quasi trent'anni cancella le storie degli africani d'Italia. Troverà un tetto, troverà dei soldi, spacciando o mettendosi sul ciglio della strada a vendere quello che resta di se stessa. Ce la farà: sopravviverà. Troverà la sua fetta di vita alle spalle della Domitiana, in queste case basse attraversate da stradine piene di rifiuti e di facce di neri. Manderà i soldi a casa da questo nuovo convento senza indirizzo. Nessuno le chiederà nulla.
Come nessuno chiederà mai niente ad Alex, ghanese di 30 anni, faccia incazzata mentre cerca di mettere in fila due parole in italiano. Nessuno gli chiederà nulla, tranne l'affitto per il letto (150 euro al mese) e le sue braccia, che sono in vendita tutte le mattine alle cinque, in una piazza di Pianura, davanti al bar Ferrara. Una giornata di lavoro senza alcuna copertura assicurativa viene via per 20-25 euro, sei giorni la settimana domenica esclusa, sempre che il padrone non decida che preferisce picchiarti e non darti nulla, perché tu, in fondo, non sei niente.
Ecco perché nessuno chiede loro nulla, perché loro non esistono. Sono ventimila gli immigrati irregolari nella provincia di Caserta, almeno 11mila quelli di Castel Volturno, che sono per la stragrande maggioranza africani.
«Non esiste un posto così nel mondo», avvisa Antonio Casale, direttore del centro Fernandes, da 12 anni fiore all'occhiello della Caritas di Capua nel cuore di questo buco nero. Non esiste, non fa fatica a rispondere, perché qui, in 30 anni, non è successo niente. «Prima arrivavano i francofoni del Benin e della Costa D'Avorio, poi è stata la volta dei ghanesi, dei togolesi, dei nigeriani. Oggi arrivano i sudanesi, i liberiani, sempre più poveri e più ignoranti». Arrivano a Castel Volturno per due motivi fondamentali. Il primo è che in nessun posto del mondo un immigrato irregolare potrebbe trovare una casa. Non ci sono barboni a Castel Volturno. Tutti hanno un tetto dove ripararsi in questo paradiso di seconde case cadenti. La seconda ragione è che qui ci sono gli altri africani, da sempre. E allora puoi creare una microcomunità.
Eccolo il «modello Castel Volturno», la non integrazione di bianchi e neri che ha portato a quella che Casale definisce «la separatezza». Nel buco nero senza legge, dove anche un occupante di casa napoletano può chiedere l'affitto a un africano e la cosa sembra normale, dove le automobili non solo non hanno l'assicurazione esposta, ma alcune nemmeno il posto dove esporla, le comunità vivono per conto proprio.
«Hanno i loro negozi, i loro quartieri, anche le loro chiese». Tutti. Ognuno per sè. Ecco perché anche quelli che vivono qui da dieci anni non parlano una parola di italiano: perché sembra non dovergli servire. «Se ne accorgono appena vanno via da Castel Volturno». È un circolo vizioso che crea questi mondi paralleli, questi traffici leciti e illeciti. È l'obiettivo di trovare i sessanta euro a settimana, le due-tre giornate di lavoro.
«Cacciar via gli immigrati non è la soluzione al problema di quest'area. Per Castel Volturno e il litorale Domizio occorre altro: un organico progetto di riqualificazione». A parlare è l'arcivescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino, che presiede la fondazione Fernandez, che accoglie ogni giorno 60 immigrati con un servizio mensa che offre il pranzo a 100 persone. «Hanno paura ed è comprensibile: per mia esperienza personale questa è gente che non fa alcun male». Ma quel che ci vuole è una strategia: «Il discorso è più ampio e non si risolve mandando via alcune centinaia di stranieri, che qui fanno lavori che altri non intendono svolgere».
Fabio Basile, anche lui da anni nella trincea di Castel Volturno a metterci tutto quello che può metterci la società civile in un processo del genere (è tra gli animatori del centro sociale "Ex canapificio" di Caserta da sempre impegnato sul mondo migrante), non fa fatica a descrivere il modello suddetto: «È così, e nessuno se ne importa. Il governo, ancora una volta, pensa di farne un problema di sicurezza pubblica, ma qui è chiaro che stiamo parlando d'altro».
Vediamo bene di cosa stiamo parlando allora. «Noi siamo un piccolo comune campano con i problemi di una metropoli», sintetizza il sindaco di Castel Volturno Francesco Nuzzo e per fare un esempio dell'enorme mole di lavoro che si trova a fronteggiare nella sua scomoda posizione spiega: «Abbiamo ventimila irregolari, venti vigili urbani e una sola assistente sociale, perché con i tetti di spesa non possiamo assumerne nemmeno un'altra, e non sto dicendo che ne servono due».
Non va meglio a polizia e carabinieri che dovrebbero presidiare un territorio in cui le regole non solo non esistono, ma sembra quasi non possano esistere, con la camorra che possiede case, negozi e bar, che spara e commercia, costruisce, investe, interra rifiuti speciali e fa mozzarelle. E queste centinaia di facce scure, schiavi composti di questa terra, che solo per identificarli ci vorrebbero 5mila giorni e per sequestrargli la macchina un deposito giudiziario di diversi chilometri quadri. Angelo Papadimitra, segretario della Cgil di Caserta, non ha dubbi: «Da questa storia si esce solo con una legge speciale per Castel Volturno. Ci vuole una sanatoria». Invece il governo si fa portabandiera di un nuovo «ordine pubblico», in un posto in cui i sei africani ammazzati giovedì scorso aspettano ancora un funerale. Tra sabato e domenica non si è trovato nessuno che facesse l'autopsia di quei corpi crivellati di colpi.
Pubblicato il: 22.09.08
Modificato il: 22.09.08 alle ore 8.37
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79205
lunedì 22 settembre 2008
LA PRIMA RISPOSTA ITALIANA ALLA STRAGE
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domenica 21 settembre 2008
"THE NIGERIAN MAFIA...........?"
The recent happenings in Castelvolturno (massacre of 7 Africans) by people suspected to be members of the CAMORRA (the Naples mafia) has seen fingers being pointed to the CASALESSI family. In this havoc there are many things that people in the Nigerian community in Italy may be worrying about.
The first report that hit the press was of the killing of 6 Nigerians by the mafia because of non payment of drug royalties. The killings had every indication that would make anyone point to an organized group like the Camorra; hundreds of bullets form automatic Kalashnikovs by 6 people on 'fake' police jackets and cars……….
Later in the day the news came out clearer and the identities of those killed were known; 4 Ghanaians, a Togolese, and a Liberian. There was no Nigerian involved. The poor Africans were all working in their textile and tailoring shop where they sew and mend cloths for Italians and foreigners.
The story changed and some press reports had it that since they were non Nigerians it would have been a mistake by the commando that carried out the operation, insinuating that the Napoli mafia (Camorra) was really annoyed with the Nigerian mafia which has an alliance with them but in the recent past started to disobey and have their own (Nigerian) bosses thereby stopping to pay royalties from drug proceeds. It was also reported that the Nigerian group that had signed pacts of alliance many years ago with the main mafia for the indirect control of drugs, prostitution, illegal labor, illegal immigration etc were gathering too much powers ;therefore should be thought a lesson or re-dimensioned. http://archiviostorico.corriere.it/2008/settembre/19/Camorra_strage_extracomunitari_co_8_080919002.shtml
The police still insist that those killed were involved in drug movement in the area (they are Africans after all) notwithstanding that no drug was found in their workshop or in their residences.
The Nigerian mafia had their first clash with the Italian mafia 22 years ago (1986) when 6 Nigerians were 'kneecapped' . There was apparent peace and cooperation with the two mafias until the night between 23rd and 24th April 1990 when the camorra organized a commando that hit a group of their Nigerian allies in bar Centro di Pescopagano- leaving two deed and many who were not even connected with drugs wounded. In the month of January this yare 3 persons were charged with the death of those Nigerians.
These are just little bits of the 'Black mafia' which has in the past 17 years gained a lot of powers and is peculiar for the its tribal based set-up and the sort of impunity it has amongst other organized criminal groups.
According to the report it is hard to believe that among the numerous drug pushers none of the Nigerians has ever collaborated with the justice to reveal what happens within the group and they have continued to propel their activities from Italy to all over Europe growing from the sells of heroine to the control and wholesale of the cocaine and the control of prostitution.
The recycling of the black mafia money is through money transfer and other complicated connections that are difficult for the Italian central bank or the European Central Bank (ECB) to discover and dismantle. The report claims that the Nigerian Mafia in this form has shown a great competitiveness that makes it the 5th Mafia in Italy.
http://www.positanonews.it/dettaglio.php?id=16812
Some question I would ask members of the community who read all the press reports , analysis and tv reports on Nigeria and her nationals in Italy:
· Are we all prostitutes, mafians, and drug pushers?
· What is the population Nigerian in Italy and what is the percentage involved in these vices?
· Who speaks or will speak for the community and defend her and the Nation for all the exaggerations and accusations that has been going on these days in the press?
· what is our mission (embassy) doing to see that the numerous Nigerians that are resident in Italy and are highly law abiding do not face unnecessary harassments and molests from Italians and the serotypes of the Italian law enforcement agencies? many African ambassadors went or sent their representatives to Castel Volturno some days ago; did anyone from the Nigerian mission travel to that area to ascertain the security of law Abiding Nigerians living in that region?
There are more questions to be asked and to be answered on this issue Do you have any?
Okey. Chukwubike C
Il gioco dei Casalesi: stasera tiro al negro
Spedizioni punitive e raid
Il gioco dei Casalesi: stasera tiro al negro
La fuga di Teddy, il nigeriano che vuole salvare le prostitute
CASTELVOLTURNO (Caserta)- Teddy è andato via perché adesso sa cosa significa essere una boccetta. «Vogliono la tua sottomissione, gli interessa solo questo. Abbiamo provato a renderci utili. Ma a loro non interessa. Siamo schiavi, e tali dobbiamo rimanere». In un'intercettazione di 12 anni fa, uno dei tanti macellai dei Casalesi saluta il suo compare. Lo saluta dicendo che in serata magari se ne va a Castelvolturno «per giocare a boccette con i negri». Poche ore dopo, da una macchina in corsa parte una raffica di mitra contro tre extracomunitari che aspettavano l'autobus sulla Domiziana. «Siamo i loro giocattoli, ma fanno così perché sanno che agli altri italiani in fondo non dispiace ». Un mazzo di fiori sulla scena del crimine (Controluce)
Il 19 agosto di quest'anno il nigeriano Teddy Egonwman e sua moglie Alice sono diventati birilli a casa loro. All'ora di cena un gruppo di quattro uomini si mise a sparare sulle finestre del container dove vivevano, ne sfondò la porta e continuò a fare fuoco anche dentro. Un'ottantina di colpi. Due giorni dopo, Teddy e la sua famiglia erano su una macchina diretta a Torino. Così finiscono le illusioni, da queste parti. I coniugi Egonwman si erano messi in testa di fare qualcosa. In modo confuso, arruffato, pasticcione. Ma ci avevano provato. Erano arrivati in Italia da clandestini, come tutti. Teddy trovò lavoro e permesso di soggiorno in un'azienda edile, Alice si buttò nell'import- export di oggetti africani. Lui fondò un'associazione per raccogliere tutti gli immigrati provenienti da Benin City. L'anno scorso aveva deciso di redimere le sue connazionali che lavorano in strada. Faceva addirittura le ronde, non risparmiava qualche schiaffone, alle ragazze a ai loro galoppini. «Non avevano capito che nulla deve e può cambiare. I "miei" e i "tuoi" non vogliono seccature».
A Castelvolturno Teddy era un personaggio così isolato da risultare addirittura patetico nei suoi sforzi. La spedizione punitiva fu bipartisan, nigeriani e casalesi d'accordo nel dare una lezione a un pesce piccolo che veniva considerato un traditore del suo popolo e metteva in crisi il patto tra mafiosi africani e Casalesi. «Volevo dare il mio contributo per liberare la Domiziana dalla prostituzione. Mi hanno urlato che ero un venduto alla Polizia. Mi hanno sparato. Nessun italiano mi ha dato solidarietà, perché un negro che cerca di darsi da fare deve avere per forza qualcosa di storto, no? Tanti saluti, allora». Quelli che restano però rischiano davvero di diventare boccette a disposizione di giocatori anfetaminici e fuori controllo, schiacciati da due poteri simili e alleati nel tenere oppressi i pochi che si muovono sulla linea di confine. «Le uniche vere comunità che ancora esistono sul territorio sono quelle criminali», ragiona un investigatore e le sue parole sono simili a quelle di padre Giorgio Poletto, il prete comboniano che da anni cerca di togliere le ragazze nigeriane dalla strada. «Non è mai stato così difficile. Abbiamo davanti un mare di persone anonime, con rappresentanti che sanno di non rappresentare nulla. La frammentazione li rende più deboli. Sono soltanto individui, alla mercé di un sistema criminale perfetto nella gestione del territorio. In una parola: schiavi».
La strage di Varcaturo rappresenta il disprezzo per i più deboli, quelli che si trovano in mezzo. Il simbolo di questa violenza «terrorista e razzista», come la definisce il magistrato Franco Roberti. La Spoon river delle vittime racconta di gente molto diversa dal prototipo dello spacciatore. Francis era felice perché due settimane fa aveva avuto il riconoscimento dello status di rifugiato politico, dopo sei anni in Italia. Faceva il muratore e frequentava le associazioni di Caserta che si battono per i diritti degli immigrati. Elaj il sarto partecipava alle assemblee settimanali sui diritti degli immigrati, anche lui frequentava i centri sociali impegnati. Akej il barbiere è morto con 700 euro nei calzini. Stava andando a spedirli alla famiglia da quella sorta di Western Union non autorizzata che sorge accanto al locale della strage. Lavorava a Napoli, in un locale del centro. Nei locali devastati dai proiettili e nelle loro case delle sei vittime non è stata trovata droga. Puliti.
Marco Imarisio
21 settembre 2008
sabato 20 settembre 2008
Flussi 2007. Sì al ripescaggio, ma solo per le badanti
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NIGERIANS NOT INVOLVED
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venerdì 19 settembre 2008
" Chained to the poll" ......
| Dove ?: Monza (Milano, Lombardia) FOTO SHOCK ! IMMIGRANT CHAINED TO THE POLE IN AN ITALIAN POLICE STATION. THE POLICE COMPLAINED THAT ALL THE CELLS WERE OCCUPIED.....Hummm... Over to you for your comments. | Quando: 18 Settembre 2008 | ||||||
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| Categoria: Cronaca Descrizione dell'utente La foto è stata diffusa da un sindacato di polizia, ed è comparsa con grande enfasi sul sito online del quotidiano La Repubblica. Al commissariato di via Romagna a Monza, mancano le celle di sicurezza: dunque ecco la soluzione. Ammanettano le persone fermate al palo. Mancano le celle di sicurezza, non c'è l'impianto antincendio, si lamentano i rappresentanti sindacali che poi sottolineano i cronici problemi di organico: 'per una citta' di 130 mila abitanti circola una sola Volante e a volte con due soli agenti a bordo' | |||||||
NON ERANO CRIMINALI
CASERTA (19 settembre) - Davanti al negozio 'Ob Ob exotic Fashions' c'è lo zio di una delle vittime. Steven, ghanese, fa il giardiniere e dice che suo nipote Giulios, 32 anni, una delle vittime «era un bravo ragazzo. Non ha mai fatto nulla di male, non è un criminale». Steven mostra le sue mani per dimostrare che «noi qui ci ammazziamo di fatica, non siamo certo dei camorristi». Ripete la stessa storia anche Cristopher, liberiano di 28 anni. Lui conosceva Alaji, 28 anni, un'altra delle vittime. «Lavorava nel negozio di sartoria, era alla macchina da cucire quando è stato ammazzato - racconta Cristopher - la camorra? Forse cercava qualcun altro ma di certo nessuno dei nostri amici». Un altro extracomunitario, che parla solo la sua lingua, racconta che poco prima della strage due persone a bordo di due motorini avevano più volte fatto la spola davanti alla sartoria. Ma ad un certo punto le versioni degli africani sembrano contraddirsi. Uno di loro, infatti, sostiene che poco distante dalla strage c'era un Suv di colore nero in attesa, con all'interno alcune persone che poi si sono spostate davanti alla sartoria e hanno fatto la strage. Tra la folla di extracomunitari c'è anche Obodu, liberiano. L'uomo mostra le ferite: è una delle vittime del 18 agosto scorso quando nel centro di Castel Volturno i sicari ferirono a colpi di pistola e fucile 5 extracomunitari, ma senza provocare morti.
Rivolta a Castevolturno
Castelvolturno, rivolta degli immigrati dopo la strage di camorra
Vetrine rotte e auto in mezzo alla strada: «Non siamo trafficanti di droga, questo è razzismo»
Il luogo della strage (Epa)CASTELVOLTURNO (Caserta) - Circa 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un'auto e una moto. È questo lo scenario che gli investigatori hanno finora ricostruito dell'agguato in cui sono stati uccisi giovedì sera sei immigrati africani a Castelvolturno. Un volume di fuoco impressionante (a sparare sono stati un kalashnikov, una pistola calibro 9x21 e una 9x19), simile a quello impiegato nell'agguato di Baia Verde, sempre a Castelvolturno, vittima il gestore di una sala giochi, Antonio Celiento: in questo caso una sessantina i colpi esplosi. La quantità di proiettili usata in entrambi gli agguati è uno dei diversi elementi che fanno pensare a un solo gruppo di fuoco in azione: per averne la certezza occorrerà però attendere la perizia balistica. Gli inquirenti ritengono che, all'origine della strage degli immigrati, ci fosse una «spedizione punitiva» contro la sartoria, probabilmente un centro del traffico di stupefacenti. Per il momento non emergono piste diverse da quella del regolamento di conti.
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LA RIVOLTA - Nel frattempo, sale la rabbia a Castelvolturno: alcuni immigrati, bastoni in mano, hanno frantumato le vetrine di alcuni negozi e rivoltato auto in mezzo alla strada, distruggendo i vetri di altre vetture ferme. Il tutto davanti al luogo dove sono stati uccisi i sei stranieri. «Vogliamo giustizia - urlavano - non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false». Gli extracomunitari, soprattutto africani, puntano il dito contro chi li accusa di spacciare droga. «Noi siamo persone perbene, non è giusto che ogni volta che si parla di droga - dicono - siamo noi i colpevoli e questo solo perché è nero il colore della nostra pelle. Questo è razzismo». A un certo punto gli immigrati hanno iniziato a lanciare massi e oggetti pesanti contro la camionetta della polizia. La protesta è proseguita nel pomeriggio: gli immigrati hanno sradicato segnali stradali gridando «italiani bastardi».IL SINDACO - Preoccupato il sindaco di Castelvolturno. «Sono incontrollabili, temo qualcosa di grave» ha affermato Francesco Nuzzo, parlando al telefono, secondo quanto da lui stesso riferito, con il questore di Caserta, Carmelo Casabona. Il sindaco ha cercato di trattare con un gruppo di immigrati per fermare gli atti di vandalismo. A cercare di calmare gli animi sono anche alcuni stranieri che ai loro connazionali continuano a urlare: «Basta Basta».
La rabbia degli immigrati (Ap)LE INDAGINI - Nel frattempo l'attenzione degli investigatori si concentra sulle 'nuove leve' del clan dei Casalesi, cinque-sei personaggi fautori di quella strategia stragista che sembra aver prevalso nel clan rispetto a quella dell'inabissamento scelta dai 'capi storici' dopo i colpi subiti. Si tratta delle stesse persone, tutte latitanti, ritenute responsabili di buona parte degli attentati avvenuti negli ultimi mesi: Francesco e Alessandro Cirillo, quest'ultimo detto 'O Sergente', Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia (detto 'O zuoppo'), Giuseppe Setola, Emilio Di Caterino. Gli investigatori riterrebbero che è tra loro che bisogna cercare chi ha sparato centinaia di colpi lungo la via Domiziana. Come è tra loro che va cercato il killer di Umberto Bidognetti, ucciso il 2 maggio scorso, colpevole solo di essere il padre del pentito Domenico. E sempre i sei latitanti sarebbero i responsabili dell'assassinio dell'imprenditore Domenico Noviello, colpito il 16 maggio con 22 colpi di pistola a Castelvolturno dopo aver denunciato i clan, e dell'uccisione di Michele Orsi, freddato il 1 giugno. Il gruppo che fa capo ad Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola sarebbe anche responsabile del ferimento avvenuto il 30 maggio a Villaricca di Francesca Carrino, nipote di quella Anna Carrino compagna del boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e Mezzanotte, che ha lanciato appelli contro la camorra e che con le sue rivelazioni ha consentito l'arresto di diversi esponenti della cosca. Il ragionamento che viene fatto da investigatori e inquirenti è che, presi questi latitanti, la scia di sangue potrebbe interrompersi. Ma non solo. Un ulteriore colpo, assestato questa volta ai leader emergenti e non ai capi storici, potrebbe rimescolare di nuovo le carte all'interno dell'organizzazione dei Casalesi.
19 settembre 2008

