Occupato il «ristorante dei re» In sala siedono solo i lavapiatti
Alla alla «Tour d'Argent» di Parigi la simbolica protesta contro il lavoro irregolare
(Ap)
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI — Persino il più famoso ristorante di Parigi impiega immigrati irregolari. Non è un'accusa, ma un fatto, denunciato da una quarantina di «sans papiers» che hanno organizzato mercoledì sera un'occupazione simbolica della «Tour d'Argent», il celebre tempio della gastronomia, dove si gusta (e si paga come «argent ») l'anatra numerata per ogni cliente. Fra essi, alcuni dipendenti del locale — a quanto pare sette lavapiatti impiegati da diversi anni — e altri clandestini che si sono uniti alla protesta per solidarietà. In sostanza, autodenunciandosi, i lavoratori sperano in una regolarizzazione. «Lavoro qui da nove mesi, cinque giorni su sette, dalle 10 alle 19, per 1.200 euro al mese, pago persino i contributi sociali a mio carico e potrei essere espulso dalla Francia dall'oggi al domani», dice Mediba, un giovane del Mali, seduto con i suoi compagni di lavoro sulle sedie in raso dei lussuosi saloni della «Tour». Per evitare danni eccessivi all'immagine del locale — i clienti ieri sono entrati da una porta secondaria — la direzione ha immediatamente reagito. Fabrice Rollo, responsabile delle risorse umane, ha dichiarato di non essere al corrente della presenza di lavoratori clandestini, ma si è impegnato ad avviare subito le procedure burocratiche per la regolarizzazione
«È una buona notizia, ma restiamo vigili», ha detto il rappresentante della Cgt, il sindacato che ha avviato da tempo la battaglia in difesa dei sans papiers, in particolare nei settori della ristorazione e dei servizi. Nella giornata di ieri, su ordine della direzione, i clandestini sono stati costretti a lasciare il ristorante. Ne sarebbe nato qualche parapiglia fra impiegati regolari, addetti alla sicurezza e al servizio e sans papiers. Alcuni hanno sporto denuncia per violenza. «Anche la Tour d'Argent dovrà rispondere alla giustizia e rispettare i diritti dei lavoratori», ha fatto sapere la Cgt, che intende rivolgersi alla magistratura. Nei mesi scorsi, altri famosi ristoranti e ritrovi parigini sono stati occupati per denunciare un fenomeno che — comprendendo imprese di pulizie, fast food e bar — riguarderebbe migliaia di persone. In alcuni casi, come avvenuto la primavera scorsa al Bistro Romain, una nota brasserie sugli Champs-Elysées, i proprietari del ristorante hanno dichiarato di essere solidali con i lavoratori in sciopero e di aver depositato presso la prefettura di Parigi i dossier di regolarizzazione. Ma si è scoperto che almeno una settantina di impiegati erano irregolari. Di fronte al giro di vita imposto dal governo, che negli ultimi mesi ha intensificato controlli ed espulsioni, l'autodenuncia dei camerieri e la solidarietà dei datori di lavoro può sembrare un risvolto grottesco e paradossale del problema, ma in sostanza conferma la scarsa sintonia fra misure di carattere politico e la realtà sociale ed economica di attività produttive (servizi, ristorazione, servizi alla persona) che non potrebbero funzionare a regime senza l'apporto di lavoratori stranieri. Il primo maggio scorso, per la prima volta migliaia di sans papiers sono sfilati in testa al corteo assieme ai lavoratori regolari. Negli ambienti del ministero dell'Immigrazione si ritiene che la solidarietà dei datori di lavoro e la pubblicità data all'avvio delle pratiche di regolarizzazione sia in qualche caso un modo per tirare una riga sulle irregolarità del passato, ma nello stesso tempo si è deciso di ampliare le possibilità di regolarizzazione, pur sottoponendo le richieste ad un esame caso per caso dei dossier. Dall'inizio del movimento, su circa 1.700 domande, più di 900 sono state accolte. E la regolarizzazione alimenta d'altra parte la speranza di nuove possibilità. Proprio ieri, alcune imprese di pulizia e artigianato sono state bloccate dallo sciopero di dipendenti irregolari, mentre proteste e astensioni dal lavoro si segnalano in alcune aziende editoriali. Il sindacato, come dice Raymond Chauveau della Cgt, non chiede sanatorie generalizzate, ma regole uguali su tutto il territorio nazionale. «Oggi si hanno differenze di trattamento da una prefettura all'altra o da un'azienda all'altra». A quanto pare, anche da un ristorante all'altro, come alla Tour d'Argent: anatre numerate e lavapiatti senza documenti.
Lo scontro a fuoco a Varcaturo al confine con la provincia di Caserta Nel comune limitrofo di Castel Volturno ucciso anche il gestore di una sala giochi
Strage nel laboratorio tessile del napoletano Sei nigeriani uccisi in un agguato
Nel conflitto anche un ferito ricoverato ora in condizioni non gravi
VARCATURO (NA) - Un regolamento di conti finito nel sangue nel Napoletano: un gruppo di spacciatori nigeriani è stato ucciso in un conflitto a fuoco. La sparatoria, con centinaia di colpi esplosi, ha causato sei vittime, tutte tra i 30 e i 40 anni, e un ferito a Varcaturo comune al confine con la provincia di Caserta e considerato da tutti il "regno dei nigeriani" a causa dei numerosi fabbricati occupati da extracomunitari.
Secondo le prime ricostruzioni, le vittime si trovavano in un laboratorio tessile, forse il deposito della droga, al chilometro 43 della statale della Domitiana. Nello scontro a fuoco è rimasto ferito un altro extracomunitario, colpito agli arti inferiori e prontamente ricoverato in ospedale in condizioni non gravi.
Nel comune limitrofo di Castel Volturno, in località Baia Verde, nel pomeriggio aveva subito un agguato Antonio Celiento, 53enne pregiudicato gestore di una sala giochi. L'uomo è stato colpito da una ventina di colpi di pistola, esplosi da uno o due sicari che hanno poi fatto perdere le loro tracce. L'omicidio si è verificato dentro il locale gestito da Celiento, che è deceduto poche ore dopo il ricovero.
Sulle due vicende indagano adesso le forze dell'ordine. Dietro i fatti c'è probabilmente la mano della camorra. In particolare l'agguato ai nigeriani potrebbe essere stato organizzato dai casalesi, per risolvere un contenzioso tra chi gestisce il narco traffico. Sempre più spesso la camorra si affida a bande di extracomunitari per smistare la merce nel territorio e forse in questo caso i nigeriani non hanno seguito le direttive del clan. Tratto da Repubblica on line del 19/09/2008
La donna, 23 anni, assisteva i giovani dai 13 ai 16 anni nel doposcuola: i rapporti consumati a casa sua
MILANO — Finiti i compiti, l'iniziazione sessuale. Di gruppo. Lei, assistente di doposcuola, loro, ragazzini extracomunitari, vogliosi di crescere in fretta: baci, carezze, rapporti intimi. Non è «Malizia» 2008, con i protagonisti della società multietnica d'oggi. Siamo a Nordest, Bassano del Grappa, Vicenza. E questa, purtroppo, è una storia triste, dai contorni ancora incerti, un'indagine giudiziaria delicatissima, in corso. Al di là dei fatti da chiarire (e dei reati da addebitare), i primi elementi conoscitivi impongono una domanda: con quali criteri vengono selezionati i volonterosi/volontari (o le volonterose/volontarie) che entrano nelle aule scolastiche per dare una mano agli studenti in difficoltà? Pare, infatti, che la ventitreenne vicentina — né particolarmente bella né sexy — che assisteva i cinque stranieri (dai 13 ai 16 anni), alunni delle medie alle prese con un italiano zoppicante, avesse lei stessa qualche problema. Psichico? Mentale? Si vedrà.
Oggi, i giudici del Tribunale di Bassano, dove è fissato l'incidente probatorio, dovrebbero stabilire se la giovane è in grado di intendere e di volere. Il doposcuola per gli immigrati si svolgeva presso il seminario dei padri Scalabriniani di Bassano del Grappa, istituzione conosciuta e accreditata. Nel 2005, per dire, si svolsero in pompa magna le celebrazioni per il centenario della morte del fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini. Che, in vita, si dedicò ai «figli della miseria e del lavoro». Ai suoi tempi erano i migranti italiani che andavano nelle Americhe, oggi sono gli extracomunitari che cercano riscatto nel nostro Paese. Fatto sta che, da alcuni anni, il seminario ha aperto le porte alla Cooperativa «Extra che?» e ai suoi progetti di recupero. Dell'attività di «Extra Che?» si trova traccia nel sito «Veneto sociale», portale della Regione. La volontaria ventitreenne (raccomandata, a quanto si sa, da un cappellano) faceva parte dell'équipe e passava due pomeriggi della settimana con i 5 adolescenti. Terminati i compiti, il gruppo si trasferiva a casa dell'assistente. E qui, secondo i racconti dei ragazzi, si consumavano i giochi di sesso. A turno. Chi agiva, chi guardava. Finché il tam tam sotterraneo è arrivato al preside di un istituto frequentato dagli extracomunitari. Infine, la denuncia e l'inchiesta. «Solo baci e carezze», si difende lei.
Marisa Fumagalli 16 settembre 2008(ultima modifica: 17 settembre 2008)
Italian female teacher accused of sex with five teenage pupils
Europe News
Sep 16, 2008, 9:13 GMT
Bassano del Grappa, Italy - A female teacher in Italy who gave Italian language lessons to immigrant children has been accused of having 'sex sessions' with five of her teenage pupils, news reports said Tuesday.
The boys, aged between 13 and 16, allege that the 23-year-old woman would invite them to her home following afternoon classes held at a Roman Catholic seminary in the north-eastern town of Bassano del Grappa.
Once at home, the woman, a volunteer teacher whose name was not mentioned in the reports, would engage in sex acts with some or all of the boys, according to the allegations.
Before pressing any formal charges, an investigating judge is to determine the mental state of the woman, the news reports said.
MILANO - Abdul Salam Guibre, 19enne italiano originario del Burkina Faso, muore ucciso a sprangate per mano di due uomini, padre e figlio, che in seguito ad un furto di un pacco di biscotti nel loro chiosco ambulante, roventi d'ira razzista, mentre urlano frasi ingiuriose contro il ragazzo, lo massacrano a randellate.
Gli agenti di polizia accorsi sul fatto del delitto dichiarano a cuor leggero che "nonostante gli insulti l'omicidio non ha nulla a che fare con il razzismo". Certo, perché anche se il taccheggiatore fosse stato italiano, avrebbe fatto la stessa fine. Massacrato a sprangate. Giusto Così.
La Lega, con una coda di paglia in fiamme che brucia le natiche dei suoi esponenti intransigenti, quelli dalla tolleranza zero in stile Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso, che saluta col braccio teso fascista la sua platea di dementi, butta le mani avanti e dichiara che tutte le polemiche che sorgeranno non sono altro che semplice strumentalizzazione politica.
Già…strumentalizzazione. Una parola che indica la manomissione della verità per scopi secondari che si allontanano dalla realtà dei fatti. Quale sarebbe, allora, il motivo celato dietro al rovesciamento di una verità tanto palese? Mettere in difficoltà la propaganda autoreferenziale del partito del nord? Attribuirgli un omicidio a sfondo politico?
Forse. Ma la verità è che un ragazzo di colore è morto per aver rubato un pacco di biscotti mentre i suoi sicari inveivano contro il suo colore della pelle. "Negro di merda" dicevano, mentre la sua testa veniva fracassata a colpi di razzismo, che poi, secondo la polizia, razzismo non è. Cos'è allora? Giustizia sociale? Divina? Politica?
La vignetta di Molly Bezz
Semplicemente la giustizia di un paese soffocato dalla propaganda, essa sì strumentalizzata, di chi invoca un problema sicurezza legato all'immigrazione clandestina che individua nel diverso il virus da debellare per poter finalmente tornare alla prosperità economica. Come se lo straniero fosse delinquente in quanto straniero, un malvagio fine a se stesso de-storicizzato che verrebbe in Italia per mettere in pratica il male gratuito.
Giustizia, invece, secondo gli antichi, secondo la tradizione platonica, è la virtù secondo la quale ognuno, all'interno dello Stato di appartenenza, svolge il compito che più gli è proprio. Secondo questo principio, quindi, la morte di Abdul Salam Guibre è giusta.
Il ragazzo stava rubando, cosa che è propria solo degli extra-comunitari; gli italiani che lo hanno ammazzato come un cane stavano difendendo la loro proprietà privata, atteggiamento degno del miglior capitalismo occidentale; i poliziotti che sono accorsi per accertare le cause del delitto hanno asservito il padrone politico di turno rilasciando dichiarazioni neutro, come si fa nelle migliori dittature mediatiche; i politici che hanno sprecato tante parole per un fatto di cui non gliene frega nulla hanno assolto al loro compito di retori, come la peggiore propaganda di destra e di sinistra insegna da decenni.
Ragazzo ucciso. Berlusconi: il razzismo non c'entra
Il Viminale me lo ha assicurato: non c'è movente xenofobo
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Roma, 15 set. (Apcom) - La vicenda che ha visto uccidere un ragazzo di colore a Milano non è da legare a episodi di xenofobia o di razzismo. Lo ha riferito il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso della registrazione della prima puntata di Porta a porta. "Ho parlato con i responsabili del ministero dell'interno - ha spiegato - e mi hanno espresso che nella vicenda il razzismo non c'entra nulla".
Il premier ha spiegato che gli autori dell'omicidio, padre e figlio venditori ambulanti, non hanno agito "con un movente xenofobo", ma avrebbero reagito così dopo esser stati oggetto di numerosi vessazioni e tentativi di rapine anche da parte di immigrati.
Italian police on Monday played down accusations that the murder of an immigrant beaten to death after he allegedly stole a packet of biscuits from a Milan bar over the weekend was a racist attack.
Nineteen-year-old Abdul Salam Guibre, an Italian citizen originally from Burkina Faso, is thought to have stolen the biscuits with two friends from a bar near the city's central station on Sunday.
Bar owners Fausto Cristofoli, 51, and his son Daniele, 31, chased the three men in a van they used as a mobile cafe', allegedly shouting ''thieves, f****** niggers'', before catching them up.
The three men began throwing bottles at the bar owners and armed themselves with improvised clubs, but were beaten with an iron bar used to open the van's service window.
Guibre was hit around the head and fell into a coma, dying in hospital a few hours later.
Milan mobile police unit chief Francesco Messina admitted there had been ''an exchange of insults'' between the men, but said the attack had been motivated by theft.
''The fact is that a boy is dead because of a packet of biscuits and there are two people who have committed murder and who will pay,'' he said.
The incident reignited a debate over the Italian government's recent crackdown on public safety and immigrant crime, with Democratic Party opposition leader Walter Veltroni accusing the centre-right of encouraging ''a climate of hate and intolerance''.
Italian Communists' Party leader Paolo Ferrero singled out the Northern League party for ''xenophobic and racist campaigns''.
''Episodes like the one in Milan are the fruit of a climate of poison created by political forces like the League that hold up immigrants as the source of all evil,'' Ferrero said.
Northern League House whip Roberto Cota hit back at criticism as ''unworthy exploitation'' of Guibre's murder.
But Milan's centre-right mayor, Letizia Moratti, acknowledged the anti-immigrant overtones of the attack in her condolences to Guibre's family.
''Milan strongly condemns such episodes of intolerance and racism,'' she said.
Scorre a ritroso il film della sua vita, mentre racconta la sua carriera di imprenditore. Un'avventura condita da sventure, coincidenze fortunate, tanto lavoro e rospi mandati giù. Rivede fotogrammi che aveva quasi dimenticato, come le immagini di una fredda notte trascorsa dentro una cabina del telefono, a Castiglione delle Stiviere, riparo di fortuna per un giovane immigrato - erano gli anni Ottanta - che era stato appena sfrattato perché non aveva i soldi per pagare l'affitto di casa. Un tuffo in un passato che ora sembra lontano anni luce per Kolawole Musibau Olajide, 51 anni, nigeriano di origine ma ormai cittadino italiano a tutti gli effetti. E' uno di quelli che ce l'ha fatta, uno straniero che a Mantova ha trovato l'America. Un'azienda tutta sua, con 18 dipendenti a libro paga.
Anche in provincia di Mantova l'imprenditoria straniera è in crescita. E la Kola-Cem, l'azienda di Olajide che opera nell'edilizia - in particolare nel settore dei prefabbricati - è una delle realtà che riescono a stare sul mercato, e a dare lavoro ad altri immigrati. «Ma non solo - racconta il titolare - con me lavorano anche un paio di operai italiani». Oggi a libro paga ci sono 18 persone «ma la media è di 15 unità - continua Olajide - devo per forza ricorrere ai contratti a tempo determinato perchè il lavoro va e viene. Se ci fosse un po' di stabilità in più nel settore potrei assumere tutti a tempi indeterminato».
Il precariato, insomma, è un problema. L'avventura dell'imprenditore nigeriano in Italia inizia nel 1979. Nella capitale Lagos vive ancora la famiglia di Olajide, i genitori - titolari di un'impresa di costruzioni - e gli zii. «A 22 anni facevo il ragioniere nell'azienda di famiglia - racconta il titolare della Kola-Cem - ma volevo studiare, e diventare architetto. Ecco perché ho deciso di venire in Italia».
I primi anni sono duri, nonostante l'impegno della famiglia a mantenere il giovane studente che, dopo il diploma all'Istituto d''arte di Guidizzolo, si iscrive al Politecnico di Milano. «I soldi non sempre arrivavano in tempo da Lagos - ricorda Olajide - ogni tanto lavoricchiavo per guadagnare qualche spicciolo ma ero sempre al verde. Di quegli anni ricordo una notte tremenda, era quasi Natale, passata a dormire in una gelida cabina del telefono, a Castiglione. I padroni di casa erano brave persone, ma non si fidavano più di fronte alle continue richieste di rinvio dell'affitto. E mi hanno sfrattato».
L'imprenditore ha conosciuto la povertà, quella vera. «Se fossi rimasto al mio Paese sarei stato meglio - continua sorridendo - per un certo periodo della mia vita l'unico modo per metter insieme una cena era andare alla mensa dei poveri, dai frati, in stazione Centrale a Milano». Anni di sacrifici, la spola tra Castiglione e il capoluogo lombardo. Fino alla conquista della laurea in architettura. «Era il 1986 - aggiunge l'architetto Olajide - subito dopo sono tornato a Lagos, per un paio d'anni, anche se l'Italia mi mancava ogni giorno di più».
Al rientro a Mantova trova subito un lavoro nell'edilizia, nel settore della costruzione dei prefabbricati. Cambia tre aziende, fino a diventare direttore di stabilimento. «Per 5 anni ho fatto su e giù da Parma - spiega - poi quando l'azienda ha messo al mio posto un giovane geometra italiano, assunto da poco, mi sono licenziato. E mi sono messo in proprio».
Oggi la Kola-Cem, l'azienda di Kolawole Musibau Olajide, costruisce prefabbricati per conto terzi. «Il lavoro va bene, anche se tutti i giorni è una sfida nuova - dice - e sono soddisfatto». Merito anche della bella famiglia, una moglie e due figli (la più grande, 25 anni, è fresca di laurea in marketing a Parma, il più piccolo va alle superiori). «La mia terra? Mi manca molto - conclude l'imprenditore - anche se l'Italia mi ha dato tanto. Oggi nel mio Paese ci sono grandi opportunità di crescita. E se un giovane ha voglia di fare, e spirito di sacrificio, in Nigeria può realizzarsi in fretta». Corrado Binacchi
Un giovane nigeriano allontanato dalla Vismara dopo aver denunciato le offese Il racconto di Daniel: l'azienda copre chi mi tormentava
"Due anni di insulti sul lavoro licenziato perché sono di colore"
dal nostro inviato PAOLO BERIZZI
LECCO - Per due anni ha insaccato e ha incassato. Tutti i giorni. Sempre lì, al suo posto, in uno dei più grossi salumifici italiani. Ha insaccato salami e mortadelle. Ha incassato insulti razzisti e offese umilianti. La più becera, e anche la più banale, è "sporco negro": la stessa firma degli assassini di Guibre. E' quella che lo ha marchiato dentro, che lo ha fatto sentire un comodo sfogatoio per le frustrazioni di un collega, che poi sono diventati un gruppo, e allora la cosa si è fatta ancora più pesante. Questa è la storia di Daniel - basta il nome - , nigeriano di Lagos, 24 anni, un bambino di due.
Daniel non è un clandestino: è in Italia regolarmente dal 2003. Abita a Villasanta, Brianza monzese, con la moglie e il figlio. Paga un affitto. Ha un lavoro, anzi, l'aveva. Perché l'hanno licenziato. Daniel è un operaio macchinista. Nel 2006 inizia a lavorare alla Vismara S. p. A di Casatenovo, Lecco. Si divide tra il reparto e il forno. Sgobba da mattina a sera.
Mai un problema, mai un richiamo, racconta. E ottimo rendimento, visto che ogni sei mesi gli rinnovano il contratto. Ma nello stabilimento c'è un ostacolo imprevisto con cui il cittadino africano deve fare i conti: il razzismo. A dargli dello "sporco negro", all'inizio, è solo un collega. Per lui insultare Daniel è la regola. Altri operai iniziano presto a apostrofarlo nello stesso modo. Uno stillicidio di offese al quale l'immigrato, nonostante le ripetute richieste di spiegazioni, non riesce a sottrarsi.
Manda giù, abbozza quando un giorno gli dicono: "La vuoi capire o no che voi extracomunitari di m. in Italia non potete stare?". Solo perché aveva chiesto a un collega di aiutare un altro lavoratore in difficoltà, un peruviano che non riusciva a trasportare dei colli di mortadella. "Chi credi di essere? Mica penserai di comandare noi italiani?".
Daniel ha paura di denunciare chi lo tormenta: non vuole rischiare di perdere il posto di lavoro. Un giorno si rivolge al capo reparto, che però minimizza: "Dai, non farci caso... sai come sono fatti i ragazzi... Tu pensa a fare il tuo lavoro e basta". Ma alla fine di giugno decide che il vaso è colmo. Accade quando entra nello spogliatoio e trova il suo armadietto distrutto. Un atto vandalico, l'ultimo sfregio. Lui che non ha mai ricevuto provvedimenti disciplinari, lui che guadagna 1100 euro e che - dopo 12 contratti - viene ancora pagato dall'agenzia interinale "Iwork" di Arcore.
Il 28 giugno Daniel presenta una querela alla Procura di Lecco: racconta nel dettaglio le odiose offese che gli sbattono addosso. Spera che dopo quell'esposto qualcosa possa finalmente cambiare. Che la sua dignità non sia più calpestata. E invece al danno si aggiunge la beffa. L'altro giorno la Vismara gli da il "benservito": "A fine mese non presentarti più in azienda", gli comunica il capo reparto. L'operaio crede sia uno scherzo di cattivo gusto: e invece è tutto vero.
"Ho subito per due anni in silenzio, senza ribellarmi - racconta - proprio perché non volevo rischiare di perdere il posto. Ma non ce l'ho più fatta a sopportare di essere offeso in quel modo. E così adesso sono senza lavoro. Non ce l'ho con l'Italia e con gli italiani. L'Italia mi ha dato il lavoro, la possibilità di sfamare me stesso e la mia famiglia. Ce l'ho con l'ignoranza di chi ti insulta perché hai un colore della pelle diverso dal loro. Ho una moglie e un figlio piccolo da mantenere. Il mio stipendio me lo sono sempre guadagnato onestamente, mi ferisce che me lo abbiano tolto solo perché ho detto basta al razzismo. Oltretutto ci sono altri lavoratori extracomunitari nello stabilimento. Quando sono andato in Tribunale ho pensato anche a loro, anche se ognuno reagisce a modo suo e alla fine ognuno si fa gli affari suoi".
Dagli uffici della Vismara, alla quale ci siamo rivolti ieri per chiedere chiarimenti sulla vicenda, per ora non è arrivato nessun commento. Ironia del caso - va detto che l'azienda almeno per ora non ha alcuna responsabilità - come melodia di sottofondo dell'attesa telefonica s'odono le parole di Vasco Rossi: "... basta poco per essere intolleranti... per essere un po' ignoranti...".
Il legale di Daniel, Francesco Mongiu, ha riassunto la storia di questo strano licenziamento e la sottoporrà al giudice del lavoro. "Per "pura coincidenza" - racconta l'avvocato - il cognato del mio assistito, un cittadino della Sierra Leone, laureato anche lui in regola, dopo un periodo di prova nello stesso salumificio, è stato ritenuto inidoneo al compito di insaccatore di mortadelle".
Complimenti a Maria Lourdes ed Idris per i loro interventi ieri notte nella programma-PRIMO PIANO (Rai 3) sul questo tema. Ma LOU, credi veramente ancora che sono 'una piccola minoranza' gli italiani che nutrano sentimenti razzista o d' oddio? Spero.
Comunque rimango sempre molto sconcertato sentire molte persone che consideravo diversamente lasciarsi scappare certi frasi ed opinioni. Oramai sta diventando un sport alla moda essere razzista in Italia, un sentimento che si pensava fosse poco presente in Italia. Ricordate un altro volta il detto "quando i potenti suonano la danza diventa più frenetica.."
l'unica speranza è la storia.... , che ci insegna che l'Italia non era mai rimasta a lungo nelle mani di persone con questi sentimenti (razzista e oddio). E' un momento che richiede un gran tranquillità e saggezza. Buona giornata.
Charles ______________________________________________
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'Tolellranza zero' del governo.. secondo i Milanesi. ---------------------------------------------------------------------------
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E' MORTO!!!!!!, QUANTI MORIRANNO PRIMA CHE QUALCUNO CAMBIA LA MUSICA CHE INCITA AL ODDIO !!!!!!!!!!!!!!
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